Ultimo giorno

Ho in mente almeno un paio di post impegnati, ma oggi se ne impone uno più frivolo. Eccomi arrivata all’ultimo giorno, anzi all’ultima sera, da quarantenne. Domani abbandono la cifra tonda, almeno fino ai cinquanta. Non posso fare a meno di pensare che è passato già un anno dal mio luminoso compleanno social in Monferrato, a cui mi sorprendo di tanto in tanto a ripensare. Tra giovedì e venerdì, a Milano, ho riabbracciato Lorenza, Valentina, Linda, Paola, Jolanda e Veronica (con queste ultime mi sono persino trovata a disquisire di Sacher Torte, quando si dice il revival) e mi sono trovata a benedire, ancora una volta, questo strano mezzo che ci ha fatto incontrare, ciascuna al suo posto e nel suo spazio e, allo stesso tempo, così vicine quando si vuole.

Anche il convegno di sabato a Parma è stato, in qualche modo, un regalo di compleanno (senza che i protagonisti ne fossero consapevoli). Oggi mi guardavo da fuori, sotto il cielo azzurro di piazza del Collegio Romano, e mi piaceva quello che vedevo. Un lavoro in cui ancora credo, una figlia che comincia da avere la voce da grande al telefono, la capacità di entusiasmarmi per un progetto anche se non so se approderà a qualcosa di concreto. Più passa il tempo e più mi sembra che il trucco sia non paragonarsi al modello standard. Se cerco di misurarmi con il metro “degli altri”, di quello che il senso comune si aspetta da una donna di quarant’anni, mi saltano agli occhi tutte le mie mancanze e anomalie. Lo sguardo si ferma sulle voragini degli errori che non si possono recuperare e più mi affanno a inseguire la normalità più mi pare, beffardamente, allontanarsi.

Ma ora, mentre leggo i pre-auguri che mi arrivano in questo momento via mail, in simultaneità perfetta, dalla mia mamma e dalla mia sorella maggiore, mi dico che il trucco sta nel calcolare anche e soprattutto gli indicatori che solitamente non si prendono in considerazione. La capacità di commuovermi leggendo un libro o ascoltando un collega parlare del suo lavoro. Alcune idee che mi vengono e mi fanno pensare che il mio cervello, nonostante le apparenze, è ancora attivo. La curiosità, che mi ha sempre salvato. La capacità di essere felice “anche se”, e di esserlo sul serio e non per affettazione.

Sabato, a Parma, ho sentito acutamente la mancanza di una persona straordinaria e di cui sarebbe stato più che giusto sentire la voce e vedere il sorriso composto e ironico. Avrei voluto avere, in quel momento, una fede tale da pensare che era presente in spirito. Ma no, non arrivo a tanto. Purtroppo. La sento però presente in quei rapporti non formali che si sono cementati anche attraverso di lei e che mi rendono più facile la vita lavorativa quotidiana. Il primo appuntamento lavorativo di domani sarà con i colleghi della Caritas e anche questo per me è una specie di sorriso di lei.

Una volta, tanti anni fa, avevo scelto il cammello come mio totem. Del cammellino d’oro, comprato al Gran Bazar di Istanbul, ho scelto a un certo punto di liberarmi. Del cammello, quando ho aperto (nel 2004) questo blog mi colpiva soprattutto la capacità di resistere alla fatica, fino all’ultimo respiro. Oggi voglio tornare a quello che, originariamente, me lo aveva reso simpatico: il fatto di non essere un animale “bello” in senso classico, ma piuttosto una creatura piena di aspetti inattesi e non banali. Un animale che, nella storia, è stato indispensabile proprio per la sua peculiarità: se non lo avessero addomesticato, ci saremmo persi una fetta significativa del mondo conosciuto. Mai come oggi spero di essere come un cammello: capace di fare la mia parte, qualunque essa sia, senza far finta di essere qualcun altro.

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