Meglio che niente?

E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms). 

 

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