L’altro post. Ovvero: effettuare alcuni semplici esami di routine avvalendosi del SSN

La mia ginecologa lavora al consultorio e ogni visita è assolutamente gratuita. Mi sono trovata molto bene con lei, pur con gli "inconvenienti" tipici del servizio pubblico e essenzialmente il fatto che non la posso scocciare in qualunque momento. Ma dato che sono convinta che questo non sia indispensabile e la mia gravidanza procede benissimo, francamente sono contenta della scelta. La dottoressa P. è un tipo spiccio, che non si perde in chiacchiere, che non si dilunga troppo sulle sensazioni: ma anche per questo, credo, faceva al caso mio. Quando ho fatto le tre ecografie privatamente, ha storto un po’ il naso: perché non avvalersi del pubblico? Il mio senso civico è fondamentalmente d’accordo: ma mi sono voluta concedere qualche lusso, tipo la possibilità di decidere io gli orari e i giorni, senza pianificare tutto con un anno di anticipo.

Però per le analisi più fesse, tipo tampone e elettrocardiogramma, mi sono messa di impegno. Il 9 di marzo (un mese e mezzo abbondante prima della data consigliata per effettuarli) mi sono attaccata al telefono e fieramente mi sono avvalsa del CUP regionale. Risultato: due appuntamenti, uno per lunedì 23 aprile e uno per venerdì 28.  Il bilancio è stato catastrofico. Il tampone mi era stato prenotato presso un ambulatorio che era in pieno trasloco. La dottoressa mi ha confessato di non avere idea di dove avrebbe timbrato il cartellino di lì a 3 giorni. Fare esami, dunque, era fuori discussione. Appuntamento saltato e basta. Diciamo che non me la sono sentita di prendermela con i medici, che palesemente subivano i disagi come e più di me. Ma magari un cartello all’ingresso mi avrebbe risparmiato quell’oretta di fila tra le 7.30 e le 8.30. E poi il CUP, che mi aveva chiesto tutti i miei recapiti, non poteva avvalersene? Comunque l’ho presa con relativa filosofia.

Venerdì, di buon ora, mi presento presso un altro ambulatorio ASL per l’elettrocardiogramma e la visita cardiologica. Soprassediamo sul fatto che alle 7.00 ho realizzato di aver dimenticato l’impegnativa in ufficio: chi non ha testa ha gambe. Comunque alle 8.00 ero in fila, alle 8.05 ho realizzato che non si poteva pagare con il bancomat e alle 8.15, dopo corsa affannosa al più vicino sportello, avevo occupato nuovamente il mio posto nella fila C, "Cassa Veloce", quella riservata ai previdenti che la prenotazione l’avevano già fatta. Sgancio i miei 35 e rotti euro e mi dirigo alla stanza del cardiologo. Sulla porta, un cartello: Non bussare. Non busso, ligia. Aspetto, rigorosamente in piedi (non c’erano sedie). Passa un abbondante quarto d’ora. Niente. Chiedo qua e là, ma ottengo solo alzate di spalle. Passano altri dieci minuti. A quel punto passa un’infermiera che butta là: "Guardi che non c’è". Come sarebbe a dire? "Oggi non viene". Ma io ho prenotato e ho anche già pagato. "Cerchi la segretaria amministrativa". La cerco e infine la trovo (non nella sua stanza, chiusa a chiave). Espongo, ancora controllata, il mio caso. "Ah, sì. Il dottore non viene. Si vede che non aveva appuntamenti". Osservo che ne aveva almeno uno, con me. "Forse lei non ha risposto al telefono", suggerisce la donna. Nego anche questo: al CUP ho dato il mio cellulare e di chiamate non risposte non c’era l’ombra. "Vabbè, ora vedo", replica la donna e si chiude nella sua stanza. Aspetto in corridoio per altri cinque minuti, in piedi. Dopodichè sbotto. Spalanco la porta e faccio una sceneggiata. Pretendo di non perdere altro tempo. La signora mi guarda con uno sguardo sonnolento e inizia a compilare la pratica per il rimborso. Poi ha un’illuminazione: "E se le dicessi di tornare oggi pomeriggio?". Pretendo di sentire dalla viva voce del dottore di turno nel pomeriggio che effettivamente mi visiterà. Poi mi arrendo. Torno in ufficio, tardi come se avessi fatto la visita, e chiedo un ulteriore permesso.

Alle 15.30 torno all’ambulatorio. Secondo il solito costume ASL, tutti hanno appuntamento alle 15.30. Questa volta ci sono le sedie. Aspetto rassegnata, ma non ci vuole molto. Il dottora liquida le sei persone prima di me in 40 minuti scarsi. Quando tocca a me, vengo affidata a un’infermiera, che potremmo definire Miss Tatto. Mentre mi attacca gli affarini dell’elettrocardiogramma, mi chiede con fare inquisitorio: "Ma lei l’ha pagato il ticket?" (N.B.: la ricevuta, da me consegnata a lei stessa al momento dell’arrivo, era sul tavolo in bella vista). Sì, questa mattina. Segue breve racconto della mia disavventura. "Ah, ma lei non deve prenotare per telefono!", commenta lei con tono di rimprovero. "E’ sempre meglio venire di persona anche a prenotare". Due mattine di lavoro per una sola visita. Cerco di fare presente che, lavorando, mi pareva più comodo fare così. "E perché lei all’ottavo mese lavora ancora?": il tono adesso è davvero severo. Spiego alla fanciulla che così guadagno un mese dopo la nascita della bimba e, non potendo neanche presentare domanda d’iscrizione al nido comunale (accettano bambini che si presume nasceranno entro il 31/5), la cosa mi pareva rilevante. "Ah, ma io sono contraria a mandare al nido bambini così piccoli!", sbotta la nostra. "E poi non creda sia così facile. Mi dia retta, ormai al nido c’entrano solo gli extracomunitari". Questo non avrebbe dovuto dirlo. Mi hanno trovato la pressione un po’ alta e il battito accelerato, ma nulla di preoccupante. E soprattutto l’infermiera è incolume. Il che non era ovvio.

3 pensieri riguardo “”

  1. Mi sarebbe piaciuto vedere la sua faccia se le avessi detto che il papà della bambina non è proprio romano de Roma…
    Ah, se sei in Co.Pro. sappi che la nuova finanziaria dà il 30% per i tre mesi successivi alla maternità obbligatoria di 5 mesi. Informati presso l’INPS, perché il modulo di richiesta è separato da quello della maternità obbligatoria.
    Ciao
    Chiara

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