Lezioni di educazione civica (e genitorialità): il tassista trasteverino

Stasera, verso le sette, uscivo da un prestigioso liceo privato del Centro Storico di Roma in preda a impulsi assassini. Avevo appena partecipato a un incontro per studenti e genitori in cui uno dei tre relatori previsti aveva sproloquiato per tre quarti del tempo, tramortendo il pubblico con lunghi pipponi autoreferenziali in linguaggio inutilmente tecnico. Delizie del sociale. Ma la c’è la Provvidenza!, come scrisse qualcuno.

Mi infilo in un taxi, grugnendo l’indirizzo di destinazione e afferro il Galaxy, ben decisa a NON fare conversazione. Povera ingenua. Ero incappata nel prototipo del maestro di affabulazione: il tassista trasteverino doc. Detto fatto, ancor prima di uscire dalla ZTL, ero calata in uno scambio di straordinario interesse, che cerco qui come posso di riportarvi.

Lo spunto decisivo è stata una Nissan Navara ferma al semaforo davanti a noi. “Ma questi nun ce l’hanno una moje che dice: ‘Se te compri ‘sta macchina così brutta te lascio oggi stesso?”. Ho dovuto convenire, sebbene non mi intenda molto di macchine, che il modello in questione, specialmente se visto da dietro, è di una bruttezza impressionante. Avuto l’attacco, viriamo sul classico: metereologia e dintorni. Impossibile non arrivare alla prevista neve a Roma. E qui cominciano le sorprese. “No, nun nevica. Me l’avrebbe detto la mia regazzina bielorussa. No, nun pensi male, eh?”. Mi spiega che lui e sua moglie, due volte l’anno (per le vacanze estive e a dicembre) ospitano da anni due ragazzine bielorusse, che sentono regolarmente su skype. Mi spiega che la più piccola (“che fa gli anni oggi, 13, appena arrivo a casa la chiamo”) l’anno scorso lo aveva avvertito in anteprima della nevicata avvalendosi delle straordinarie previsioni del tempo bielorusse. Poi, a nevicata avvenuta, si sbellicava dalle risa all’idea che a Roma con la neve i taxi non funzionassero. “Me sfotteva pure, capito? Ma io le ho detto che qui è Roma, mica er Paese suo dove, per inciso, solo la neve c’hanno. E la vodka. Glielo dico sempre: ma che te piace tanto della Bielorussia? La neve, che a primavera se scioje pure?”.

Prosegue dicendomi che entrambe le ragazzine sono molto sveglie e istruite. “Lì fino a 16 anni nun ce stanno santi. A scuola ce devi d’annà. Puntano tutto su quello. Alla prima vacanza chiamano subito i genitori. Sì, è vero, anche qui è obbligatorio. Ma a chi è che gliene frega qualcosa? Chi controlla? Lì è proprio una cosa seria”. Mi spiega che il governo è molto attento e appena i genitori danno segno di non prendersi cura a sufficienza dei figli, con relativa facilità questi ultimi vengono affidati ad altre famiglie che offrono maggiori garanzie. Le famiglie ospitanti ricevono un sussidio statale. La “sua” bielorussa più piccola ha infatti in casa una “sorellina” ospite, una sua coetanea con il padre in carcere e la madre dedita all’alcool.

Per provarmi la sagacia della piccola bielorussia, ci lanciamo in un aneddoto gustosissimo. Il nostro tassista per l’estate, quando vengono le ragazze, è solito prendere in affitto una casetta al mare, sul litorale laziale. Un giorno ritrova nel taxi un cellulare. Lo porta a casa un po’ perplesso, sperando che squilli. Ma non accade. Dopo poco la giovane bielorussa, allora undicenne, fa notare al nostro tassista che la custodia del cellulare ha una tasca nascosta, contenente una carta di credito americana e il bigliettino di un hotel di Roma. Detto fatto chiamano l’hotel, rintracciano il proprietario e riportano il tutto dopo poche ore dallo smarrimento. “Che poi io mi dico: quando doveva essere imbambolato ‘sto trentenne americano, che il giorno prima de parti’ per una crociera si perde la carta di credito? Ar collo, te la devi legà, gli ho detto io quando l’ho visto”.

Ma il bello doveva ancora venire. “Me ne stavo in spiaggia, la mattina dopo, e mia figlia mi chiama: ‘Corri, corri, c’è un funzionario dell’ambasciata americana al telefono’. Oddio, e mo’ che ho fatto? me so’ detto io”. In realtà nulla: il nostro tassista, piuttosto perplesso, riceve una marea di ringraziamenti e complimenti. “Ora, a parte il fatto che io che ce dovevo fa’ con una carta e un telefono che probabilmente erano già stati bloccati dal proprietario? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, no? Ma quello che proprio non arrivavo a capi’ era: ma come mi hanno trovato?”. Presto detto. L’americano tonto non aveva chiesto il suo nome, ma si ricordavano che il taxi era una Golf, nuovo modello. Prima di sapere che lui avrebbe spontaneamente riportato il tutto in hotel, aveva chiamato la sua ambasciata e riferito l’unico particolare che sapeva. L’ambasciata aveva chiamato la sede centrale della Volkswagen Italia e si era fatta indicare i 6/7 taxi romani che corrispondevano a delle Golf nuovo modello. “Fatto sta che poi mi hanno chiamato pure quelli della Volkswagen, sempre rallegrandosi per il bel gesto. E io ho ringraziato pur’io ma li ho pregati che me facessero la gentilezza di nun chiamamme più, che magari me riusciva de famme un bagno a mare”. Ora, io non so se la vicenda sia vera o verosimile, ma vi posso assicurare che il talento narrativo giustificava comunque il racconto.

Virando nuovamente sui genitori, in Bielorussia e qui, il tassista osserva che anche in Italia un po’ di controllo in più mica guasterebbe. “Io rispetto tutti, sa, tutte le opinioni. Con il lavoro che faccio, poi. Sapesse quante ne vedo. Ma una cosa non mi va giù: quando raccatto i quattordicenni a notte fonda all’uscita del Piper. A 14 anni, già con i soldi per il taxi in mano. Quanto possono essere maturi, a quell’età? Li mandi in posti così con le tasche piene? Non so, magari so’ antiquato io. E invece ci sono artri che nun li lascerebbero mai, ‘sti fiji. Mia cognata, ad esempio. Si portava sempre in chiesa ‘sto regazzino di 5 anni. Ma che peccati vuoi che abbia fatto, a cinque anni? Ma fallo annà a gioca’ a pallone, no? Ma c’è una giustizia. Cosa ha ottenuto? Un tonto. Solo così può fini’ per i genitori che stanno troppo addosso a ‘sti bambini: o crescono tonti, o arriva il giorno che te menano. Io mi ricordo che portavo mio figlio a Villa Pamphili e, siccome che ero appassionato di fotografia, facevo i filmini. Con il sonoro. Ce le ho registrate quelle madri che dicono ai figli: “Non ti sporcare! Non sudare!”. A Villa Pamphili? E che ce li porti affà? Un giorno, ancora me lo ricordo, c’era un gruppo di ‘sti ragazzini, tutti con le tute nuove di zecca, immacolate. ‘Possiamo giocare anche noi?’, me fanno. ‘Eccerto che potete!’. Era piovuto da poco, il prato era tutto una pozza di fango. So’ tornati dalle madri che sembravano i carbonari der Sulcis. Avrei pagato pe’ vedè le loro facce!”.

E qui purtroppo siamo arrivati a destinazione. Chissà quante altre perle di saggezza avrei potuto condividere, altrimenti. Ve lo già detto che amo questa città? Amo la luce, i cieli, gli scorci, i panorami. Più di tutto amo il fatto che non sia tanto raro imbattersi in persone così.

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