Mi viene spontanea una riflessione, che forse non condividerete (e forse sì). Quei ragazzi morti in Afghanistan mi suscitano molta compassione, perché morire così giovani è ingiusto. Più ancora, perché credo che abbiano fatto un calcolo sbagliato, forse fuorviati dall’ideologia o, più probabilmente, dalla mancanza di alternative. Per quanto ne so dai media (potrebbero ben essere notizie infondate, lo so) molti di loro erano accomunati dal progetto di mettere dei soldi da parte per il matrimonio, per la famiglia, per il futuro. Un proposito lodevole, quello di guardare avanti con responsabilità, che forse è anche troppo poco diffuso nella gioventù italica. Il problema è che fare questo in un contesto di guerra è pericoloso. Troppo, nel loro caso. Il gioco forse non valeva la candela. Oppure sì, ma il destino non li ha favoriti. Però a chiamarli eroi non ce la faccio. Non credo che non riuscissero a resistere all’imperativo morale di riportare la democrazia in Afghanista. Non era quello il motivo che li portava lì e non c’è nulla da vergognarsi: tutto il resto dei nostri connazionali se ne frega dell’Afghanistan e della maggior parte delle nazioni del globo terracqueo, politici inclusi. Questi ragazzi sono vittime, vittime doppiamente o triplamente (la responsabilità della loro morte probabilmente tocca diverse persone e diversi livelli), vittime della politica e della storia di questo nostro Paese, che in fatto di guerre non ne ha mai imbroccata una. Un eroe, nel mio immaginario, è chi si butta in mare per salvare uno che affoga. Uno che si offre di morire al posto di un altro, come alle Fosse Ardeatine. Anche un soldato, anche se la guerra non mi piace, ma quando torna indietro per salvare un commilitone ferito, per intenderci. Non uno che perde la vita in un attentato per strada. A che serve questo abuso della parola eroe? Vittima mi pare una definizione sufficientemente dignitosa e rispettosa della memoria di giovani animati probabilmente di buoni sentimenti, genuini e sinceri. Mi pare che non sia per i morti che si faccia tutto questo spreco di onori  e formalità (la promozione postuma, le onoreficienze), ma per la (cattiva) coscienza dei vivi.

6 thoughts on “”

  1. quoto quoto quoto…..
    con il cuore pieno di tristezza dopo aver visto un bambino di 2 anni fare ciao ciao alla bara del padre…ma eroi proprio nn direi..vittime del lavoro magari….vittime del terrorismo…vittime di una situazione più grande di loro..ma eroi sono ben altri per me…eroe è chi muore per un’ideale, per un valore, chi sacrifica la propria vita per salvare gli altri…..

  2. Chiara, hai assunto una posizione difficile, rispettabile e sicuramente contraria alla corrente del comune qualunquismo.
    Loro stessi non si sentono eroi quando partono e non li vedono come eroi i loro colleghi quando muoiono così. E’ il loro lavoro, ed è come se avessero sempre messo in conto la possibilità che finisca così.
    Ne ho conosciuto più di qualcuno.
    Sono d’accordo con te e lo sarebbero loro: sono stati vittime, ed è giusto piangerli.

  3. Che bello che lo dici così bene, con dolcezza, rispetto e soprattutto chiarezza. Quella che qualunque morto, eroe o meno, si merita. Perché raccontar palle ai vivi va bene, ma ai morti meglio di no.

    Mammamsterdam

  4. Ciao.,

    Ho letto diversi posts dedicati a questo argomento ed il tuo a mio parere e’ il migliore in delicatezza., condivido quanto dici e come lo dici.., aggiungerei anche una cosa., non si puo’ pretendere di andare a fare la guerra., perche’ e’ di questo che si tratta., ( missione di pace e’ giusto un pagliativo ) e pretendere che a morire siano solo gli altri., vorrei ricordare che se le vittime di questi eroi sono qualche migliaio (6000? 7000? Irak ed Afganistan) i civili innocenti che hanno perso la vita in questa ideologia sono piu’ di 2 milioni.., davvero triste.

    un saluto.

    ( 6by9add6add9 )

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