Sui talkshow


Da tempo evito di guardare programmi serali che non farebbero che aumentare la mia frustrazione e il senso di impotenza che provo sempre più spesso. E’ una sorta di regola che mi sono data e ieri l’ho violata clamorosamente. Mi segnalano che a Ballrò interviene Monsignor Perego, una delle persone più competenti e profonde che conosco in tema di migrazioni. Ok. Cedo. Sapevo che mi sarei pentita e infatti è stato così. Anche perché altri ospiti della trasmissione, oltre a Carlotta Sami dell’UNHCR, erano Salvini e Sallusti. E qui stendo un velo di autocensura, perché davvero un “dibattito” così non merita commenti o considerazioni specifiche. Ve lo potete immaginare facilmente.

Però una considerazione più generale voglio farla e condividerla con voi. Qual è esattamente la finalità di questi numerosi talkshow serali, che mi pare ambiscano a commentare i principali fatti di cronaca e di politica? Pensiamo positivo. Immaginiamo che servano a dare a chi guarda un’occasione di approfondire, capire meglio, soffermarsi per qualche minuto su dei concetti al di là dei frenetici strilli delle ultim’ore.

No, basta pensare un attimo per realizzare che non deve essere questa la finalità. Perché altrimenti questa smania del contraddittorio a tutti i costi non si capirebbe. Soprattutto, visto che lo spazio è ridotto, ridottissimo, si cercherebbe di lasciare la parola a chi ha qualcosa di concreto da argomentare, a chi se ne intende. Non a chiunque abbia aperto bocca sull’argomento, magari per mere finalità ideologiche.

Esempio: se voglio spiegare ai lettori la contraccezione, darò la parola a un medico, a un ginecologo, a un operatore di consultorio. Magari lascerò fuori dalla scaletta il leader religioso folkloristico di turno che, dando sulla voce all’esperto, si metterebbe magari a tuonare che “sono tutte porcherie”. Qual è l’utilità, se non precludere la comprensione del messaggio? Una cosa sono diversi punti di vista o interpretazioni, utili a un inquadramento più completo, un’altra sono le tifoserie e i battibecchi sterili.

Ma, mi si dirà, sarebbe noioso. Un po’ di vivacità ci vuole. Altrimenti la gente cambia canale. Solo questa mi sembra la motivazione giornalistica per dare voce, invece che a bravi divulgatori (rari, ma esistono) a politicanti e personaggi beceri, capaci solo di alzar la voce e fare sfoggio di sfrontatezza.

Se è così (e sospetto che sia così), alzo le mani. Ma la finalità di un talkshow politico impostato così qual è, esattamente? Dare spazio al più prepotente? Rafforzare l’opinione di molti in merito al fatto che la politica non ha nulla a che vedere con la competenza, il pensiero, la correttezza del confronto, il bene comune? Perché certo la parola “informazione” mi pare fuori luogo, in questo caso.

Ieri sera, nella prima parte della puntata di Ballarò, non si è fatta informazione sull’emergenza ISIS o sulle migrazioni. Si è solo dimostrato che Monsignor Perego ha un self control ammirevole, che Salvini e Sallusti sono fedeli ai propri rispettivi ripugnanti personaggi e che le signore in studio probabilmente si mangiavano il fegato quanto me e non sono riuscite a nasconderlo, risultando peraltro “perdenti”.

Esagero? C’è qualcosa che mi sfugge? Illuminatemi.

Perché mi piace Pechino Express


Ammetto che talora mi compiaccio di una certa aura intellettuale che mi viene attribuita da chi mi conosce superficialmente. Non la smentisco, diciamo. Quando guardo streaming di buona qualità su MyMovies, in genere lo twitto. Mi è capitato di recensire, anche qui, libri e film di un certo grado di impegno.

Ma non faccio nemmeno mistero di essere spettatrice abbastanza fedele di Pechino Express. Non dalla prima edizione, che ho perso (la conduzione di Emanuele Filiberto non so se l’avrei retta), ma a partire dalla seconda stagione. Ieri quindi ero sintonizzata su Rai 2, a fantasticare davanti all’oro degli stupa birmani, in compagnia di un piccolo gruppo di ascolto tutto social, dislocato qua e là per la Penisola.

Non starò qui a sostenere che si tratti di un programma irrinunciabile, incentrato su un attento approfondimento delle culture locali e denso di riflessioni filosofiche. Niente di tutto ciò. E’ un programma di intrattenimento, che si avvale a piene mani delle formule abbastanza sicure (e talora un po’ stereotipate) per accattivarsi il consenso del pubblico: le modelle smorfiose, i bellocci, i ricchi antipatici… Però ci sono alcune cose che apprezzo e che, secondo me, rendono la visione non solo tollerabile (il che, in prima serata RAI,  di per sé una notizia), ma persino godibile.

1. C’è una certa autoironia di fondo, un sottile prendersi in giro accentuato certamente dalla conduzione di Costantino della Gherardesca. Manca del tutto l’insopportabile trionfalismo da villaggio turistico di serie B e anche le affettazioni di amore tra i concorrenti che hanno il potere immediato di farmi cambiare canale.

2. Il gioco è divertente. Oggettivamente. Non inutilmente estremo, non umiliante, non insultante. Il turpiloquio è assai limitato.

3. Il pregio maggiore è che fa entrare nelle case, sia pure in pillole facili da ingoiare, il concetto che c’è un mondo, là fuori. Un mondo fatto di storia, di popoli, di religioni, di gente di tutti i tipi, di ricchezza e di povertà. Talvolta, peraltro, si butta là una testimonianza forte (penso alla visita ai luoghi della guerra del Vietnam, lo scorso anno), con un’aria di leggero understatement, ma sempre con sobrietà e rispetto. A volte gli approcci alle culture locali sono un po’ goffi, ma non si ridicolizza mai. Certo, non è un documentario. Ma si annusa, eccome. E magari dietro queste riprese leggere a qualcuno viene il dubbio che il mondo non sia proprio come ce lo raccontano i telegiornali. O quantomeno qualcuno si renderà conto di quante cose non ci vengono mai raccontate. Aspetto con curiosità che il viaggio arrivi in Malesia e Indonesia, per vedere finalmente la televisione che si imbatte un Islam meno stereotipato del solito.

4. E’ un programma che, più di altri, si presta a una visione social. Suvvia, non si può twittare come matti seguendo un film o uno sceneggiato. Ma Pechino Express, come tempi e come spunti, è perfetto. E, non casualmente, l’account del programma (@PechinoExpress) e lo stesso conduttore (@CdGherardesca) offrono tutto il supporto possibile, proponendo in tempo reale immagini, battute, filmati.

Insomma, bravi. L’unico effetto collaterale è una voglia spasmodica di viaggiare per l’Asia da parte a parte, non necessariamente in autostop, ma insomma, neanche in villaggio Valtour. Diciamo che la lista dei Paesi dove vorre assolutamente andare si allunga di puntata in puntata. Non mi basterà una vita, temo.

P.S. Però alla prossima edizione pretendiamo la squadra dei blogger.

Meglio che niente?


E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms).