Il programma del primo maggio prevedeva una gita naturalistico-culturale: l’oasi di Ninfa. Peccato che, al nostro arrivo, la fila fosse di almeno due ore. Abbiamo desistito. Meryem però non ne ha risentito granché: ha cominciato a saltare giù dai rami degli ulivi su cui Nizam la posizionava! Abbiamo giocato un’oretta nel prato del parcheggio, mangiato un gelato e poi proseguito alla volta di Norma, paesino arroccato sulla roccia. Da lì abbiamo raggiunto la vera meta (sia pur inconsapevole) della nostra gita, quella che più ci si addiceva: il sito dell’antica Norba. Mura ciclopiche, prato, strada romana, pecore e parapendii in partenza e in arrivo. Una specie di ventoso lunapark con vista panoramica (e senza biglietto). Cavolo, che posto. In estate sarebbe terribile (non c’è un albero), ma con il tempo di oggi era l’ideale. La guerrigliera se l’è spassata follemente, specialmente con suo padre. Hanno rincorso le pecore cantando "La pecora nel bosco" e facendosi guardare in cagnesco dai cani pastori (beh, più in cagnesco di così… deve essere stato lo sguardo di una cane pastore in servizio a dare origine all’espressione); hanno fatto ciao ciao agli uomini volanti, talora preoccupandosi della loro sorte; hanno giocato al cavallo matto, correndo per i sentieri e su e giù per i vialetti. Una giornata deliziosa. Peccato aver toppato alla grande la via del ritorno: mai e poi mai scegliere l’ìAppia. Devo essere l’unica romana a non saperlo…

Aggiorno mentre la PFM sul palco del concertone mi strappa il cuore con "Il testamento di Tito". Cavoli, quanto pesca in profondità questa canzone: schitarrate di liceali a Venezia, serate a suonare da sola specchiandomi sul dorso lucido della mia chitarra Ibanez, ma ancora più indietro voci di sorelle che mi cantavano la Buona Novella "di nascosto", convinte che mio padre non avrebbe approvato l’apocrifa natura dei testi. Chissà se era vero, o se piuttosto mio padre non avrebbe apprezzato proprio quello (o chissà, forse apprezzava senza che loro lo sapessero). Il motivo per cui ho riaperto splinder era mettere nero su bianco un pensiero che mi ronza in testa da tempo. Forse è banale, ma in Nizam rivedo alcuni gesti di mio padre: la sensazione di correre dietro ai suoi passi lunghi, il rincorrersi senza ritegno anche a quattrozampe e pazienza se siamo in pubblico, il ridere senza freno e farsi i versi buffi, quel mettersi davvero allo stesso livello con i piccoli senza alcuna affettazione, per talento naturale. A me non riesce altrettanto bene (come del resto non riusciva altrettanto bene a mia madre: forse non è casuale). Non so dire se riconoscere alcuni tratti precisi, come quel modo di accavallare le gambe di notte che è così strettamente radicato nella mia memoria di bambina, mi conforta o mi dà angoscia. Questo discorso se ne tira con sé molti altri che non sono in grado di dipanare sulla pubblica piazza. Però mio padre oggi mi manca più che mai.

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