Messe ebraiche e altri dubbi

Oggi un ragazzo di seconda media mi ha chiesto quali sono “più o meno” la fasi della messa degli ebrei. Io ho cercato di spiegare a lui e ai suoi compagni che si trattava di una domanda a cui, con tutta la buona volontà, non si può rispondere. Non era una domanda provocatoria, il ragazzo era in buona fede. Ho cercato di cogliere l’occasione per dire che quando ci mettiamo di fronte a qualcosa di nuovo per noi, il primo sforzo da fare è sgombrare la mente. Eppure spesso, anche in contesti scolastici, siamo addirittura invitati a riempire caselle, a compilare formulari e a ideare schemi validi un po’ per tutto. In generale.
Poco prima, su Facebook, assistevo a un pacato quanto ordinario scambio di giudizi e valutazioni, ancora una volta “in generale”, sul velo islamico. Nessuno potrebbe dire (neanche io!) che sia illegittimo farsi un’opinione e anche, in qualche modo, dare un giudizio su una qualsiasi pratica religiosa. Noto solo che quando la definizione comprende milioni di persone, accomunate da qualcosa, ma diversissime sotto molti altri aspetti, il giudizio è talmente generico da non essere particolarmente utile. Ho sufficiente esperienza di cantonate prese da avere ben chiaro in mente che sono molte le cose che non posso immaginare, eppure esistono. Nel bene e nel male. La vecchiaia mi suggerisce di essere meno categorica, per ciò che riguarda gli altri, ma anche per ciò che riguarda me stessa.
Eppure ci sono due cose, oggi pomeriggio, che non arrivo proprio a capire. La prima riguarda il comune e giustificatissimo sdegno per le ragazze rapite in Nigeria. L’esperienza spicciola mi suggerisce che se una o anche tutte queste ragazze che non esitiamo a definire “figlie nostre” cercassero asilo in Italia, probabilmente daremmo per scontato che sono qui per prostituirsi e ci adopereremmo per rimandarle indietro. Salvo poi “aiutarle a casa loro”, via sms (una tantum).
La seconda mi ronza in testa da quando ho visto la Meloni spiegare in taillerino che soccorrere così tanti migranti in mare è una spesa che non ci possiamo permettere. Oggi, giorno in cui 400 persone hanno fatto naufragio a largo di Lampedusa, mi domando se davvero ciascuno di noi, preso singolarmente, vedendo una persona che rischia di morire (per non parlare di un cane o di un gatto) non farebbe tutto quello che può per soccorrerlo, ritenendolo un obbligo ineludibile e neppure meritevole di discussione. Perché come collettività assistiamo inerti a stragi così assurde di donne e bambini e lo troviamo persino giustificabile? Questa è davvero una cosa che non capisco.  Ma magari è un mio limite.

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