Mi arrendo

Un post lungo e articolato sul convegno “Italia, terra d’asilo”, specialmente in queste settimane, non lo scriverò. Troppe energie sono succhiate dal lavoro ordinario e da quello straordinario, troppi gli appunti freneticamente presi sull’agendina turchese. Non mi resta che confidare nello zelo degli organizzatori e aspettare la pubblicazione degli atti, per condividere correttamente i molti contenuti.

Mi limito qui a ricordare qualche frase, qualche istantanea. Non è stata solo un’occasione di aggiornamento professionale. Mi sono sentita onorata di essere in una certa misura parte di un’Italia che mi rende fiera e che, nonostante tutto, esiste e resiste. Con azioni concrete, con caparbietà, con la giusta dose di denuncia ma senza lamentazioni sterili. Non so se tutti riuscite a cogliere il senso delle citazioni che foglio riportare qui, in ordine sparso, spigolando qua e là. Ma queste parole qui, sul mio blog, ci andavano per forza. Abbiate pazienza 🙂

“Bisogna vederla in faccia una persona che dorme in strada”. Almeno una volta. Specialmente se quella persona è fuggita dalla guerra e dalla tortura e credeva di essere in salvo, una volta arrivata qui.

“Cosa offre l’Occidente a chi arriva? Quello che si professa cristiano – ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ – non granché. Ma anche quello laico – liberté, fraternité, égalité – non ha dato grande prova di sé”.

“L’Italia potrebbe superare gran parte delle insufficienze del sistema d’asilo se solo ci si decidesse a prendere in mano alcune riforme, in gran parte già delineate. Se solo si inserissero in un contesto complessivo le esperienze eccellenti che esistono da anni. Sono misure ragionevoli, quantitativamente modeste, che permetterebbero di superare un’immagine vergognosa che il nostro Paese dà all’estero e allo stesso tempo di risparmiare in assistenza sociale. Non illudiamoci. Generando disagio, una spesa prima o poi qualcuno la deve fare. Ogni percorso di mancata integrazione ha il suo costo”.

“Parliamo oggi di queste esperienze e di altre, altrettanto valide, che magari non conosciamo. Parliamo della competenza e della passione di operatori, compagni, amici, che non si umiliano di fare ciò che serve, con contratti che a volte hanno una durata più breve dei permessi di soggiorno dei profughi. Tutte queste sono ricchezze, che offrono prassi già consolidate, che potrebbero essere estere a chi non ne beneficia. Questa è l’altra Italia e ci permettiamo di chiedere, ora, risposte concrete. Non ci accontentiamo solo di intenzioni: ci vogliono impegni precisi e coperture di spesa. Oggi si è accesa una speranza, si sente parlare un altro linguaggio: non è poco, ma non è sufficiente. Non si devono lasciare nuovamente soli i Comuni, chiamati a far fronte alle inadempienze del Governo. E, per prima cosa, si deve controllare attentamente come si stanno spendendo quelle risorse che si dice essere così scarse. E’ vero che si addestrano in Italia, a nostre spese, anche i carcerieri del centro di detenzione libico di Kufra? O che spendiamo la maggior parte dei fondi per finanziare un pattugliamento del Mediterraneo che spesso non interviene? Sentiamo dal telegiornale di pochi giorni fa che una nave italiana non ha soccorso dei profughi che si trovavano in acque territoriali non italiane. Ma la nave era vicina. Questi sono soldi buttati via, per non parlare della complicità nella morte di tante persone”.

“Per il mio Comune [di Milano] vado a caccia di finanziamenti nazionali ed europei, entrando in diretta competizione con altri territori. Questa è una prassi logica? La competizione è normale nel mercato, ma noi non riteniamo, per questo tipo di interventi, di trovarci in un mercato, ma in un Paese che dovrebbe essere in grado di dare risposte integrate… ”

“Tra luglio e ottobre abbiamo assistito sistematicamente a una gestione cialtrona degli sbarchi e degli arrivi. Dai bivacchi all’aperto di Lampedusa (che hanno un costo), i rifugiati sono stati trasferiti in un centro temporaneo a Pozzallo, e poi a Porto Empedocle, o in una palestra di Catania, o in un Palazzetto dello sport a Messina… Così per mesi, di sperpero in sperpero. Cosa volete che pensino queste persone dell’Italia? E cosa penserà l’Italia di queste persone? Possiamo calcolare quanto costa tutta questa cialtronaggine? Oggi, mentre si parla solo di crisi, l’Italia investe 300 milioni di euro per il controllo radar della frontiera sud della Libia. Chi decide queste priorità?”

L’inferno dei viventi non qualcosa che sarà; se ce n’e uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo
durare e dargli spazio.

I. Calvino, Le città invisibili

 

Grazie a Gianfranco, Giancarlo, Emilio, Luigi, Adele, Michele, Filippo, Martino, Maurizio, Isabelle, Salvatore e a tutti quelli che adesso non ho modo e testa di menzionare adesso, ma che danno sostanza ai miei anni passati e spero futuri. Insieme, ciascuno a suo modo, “trainati dalla nostalgia di ciò che ancora non conosciamo”.

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