Welcome (come dicono a Parigi)

Jean-Marie mi è piaciuto fin dal primo incontro, svariati anni fa. Gesuita, francese, biblista, perennemente con un pericoloso scintillio negli occhi azzurri. Refrattario a ogni forma di obbedienza burocratica o intellettuale. E allo stesso tempo completamente e convintamente dedito al servizio, con una certezza cristallina e una fede incrollabile nell’impossibile. Il progetto Welcome era una di queste idee irragionevoli, poco realistiche, potenzialmente buone ma sai com’è, tra il dire e il fare… Jean-Marie lasciava dire. Ma sapeva che ci sarebbe riuscito e infatti così è stato.

A Parigi i richiedenti asilo trascorrono molto tempo per strada, in attesa che venga loro assegnato un posto nel sistema di accoglienza. Minimo quattro-cinque settimane, a volte di più. Centinaia di giovani afghani dormono in tende per le strade della città, a volte persino lungo gli argini della Senna di fonte a Notre Dame. La Francia pullula di grandi ONG specializzate in materia di asilo e migrazioni, con reti di advocacy potenti e presenza capillare un po’ ovunque. Dei giganti del nostro lavoro. Ma Jean-Marie, con il suo stile da Asterix, insisteva: finché c’è tutta questa sofferenza lo spazio per l’azione c’è, dobbiamo solo trovare il nostro. Per tutti questi giganti i rifugiati, alla fine, sono solo un caso, un numero di fascicolo, una pratica da sbrigare. Per noi può essere diverso. E per “noi”, allora, intendeva essenzialmente lui stesso e una giovane signora italiana, convinta quanto lui (e grazie a lui). Isabella in seguito mi raccontava tra lo sgomento e l’ammirazione retrospettiva alcuni colloqui con finanziatori, amministratori e simili, a cui lei si presentava sudando freddo, con decine di slides e pile di documentazione. Jean-Marie entrava, si sedeva, guardava l’interlocutore negli occhi e partiva con un linguaggio del tutto inaspettato. Niente budget, niente strategie, niente partenariati e programmazioni: solo ospitalità, diritti umani, eventualmente tirando in ballo direttamente lo Spirito Santo. “La prima volta sono uscita dal colloquio sconfortata e anche un po’ arrabbiata”, mi diceva. “Ero certa che nessuno ci avrebbe preso sul serio, se parlava con quel tono da profeta”. E invece.

Oggi Welcome è una rete di ospitalità incredibilmente efficace, che opera in tutta la Francia. Funziona così: alcune famiglie (ormai parecchie) danno la propria disponibilità ad ospitare in casa un richiedente asilo per un periodo di 5 settimane. Il JRS Francia si occupa di selezionare gli ospiti che sono segnalati da ONG su tutta la Francia, di offrire tutte le opportune informazioni e supporto alle famiglie e di fornire a ciascun ospite un tutor che lo segua costantemente in tutte le sue necessità, dalla procedura d’asilo, all’insegnamento della lingua, alla ricerca di soluzioni successive. Alle famiglie viene chiesto solo di accogliere, gratuitamente. E’ un’esperienza che si può fare una o più volte l’anno, o al limite una sola volta nella vita. Ma che ha un valore immenso. Il primo, pratico: toglie dalla strada persone già sfinite dalla fuga dai loro Paesi, consentendo loro di riposare il corpo e lo spirito e, ancor più importante, di sentirsi accolti singolarmente, in forma non anonima. Più di 100 richiedenti asilo, persone molto giovani e in situazioni di grande vulnerabilità, ne hanno usufruito. Ma non è tutto qui. Una sera, durante la riunione annuale del JRS a Parigi, Jean-Marie ha invitato a cena le famiglie e i ragazzi che in questi anni hanno partecipato al progetto. Parlando con loro capisci la portata davvero rivoluzionaria di questa idea semplice.

Mondi che non avrebbero motivo neanche di sfiorarsi per caso che si trovano a camminare insieme un tratto di strada: famiglie borghesi nel senso più pieno del termine e giovani afghani, ceceni, ivoriani. Intellettuali, casalinghe, persone impegnate nella fede e in politica e dedite ai più vari hobby e giovani in fuga, abituati a tentare il tutto e per tutto pur di sopravvivere. Suvvia, non può funzionare. E invece sì. Funziona. Con l’attenta regia del JRS France, che lavora per prevenire difficoltà e “tentazioni” (la regola è chiara: niente soldi, niente regali, niente beneficenza di alcun tipo per gli ospiti, niente proroghe; a tutti gli aspetti pratici pensa il tutor e l’organizzazione), il progetto fiorisce intorno al suo punto centrale: l’ospitalità, nel senso più alto del termine. E i legami continuano, si intrecciano, si estendono di conoscente in conoscente, di condominio in condominio.

I risultati sono stupefacenti e oggi, a pochi anni dall’avvio, tutta la Francia pullula di reti di famiglie e di coordinamenti locali. Jean-Marie si avvia a concludere il suo incarico di direttore del JRS France. Nel salutarlo, domenica, a Parigi non ho potuto fare a meno di dirgli: “E’ straordinario. Ti rendi conto che questo è un miracolo?” “Mica li faccio io, i miracoli”, ha ribattuto brusco lui. Certo, i miracoli sono competenza esclusiva di Qualcun altro. Però si può facilitarli o ostacolarli. “Facilitatore. Sì, questo ruolo mi piace!”, mi ha concesso infine. E ha riso di cuore, come sempre.

Ma, tornando a noi. Con il mio collega italiano ci chiedevamo se questo modello sarebbe esportabile nelle nostre città. Io, ovviamente, dicevo: magari! Mi si obiettava però che il concetto italiano di ospitalità è troppo vincolante, sia per chi ospita che per chi è ospitato. Che gli italiani sono meno avvezzi a dare le chiavi di casa e a dire all’eventuale ospite: “Noi stasera siamo fuori, per la cena arrangiati”. Che le italiane medie sono pericolosamente mamme di tutti e che dunque si dovrebbe vigilare continuamente sulla correttezza dei rapporti. Eccetera. Io però credo che: a) mica siamo tutti uguali! b) non sarebbe l’ora che ci educassimo un po’ a un’ospitalità più sana, che lascia anche molte meno scuse per sottrarsi sempre? Voi che ne pensate?

Jean-Marie

6 thoughts on “Welcome (come dicono a Parigi)”

  1. Anche a me viene subito in mente che il terreno culturale francese è più fertile per attivare queste esperienze ma anche se in Italia dovessero attivarsi poche situazioni potrebbero trascinare altri a farlo. Tutto nasce dal basso direbbe un romano anti-clericale come Jovanotti (citazione de’ noiantri?). Bellissima questa cosa. Io ci starei anche per dare un esempio concreto ai miei figli del significato di generosità, quella che puoi praticare a casa tua e non solo donando a distanza o partendo per paesi bisognosi per una manciata di giorni (pur sempre azioni nobili e di esempio).

  2. Guarda, io ci penso spesso a questo tipo di progetto. Io non mi sento mamma neanche dei miei figli, figurati se mi farei dei problemi a dare le chiavi di casa mia a qualcuno senza cucinargli. Il mio problema personale è di segno opposto: ho un rapporto piuttosto possessivo con i miei spazi, non sopporto l’idea di una colf, figurati avere in casa una persona estranea.

    1. Capisco, naturalmente. Queste sensibilità sono assolutamente individuali. Però quello che mi attrae in questo caso è che l’impegno non deve essere continuativo. Puoi decidere di dedicare un mese all’anno a questa esperienza, magari quando i figli grandi sono in vacanza o a fare l’Erasmus. O un mese e basta. Non è come avere una tata fissa convivente o una ragazza alla pari.

      1. In effetti noi stiamo pensando, quando ci trasferiremo nella casa del polacco, di dare la disponibiiltà per ospitare bambini tipo quelli di Cernobyl o se ci fosse qualcosa del genere per il Giappone.
        Ci penseremo, prometto. E, se a qualcuno viene l’idea di fare davvero una cosa del genere in Italia, ci contatti e vediamo se riusciamo a dire di no.

        PS: quando i figli grandi saranno in vacanza o a fare l’Erasmus, sarà proprio il periodo in cui vorremo più fortemente stare soli 🙂
        PPS: e pensare a una soluzione del tipo “io me ne vado in vacanza o altrove, ti lascio in dote la mia casa intanto che sono via (e, se mi bagni le piante e nutri i gatti, ti sarò grato per tutta la vita)”?

  3. I miei genitori non hanno fatto altro, in un certo senso e abbiamo anche conosciuto un paio di stronzi, ma soprattutto belle persone con cui fare un tratto di strada, che poi spesso scompaiono dalla tua vita, ma sono circostanze. Ricordo una sera, vivevamo in un paesino e non succedeva mai niente, pensammo di andare al cinema un po’ di paesini più in là (con i miei ci saremo andati forse 5 volte al cinema). Per strada stava ferma una macchina polacca. I miei si sono fermati, li hanno rimorchiati, portati a casa nostra e per 15 anni sono tornati 2 volte l’ anno, perché erano una specie particolare di commerciante internazionali con dei tratti da contrabbandiere, ma fondamentalmente ottime persone molto intraprendenti. Ringrazio il cielo che anche mio marito ha preso questo tratto da rifugio delle guide di casa nostra, anche quando a volte è faticoso e avremmo bisogno dei nostri spazi e dei nostri silenzi. E comunque ospitiamo sempre gente di cui un minimo sappiamo, ma sai che questo progetto mi piace un sacco? C’ è una cosa del genere in Olanda messa su da una tale Gaby che non sopportava che donne e bambini stessero per strada. Perché vedi, i rifugiati a cui veniva negato il permesso una volta venivano accompagnati alla stazione con un biglietto in tasca, in un paesino di frontiera, e lasciati lì perché se ne andassero. E i papponi lo sapevano tutti e andavano a fare le poste a donne disperate.

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