Dopo un Natale e un Santo Stefano un po’ difficili, oggi sono uscita un paio d’ore per un funerale. Vorrei essere in grado di fissare la sensazione che ho provato, ma so di non essere in grado. Era alla parrocchia che ho frequentato per molti anni, diciamo dalla seconda/terza media fino al penultimo anno di liceo. Sono stati anni di cui non andrei oggi particolarmente fiera, molto adolescenziali, ma di cui adesso vedo l’importanza. Molti ricordi oggi erano lì, in quella chiesa popolare affollata di gente, come se facessero parte del mio DNA. Ricordo, ad esempio, quando (ero ancora più piccola, forse in prima media) siamo andati lì con tutta la classe per il funerale di un bambino della nostra scuola. Uno dei miei compagni, figlio di atei convinti e nemmeno battezzato (allora non era tanto comune) si aggirava a naso in su, leggendo le scritte sulle pareti. Gli affreschi sono piuttosto bruttini, ma le frasi scelte non sono consuete e, forse per averle lette tante volte, sono le parole del Vangelo che più spesso mi tornano in mente: "Guardate gli uccelli del cielo, non seminano e non mietono… Guardate i gigli del campo, non tessono e non filano, eppure nemmeno Salomene può competere con loro" (cito a memoria, non mi va di cercare le parole esatte).
Sull’altare c’era ancora il vecchio parroco, ora in pensione. Poco dopo aver iniziato a frequentare la parrocchia, partecipai alla festa per celebrare i suoi venticinque anni a Donna Olimpia. Ora ne sono passati a spanne altri venti e lui è uguale ("Tranne che per il fatto che ora ho 85 anni e prima non li avevo", ha ribattuto lui oggi, quando glielo ho detto). Un viso espressivo, un fisico imponente (si vociferava che prima di farsi prete facesse il pugile, chissà se è vero), un modo di fare il pastore di altri tempi, semplice, diretto, a volte un po’ burbero. Ricordo quando ci confessavamo da lui. Ci faceva sedere accanto a lui, in un banco e quasi non ci faceva parlare: "Ma cosa potete avere da confessare voi, figli benedetti? Pregate, state contenti, cercate di rimanere puliti come adesso". Una volta, durante un campo-scuola in Trentino, ci portò a passeggiare su un ghiacciaio. Me lo ricordo ancora, come si stagliava contro il cielo azzurro intenso, con lo zaino con l’altare portatile sulle spalle, intento ad aiutare uno per uno ragazzini, catechiste anche il giovane pretino di fresco arrivo che oggi ha preso il suo posto. Il vescovo che mi ha cresimato era stato in seminario con lui. Arrivò con il macchinone e lo trattò dall’alto in basso. Io me la legai al dito e quando allungo la mano perché gli baciassi l’anello, deliberatamente gliela strinsi. Vendicai così chi, con parole meno forbite ma con spiritualità molto più alta, mi aveva preparato al sacarmento.
E la parrocchia? Mi sono sentita libera quando l’ho lasciata. Un ambiente un po’ paesano, ristretto. Dove la scelta di studiare all’università non era capita del tutto, dove avevano preso a considerarmi troppo libera (intellettualmente, non di costumi!), persino "atea". Oggi lo rivedevo quell’ambiente, dopo tanto tempo. Sembra avere retto alla prova del tempo. I miei coetanei erano lì, con i loro figli. Le "vecchiette" del coro ancora lì, con le loro permanenti immutate dagli anni Ottanta. Tra i banchi i ragazzini di allora, oggi padri di famiglia. Un paese vero, a dieci minuti da casa. Sono stata tentata di ritornare all’ovile, almeno di tanto in tanto. Penso che a mia figlia mancherà quel senso di comunità che, anche se mi è stato stretto, mi ha sostenuto quando senza esserne consapevole ne avevo bisogno. Penso a figure importanti incontrate lì che non ci sono più (una, in particolare). Ma poi i saluti dopo le esequie mi hanno portato sulla terra. Quella di oggi è un’occasione particolare, perché speciale era la donna che andavamo a salutare: una donna energica, certo non perfetta, ma piena di carattere e personalità. Impossibile da dimenticare e che ha avuto il pregio di ricomporre per un’oretta frammenti di un tempo passato, al suono delle campane (vere, quelle con la corda) che tante volte io stessa ho suonato.
Meryem non ha bisogno dei ricordi sfuocati della mia adolescenza e delle magagne che mi porto dietro da allora. Avrà la sua, spero serena (magari più serena della mia) chissà con che immagini, con che colonna sonora, con quali ricordi.
Ecco, uguale. e grazie per avermi ricordato che i nostri figli non hanno bisogno dei nostri ricordi, che se ne faranno di loro.
Che bel post Chiara.
Non ti ho fatto gli auguri di Natale , scusami, arrivo sempre in ritardo.
UN bacione
leggo il tuo post, e mi sembra di rivedere esperienze anche mie. La parrocchia, il senso di comunità, il primo incontro con la musica, i ritiri e i campi scuola, un’adolescenza che in varie fasi della mia vita ho considerato scialba e ordinaria, ma dalla quale ancora attingo cose e parole, più o meno consapevolmente.
non sono daccordo sui ricordi dei genitori che non servirebbero ai figli. Da figlio, continuo a ringraziare mia madre per avermi fatto partecipe con semplicità e generosità dei suoi ricordi: non solo per la bellezza del raccontare. Ma anche perché i ricordi e le esperienza degli altri – specie dei genitori – ti fanno contestualizzare i tuoi ricordi e le tue esperienza. Non tolgono nulla, ma ti consegnano una storia; che con la tua magari ha poco a che fare, ma che ti colloca in un tempo e in uno spazio, diverso da altri tempi e da altri spazi.
Ho avuto delle feste schifose, persino peggio dell’anno scorso (chissà perché poi?), e quindi ho preferito non farmi vivo. Ma voglio mandare a te Nizam e Meryem un abbraccio forte. Siete una famiglia speciale, e sono sicuro che Meryem conserverà ricordi meravigliosi di questa sua complicata e avventurosa infanzia.
Riguardati! un bacio
Pietro
Il gruppo di amici di Meryem sarà altrove, ma ci sarà. La aiuterà, le farà compagnia e la farà ridere. Semplicemente non sarà quello della parrocchia, magari quello della scuola, del parco sotto casa o chissà.