L’ebbrezza della fuga

Ricordo distintamente un gesto della mia giovinezza: ho infilato l’anello del portachiavi con le mie chiavi di casa al tergicristallo della sua macchina parcheggiata. Poi ho raccolto da terra qualche busta di plastica e ho camminato verso il capolinea dell’autobus. Da piccoli sogniamo spesso di fuggire di casa. Magari ci proviamo pure, una volta o due. Ma io l’unica volta che sono fuggita da casa avevo 27 anni e ricordo ogni minuto di quella mattina d’estate. Mi sono sentita forte e fiera, anche se non ne avevo alcun motivo (e purtroppo il seguito della storia lo ha dimostrato abbondantemente). Ma alle mie chiavi rosse e blu che scintillavano al sole, incastrate al tergicristallo, ho ripensato mille volte nei tredici anni che sono seguiti a quel giorno.

Perché penso a questo, oggi? Perché non sono una persona coraggiosa e quel gesto è rimasto quasi unico nel mio curriculum. Ma, più ancora, perché in tutti gli altri giorni della vita – tranne quei due o tre che rimangono nella propria mitologia personale – non ci si può permettere di fuggire. Si finisce una giornata come quella di oggi, sbagliata senza un vero motivo. Si ingoiano due lacrime d’ufficio, per mera coerenza rispetto alle proprie paturnie. E poi si va a letto per svegliarsi di nuovo, sapendo che domani probabilmente non sarà cambiato nulla, ma sapremo di nuovo guardare nella direzione più costruttiva: in avanti.

3 thoughts on “L’ebbrezza della fuga”

  1. A volte ci vuole molto più coraggio a restare che a fuggire. E penso di questi tempi che i mille giorni in cui resti preparano il giorno in cui scappi. Che arriva, prima o poi.

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