Per cambiare l’ordine delle cose. Riflessioni sparse a caldo

Avevo visto il film di Andrea Segre e ve ne avevo anche parlato qui. Mi interessava l’idea che da quel film scaturisse una proposta e per questa ragione ieri ho passato la giornata (del mio compleanno, di domenica) qui. Non me ne sono pentita, anche se – come è ovvio che sia – una carrellata di interventi diversissimi e di parole dette mi ha lasciato più dubbi e domande che euforia o appagamento. Il che, evidentemente, è normale per la mia età e per “il cumulo delle memorie” che incombe sulla mia testa. Vorrei comunque fermare qualche punto su cui ho bisogno di pensare ancora. In ordine sparso, senza pretesa di priorità.

  1. Integrazione come comune rivendicazione. Gli interventi che hanno suscitato più entusiasmo ieri sono stati quelli che richiamavano ad esperienze di lotta comune, di rivendicazione comune. “Siamo dalla stessa parte”. L’analisi, in termini ampi, convince. Ne ha parlato bene Nicoletta Dentico. In una prospettiva macro certamente siamo tutti dalla stessa parte, quella degli sfruttati. E’ importante portarlo a coscienza. Ma non posso fare a meno di notare che l’esperienza di “fare cose insieme” sembra convincere molto di più quando è un “fare contro”. Altre esperienze, che pure sono state richiamate (il volontariato di Legambiente e altre proposte simili), mi è parso che scaldassero molto meno i cuori e hanno fatto alzare qualche sopracciglio. Questo, dopo tanti anni, mi fa pensare e mi fa sorgere il dubbio che se lo schierarsi insieme contro diventa l’unica dimensione, si rischia di non centrare il cuore della questione. Non fraintendetemi, scendere insieme in piazza è bello, gratificante, sperabilmente tornerà a essere anche utile. Ma partecipazione politica attiva è anche molto altro, che richiede mediazioni, fatica, insuccessi, fraintendimenti, chiarimenti e ancora fraintendimenti. Sono convinta che chi ha parlato ieri lo abbia ben presente, nella pratica quotidiana. Ma serve davvero un minimo di approfondimento in più su questo punto.
  2. L’accoglienza come “insieme che giustifica”. Questa prospettiva è interessante e merita un po’ di riflessione. I migranti che arrivano spontaneamente sono legittimati a restare solo se nella procedura d’asilo e l’accoglienza diventa sempre più requisito di fatto per restarci. E’ come se la prospettiva si fosse capovolta: l’accoglienza non è più opportunità per chi ne ha bisogno, ma essa stessa via d’accesso all’opportunità di essere, sia pur temporaneamente, “legali”. Non direi che sia proprio formalmente così (è possibile fare richiesta d’asilo senza usufruire dell’accoglienza), ma certo è vero che l’esclusione dall’accoglienza complica anche la procedura. Le implicazioni di questa prospettiva sono varie. Una molto evidente è il malessere degli operatori dell’accoglienza, che si sentono a disagio con il loro ruolo al punto da chiedersi quale sia (bancomat? controllore? o cosa?). Qualcuno ha rimarcato come l’operatore dell’accoglienza non possa essere “neolaureato”, da più parti si è fatto cenno al precariato, alla contrattualizzazione inadeguata, eccetera. Io farei un passo indietro e direi che il moltiplicarsi degli operatori dell’accoglienza è potenzialmente una grande opportunità. Certamente gli obiettivi del sistema di accoglienza rischiano di essere poco chiari a chi la fa. Non so se questo sia da attribuirsi alla scarsa formazione dell’operatore: io personalmente non sono convinta che l’operatore dell’accoglienza debba necessariamente essere un professionista con specializzazione e consolidata esperienza. Se diciamo che l’accoglienza deve essere molto più fortemente integrata nel welfare ordinario, l’operatore dell’accoglienza deve soprattutto essere un facilitatore, un problem solver, ma più ancora un membro attivo della sua comunità, un cittadino credibile che, possibilmente anche in quanto tale, ha gli elementi di formazione specifica utili a capire di cosa si parla. La responsabilità dell’accoglienza è pubblica (nel senso di statale), l’interfaccia dovrebbe essere curata professionalmente dalla cittadinanza (e quindi, in questo senso, pubblica anch’essa, non privata). Capisco che questo concetto non sia molto chiaro, mi piacerebbe parlarne ancora.
  3. Di chi parliamo? Ieri per me è stato chiarissimo che ciascuno faceva riferimento a una porzione specifica dell’insieme astratto “migranti”, quella di cui aveva diretta esperienza. Tutte categorie esistenti in Italia, certe volte esistenti nell’esperienza della stessa persona a mesi o a anni di distanza: giovani lavoratori nel pieno delle forze, persone gravemente traumatizzate con importanti disagi psicologici e cognitivi, vittime, eroi, attivisti, persone passive o passivizzate. Resto convinta che le definizioni, che sono e restano delle trappole, restano inevitabili e persino utili, a condizione che rimaniamo consapevoli del fatto che sono sempre relative e che inevitabilmente le definizioni stesse che scegliamo finiscono per modificare la realtà, in un senso o nell’altro. La complessità non deve essere mai essere persa di vista. Mi ha fatto riflettere che ieri sia stato affermato che molti migranti che sbarcano in Italia “non sono migranti forzati” (forse si intendeva “non sono rifugiati ai sensi della definizione della Convenzione di Ginevra”? O, concetto ancora diverso, “se avessero avuto la possibilità di scegliere non avrebbero chiesto protezione internazionale”?) e, poche ore prima, che quando un giovane ghanese, straziato fisicamente e psicologicamente dall’esperienza in Libia, rinuncia a proseguire il suo percorso migratorio, il suo rimpatrio “non ha nulla di volontario”.  Sul concetto di volontarietà della migrazione, anche quella che ha motivazioni economiche, si potrebbero scrivere e sono stati scritti volumi. Così come sul fatto che anche quando la migrazione è davvero volontaria, prodotto di una scelta soppesata e consapevole rispetto a una reale alternativa tra restare e partire, è molte volte traumatica. Tutta questa “filosofia” non risolve le questioni pratiche, ma magari aiuta a sentirci meno saccenti…
  4. Permesso di soggiorno per tutti, accoglienza per tutti. A un certo punto è stato esplicitato che questo era l’obiettivo ultimo dell’assemblea e che bisognava iniziare a definire la pratica concreta per riuscire ad arrivarci. Io capisco il senso universalmente valido della frase, ma vorrei più di questo, come obiettivo ultimo. Vorrei che il senso ultimo fosse nuova cittadinanza comune, comunità capaci di promuovere lo sviluppo umano integrale di tutti. Il punto è davvero al di là del rilascio del permesso di soggiorno, anche se nelle pratiche per arrivarci da questo punto non si può prescindere.
  5. Vincere stereotipi con altri stereotipi? Ho sofferto un po’ per una frase di Annalisa Camilli, nella sua relazione di apertura, che faceva riferimento al fatto che le parole dell’accoglienza sono mutuate da organizzazioni cattoliche “che hanno chiaramente un approccio più assistenzialista”. Mi è ovviamente chiaro cosa si intendeva dire e in una comunicazione sintetica e veloce un buon grado di approssimazione può passare, ma non posso fare a meno di notare che anche in questo caso le definizioni hanno la loro importanza. Una certa impronta assistenzialistica caratterizza certamente moltissime manifestazioni del welfare e del volontariato italiano, non necessariamente cattolico (anzi!). Può essere attribuibile a un tratto culturale riconducibile alla storia della pratica cattolica in Italia, ma la dottrina sociale della Chiesa Cattolica è una cosa diversa ed è a quella che le principali organizzazioni cattoliche si ispirano, non da oggi. Altrettanto falso mi pare dire che le organizzazioni cattoliche in genere “non si interrogano sulle cause” (della povertà, delle migrazioni…) e puntano sulla solidarietà più che sulla giustizia. Più in generale, mi ha disturbato l’assunto (non detto, ma a volte “ammiccato”) che questa riflessione per essere credibile debba essere portata avanti da “non credenti” (passatemi la definizione approssimativa) o da persone che ovviamente non attribuiscono alcuna rilevanza alla dimensione religiosa, in quanto non pertinente né utile ai temi trattati (addirittura, potenzialmente deleteria, abbiamo visto). Lo stesso atteggiamento nel mondo relativo alla migrazione quasi a tutti i livelli, anche istituzionali (non a caso al dialogo interreligioso si finisce per dare un’accezione poliziesca – ad es. il controllo degli imam – o di belle parole di circostanza per gli incontri ufficiali). Cosa intendo con questo? Che se si vuole riflettere sul concetto di comunità, di vivere insieme e di agire insieme, bisogna anche a un certo punto porsi il tema del pregiudizio e dello stereotipo in generale. Non solo di quelli culturalmente attraenti per queste platee (che pure è molto utile evidenziare e contrastare), come  il colonialismo e il sessismo…

One thought on “Per cambiare l’ordine delle cose. Riflessioni sparse a caldo”

  1. Alcune delle tue riflessioni danno parole alle mie su quella giornata.
    1. L’accoglienza merita momenti di riflessione anche di visioni contrapposte, ma non bisogna necessariamente essere contro. Si può cominciare a muoversi dentro un sistema con l’obiettivo di migliorarlo, di renderlo efficace ed efficiente. Nonché umano.
    2. I migranti sono qualcosa in più dei loro problemi. Sono i loro sogni e le loro speranze.
    3. Non credo proprio che le associazioni cattoliche si muovono in una visione meramente assistenzialistica, ma anche il capirne il pensiero oltre all’etichetta secolarizzata richiede impegno e mente aperta.
    4. Faccio mio un punto emerso dall’assemblea ma forse meno attraente: cominciamo a pensarci comunità interconnessa, non solo per scendere insieme in piazza, ma per collaborare e presentare temi complessi a chi, talvolta, nei nostri quartieri è troppo preso dai problemi della sua esistenza per comprendere il momento storico delicato che qualcuno vuole ridurre a slogan.
    Forse non si animano le folle con certi pensieri, ma si cambia il senso delle cose.

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