Rabbia


Tribune elettorali. Quanto suona bene l’argomento degli sbarchi interrotti. Il Centro di Lampedusa vuoto. L’Italia dispensata anche dallo sporcarsi le mani con respingimenti: ormai lo fanno i libici nelle loro acque territoriali. Gli argomenti per controbattere sono molto più deboli. Così non facciamo arrivare gente che noi stessi riconoscevamo bisognose di protezione: somali, eritrei, nigeriani, avoriani… Ormai non è più un problema nostro. Poveracci. Ci penserà Gheddafi. E’ un crimine internazionale. Ma non è perseguito e in effetti tanti altri crimini internazionali non sono perseguiti né realisticamente perseguibili. Mandiamo a morire persone vere, con nomi e cognomi, magari sorelle, nipoti, figli di nostri amici qui. Le disgrazie succedono. E poi chi li conosce questi vostri amici?

Un vortice di impotenza. Ho provato a immedesimarmi con chi si trovava, poco fa, a rispondere a La Russa. Non so se avrei saputo rispondere. Cioè, sarei stata certamente in grado. Ma con quale efficacia? Zero. Curiosamente questa sensazione me ne richiama un’altra. Oggi ho letto un articolo corposetto in inglese su nota (agli addetti ai lavori) rivista scientifica che qualcuno si è preso il disturbo di dedicare alla pessima recensione di un libro da me pubblicato qualche anno fa. Alcune critiche sono davvero discutibili. Altre possono avere un fondamento. Ma quello che colpisce è la finalità: non certo quella di una critica costruttiva. Altre logiche, a cui non sono abituata. Fa pensare.


"Per favore, disegnami una pecora". Meryem una volta mi ha espresso questa richiesta (omettendo il verbo e l’articolo, ma brandendo inequivocabilmente un pennarello), che suona familiare ai lettori del Piccolo Principe. La guerrigliera spesso mi chiede di disegnare per lei e i suoi soggetti preferiti al momento sono: suo padre, carote, pesci, serpenti, tartarughe e, occasionalmente, elefanti e, appunto, pecore. Ma domenica per la prima volta ha fatto una cosa che mi ha commosso: un disegno tutto da sola, alternando i colori e alla fine rimettendoli persino nella scatola (ok, questo è davvero un episodio isolato). Poi, a completarlo, mi ha chiesto di aggiungere in un angolo un "pesce rosa". Praticamente un logo.

Domenica sera c’è stato anche un primo accenno di pipì nel vasino. Non mi pare che ancora riconosce gli stimoli. Però ultimamente spesso chiede di stare seduta sul vasino e io la accontento abbastanza, per vedere che succede. Solitamente nulla, ma domenica per la goccia che ha prodotto, le ho fatto un po’ di festa. E’ anche entusiasta dello sgabellino Ikea er arrivare al lavandino, regalo della tata:ora lavarsi i denti è praticamente un must. Di durata infinita. Io, per tenere una parvenza di coscienza ecologica, cerco di limitare lo spreco incontrollato di acqua… Ma insomma, sono piccoli inequivocabili segnali di indipendenza. Mi sembra cresciuta, di colpo.


In realtà c’era un’altra cosa che volevo scrivere, già ieri. Da un paio di settimane almeno i miei pensieri girano intorno a un dubbio, a un pensiero. Tutto è nato dalla costatazione che al dunque è molto difficile immaginare una forma credibile di mobilitazione, di ribellione, di protesta civica o quel che si vuole. Mugugnare è inutile, ma che fare di concreto per arginare questo disastro? E’ il modo stesso in cui la nostra vita è organizzata a lasciare poco spazio a queste forme. O forse, come meditavamo con la mia amica Elisabetta, la protesta non ha rinnovato i suoi linguaggi: le manifestazione tendono ad essere eventi, o imbarazzanti revival di slogan datati. Per un attimo ho creduto che il blog, internet, i social network potessero essere strumenti efficaci. Ho aderito con entusiasmo alla Blogaction, lanciata da Panzallaria. Ma ora mi rendo conto che questi potenziali strumenti sono anche comodi alibi. Si clicca, si aderisce in spirito, si scrive qualche riga indignata come sto facendo io adesso. Ma che impatto ha questo sulla vita reale? Non sarà che bastano a farci sentirci appagati nei nostri ritagli di tempo, senza metterci in gioco sul serio? Comodo, per carità. Funzionale. Ma a cosa? A una politica del dopocena solitario? Smentitemi, please.


Censurando la giornata di ieri, da dimenticare sotto ogni rispetto, stamattina ho scoperto due cose: che varicella in turco si dice su cicegi, che poi sarebbe "fiore d’acqua" (chissà perché, poi); ma soprattutto che Meryem è sufficientemente alta per aprire da sola la porta di casa e uscire. E non esita a farlo. Devastante.


Varicella?

Aggiornamento. Ebbene sì, la guerrigliera si appresta ad affrontare la prima malattia esentematica della sua vita. E io con lei. Mi auguro che il mio ruolo sia solo di supporto e cura e non di co-paziente. Pare infatti che io la varicella non la abbia ancora avuta. Nizam non si sa e sarebbe troppo complicato accertarlo adesso, per motivi linguistici, ma anche per le fallaci registrazioni della sua infanzia curda. Probabilmente basterà aspettare….


L’ONU "non conta un fico secco". Figuriamoci noi del Centro Astalli, con i nostri comunicati… Questi sì che sono incentivi a continuare a lavorare: per due soldi, senza neanche uno straccio di ufficio efficiente e con la certezza matematica di non scalfire nulla e nessuno. Pat pat di incoraggiamento cercasi, anzi supplicasi.


Giardiniere, apri la porta del giardino.
Non sono un ladro di fiori.
Io stesso mi sono fatto rosa.
Non vado in cerca di un fiore qualsiasi.

Questa poesia è stata trovata in tasca a un ragazzo di 13 anni, Zahir, morto travolto dal TIR sotto il quale cercava di nascondersi, sulla strada tra Venezia e Mestre. Perché si nascondeva? Perché sapeva che se al porto di Venezia lo avessero trovato, lo avrebbero caricato sulla stessa nava con cui era venuto e rimandato in Grecia. In Grecia i ragazzini afgani come lui li mettono in carcere, in celle piccolissime insieme ad adulti. Spesso la polizia li malmena o addirittura li tortura. Inutile chiedere asilo, perché le possibilità di ottenerlo sono pari a zero. Verranno rimandati in Turchia e da lì in Afghanistan. Ciò quella stessa terra da cui i loro genitori hanno pagato tutto quello che avevano per salvarli, ad esempio, dai talebani, che passano di porta in porta per "reclutare" bambini anche piccolissimi. Cioè, in pratica, per salvarli da quella stessa situazione che ha autorizzato noi occidentali a bombardare lungamente il paese, per esportare i diritti umani. Peccato che a Patrasso, a Igoumenitsa, a Venezia, a Ancona, a Roma queiragazzi di diritti umani non vedano la minima traccia. Forse li abbiamo esportati tutti in Afghanistan e in Iraq.


Ogni volta che chiamo "ragazze" le mie amiche Marielou, Misa e Rosaria penso che dall’esterno qualcuno potrebbe pensare che sono strana davvero. Le ragazze hanno tutte passate i 60 e sono ben avviate verso i 70 (una se non erro li ha già raggiunti). Io stessa non so se alla verde età di 36 anni mi definirei a bruciapelo "ragazza". Ma loro sono ragazze davvero, non potrei chiamarle altrimenti. Non ha nulla a che fare con l’anagrafe e, diversissime, sono per certi versi molto più affini e vicine di alcune altre mie amiche di diversa fascia anagrafica. In questi momenti di scoraggiamento e di isolamento, sapere di averle vicine (anche se ci sentiamo e vediamo troppo poco rispetto a quanto sarebbe necessario, almeno a me) è un conforto vero. Grazie, ragazze.


"La storia è maestra di vita, ma non ha mai avuto nessun allievo", usava dire il professore di mia madre. In questi giorni parlo molto con lei, che ha vissuto l’avvento del fascismo e tutto ciò che ha seguito. La frustrazione di sentire i media dire falsità, sistematicamente (entrambi i miei nonni sono andati al confino perché sentivano Radio Londra per sapere come andava davvero la guerra…).

Cerco di annotare mentalmente i passi salienti delle conversazioni di questi giorni. "Perché il Vaticano non dice niente?". Primo: non è del tutto vero. Secondo, più importante: ma noi italiani abbiamo sempre bisogno che sia il Papa a dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato? Siamo o non siamo uno Stato democratico e teoricamente laico? (A questo proposito: soprassiedo per pudore sulla veglia laica di ieri sera).

Oggi ho i pensieri particolarmente ingarbugliati.

Che fare?


Qualcosa bisogna pur fare, per prendere le distanze da questo cumulo di orrori politici e di applausi. Sì, ma cosa? Ancora una volta ho la sensazione, condivisa con quelli con cui mi confronto, che gli spazi per questo siano esigui, se pure esistono. La differenza è che stavolta ho la netta sensazione che siamo andati oltre e che stiano succedendo cose troppo gravi e gravide di conseguenze per sospirare e alzare le spalle. Ma cosa fare, esattamente? Qualcuno ha qualche idea? Stasera andrò a una veglia laica, ma temo fortemente di tornare a casa con la solita sensazione di tanto sbattimento per nulla. Ci andrò, perché allo scoramento preventivo non si deve cedere. Ma poi?