Perché mi piace Pechino Express


Ammetto che talora mi compiaccio di una certa aura intellettuale che mi viene attribuita da chi mi conosce superficialmente. Non la smentisco, diciamo. Quando guardo streaming di buona qualità su MyMovies, in genere lo twitto. Mi è capitato di recensire, anche qui, libri e film di un certo grado di impegno.

Ma non faccio nemmeno mistero di essere spettatrice abbastanza fedele di Pechino Express. Non dalla prima edizione, che ho perso (la conduzione di Emanuele Filiberto non so se l’avrei retta), ma a partire dalla seconda stagione. Ieri quindi ero sintonizzata su Rai 2, a fantasticare davanti all’oro degli stupa birmani, in compagnia di un piccolo gruppo di ascolto tutto social, dislocato qua e là per la Penisola.

Non starò qui a sostenere che si tratti di un programma irrinunciabile, incentrato su un attento approfondimento delle culture locali e denso di riflessioni filosofiche. Niente di tutto ciò. E’ un programma di intrattenimento, che si avvale a piene mani delle formule abbastanza sicure (e talora un po’ stereotipate) per accattivarsi il consenso del pubblico: le modelle smorfiose, i bellocci, i ricchi antipatici… Però ci sono alcune cose che apprezzo e che, secondo me, rendono la visione non solo tollerabile (il che, in prima serata RAI,  di per sé una notizia), ma persino godibile.

1. C’è una certa autoironia di fondo, un sottile prendersi in giro accentuato certamente dalla conduzione di Costantino della Gherardesca. Manca del tutto l’insopportabile trionfalismo da villaggio turistico di serie B e anche le affettazioni di amore tra i concorrenti che hanno il potere immediato di farmi cambiare canale.

2. Il gioco è divertente. Oggettivamente. Non inutilmente estremo, non umiliante, non insultante. Il turpiloquio è assai limitato.

3. Il pregio maggiore è che fa entrare nelle case, sia pure in pillole facili da ingoiare, il concetto che c’è un mondo, là fuori. Un mondo fatto di storia, di popoli, di religioni, di gente di tutti i tipi, di ricchezza e di povertà. Talvolta, peraltro, si butta là una testimonianza forte (penso alla visita ai luoghi della guerra del Vietnam, lo scorso anno), con un’aria di leggero understatement, ma sempre con sobrietà e rispetto. A volte gli approcci alle culture locali sono un po’ goffi, ma non si ridicolizza mai. Certo, non è un documentario. Ma si annusa, eccome. E magari dietro queste riprese leggere a qualcuno viene il dubbio che il mondo non sia proprio come ce lo raccontano i telegiornali. O quantomeno qualcuno si renderà conto di quante cose non ci vengono mai raccontate. Aspetto con curiosità che il viaggio arrivi in Malesia e Indonesia, per vedere finalmente la televisione che si imbatte un Islam meno stereotipato del solito.

4. E’ un programma che, più di altri, si presta a una visione social. Suvvia, non si può twittare come matti seguendo un film o uno sceneggiato. Ma Pechino Express, come tempi e come spunti, è perfetto. E, non casualmente, l’account del programma (@PechinoExpress) e lo stesso conduttore (@CdGherardesca) offrono tutto il supporto possibile, proponendo in tempo reale immagini, battute, filmati.

Insomma, bravi. L’unico effetto collaterale è una voglia spasmodica di viaggiare per l’Asia da parte a parte, non necessariamente in autostop, ma insomma, neanche in villaggio Valtour. Diciamo che la lista dei Paesi dove vorre assolutamente andare si allunga di puntata in puntata. Non mi basterà una vita, temo.

P.S. Però alla prossima edizione pretendiamo la squadra dei blogger.

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