A questo punto ho l’impressione che la bimba prema e spinga da tutte le parti possibili. E mi sembra impossibile che sia già passato tutto questo tempo. Mi ricordo ancora di quando mi segnavo le settimane sull’agenda e maggio, giugno erano lontanissimi. Ora ci siamo e io, nonostante tutto, non credo di aver pienamente realizzato. Ho varie preoccupazioni, questo sì, e non tutte hanno direttamente a che fare con il prossimo lieto evento. A volte sono insofferente per il fatto di non riuscire a fare tutto quello che vorrei, con questa pancia che tira e pesa. Ma va anche detto che non sono mai stata trattata come se fossi stata di vetro in questa gravidanza: Nizam, proveniente da dove la crescita zero non si sa cosa sia (il numero dei suoi nipoti si aggira intorno ai 25 ed è in costante aumento), non considera la gravidanza "un’esperienza pazzesca", ma un fatto assolutamente all’ordine del giorno, che non stravolge più di tanto il normale andamento della vita quotidiana. A volte avrei voluto essere considerata un po’ più speciale, ma in fin dei conti questo suo atteggiamento mi ha fatto un gran benee credo che, oltre alla fortuna, sia stato una componente di questi mesi singolarmente privi di acciacchi e di malesseri.

E ora staremo a vedere cosa ci riserva il prossimo futuro. Nascerà prima? Nascerà dopo? Come reagirò, fisicamente e emotivamente? E "tutto il resto", come si andrà a collocare? Al momento di andare al convegno di Pavia mi ero fatta molti problemi, che si sarebbero poi rivelati esagerati rispetto alla realtà. Ora non azzardo nemmeno previsioni.

Antonella


Una delle mamme, quella di Pietro, è andata in cielo e mi piace pensare che ora il paradiso sarà un posto più accogliente. Non c’è persona da cui mi sia sentita più profondamente accolta, con vera intelligenza e sensibilità. I suoi fiori, la sua cucina incredibile, le sue battute graffianti, i suoi occhi scintillanti di ironia. Sono andata ospite a casa sua la prima estate che, dopo la burrascosa separazione da mio marito, trascorrevo insieme a Nizam. I miei genitori ancora stentavano molto ad accettare la situazione e di fatto, anche quell’estate, non ci hanno voluto incontrare insieme. Lei ci aprì la sua casa, senza commenti, senza giudizi, con l’affetto di sempre. Il primo giorno era in cucina a preparare una pasta al forno con tutti i crismi, da siciliana vera. Pensai che naturalmente Nizam avrebbe dovuto farne a meno, dato il prosciutto e il soffritto di vario genere suino che costituiva parte integrante della ricetta. Ma non avrebbe sofferto la fame: la tavola traboccava comunque di verdure, pesce, formaggi di ogni genere…. Quando ci siamo seduti a tavola, con mia grande sorpresa, ho visto che le teglie di pasta al forno erano due: una con e una senza maiale. Questa è Antonella. Avrei dovuto chiamarla professoressa, perché l’Università era il contesto in cui ci eravamo conosciute. Ma la chiamavo, istintivamente, “signora”. Una volta, preoccupata che si potesse offendere, mi sono messa a spiegarle un po’ imbarazzata che per me “signora” è di più di “professoressa”. Lei ha riso e ne ha convenuto. “Però chiamami Antonella”.


Maggio è il mese delle mamme, mi dicono i ricordi delle elementari. Questo maggio 2007 è un mese difficilissimo per almeno tre mamme che conosco: quella del mio amico Pietro, quella di Nizam e – per fortuna in misura minore – per la mia. Non so se credo nei miracoli, ma mi piacerebbe. Le tre mamme in questione ci credono, ciascuna a suo modo, e hanno per questo tutta la mia ammirazione. Io non posso che raccomandarle alla mamma per eccellenza delle nostre religioni, quella Meryem da cui prenderà il nome mia figlia.


Mancano meno di tre ore al momento in cui lascerò questa scrivania. Posso dire che mi sarei aspettata almeno un salutino collettivo dei colleghi? Che so, un caffè insieme. Una telefonata del direttore. Non voglio parlare prima del tempo, ma finora non mi pare si sia mosso nulla. Però in compenso, con mia grande sorpresa, sono venuti ad invitarmi a pranzo due colleghi alla lontana, che lavorano all’ufficio internazionale del Jesuit Refugee Service. Mi ha fatto piacere.

Sono un po’ abbacchiata. Un po’ per le brutte notizie su amici e conoscenti che continuano ad arrivare copiose. Un po’ perché comunque, dopo tanti anni di lavoro, lasciare l’ufficio è un po’ traumatico. Ieri la mia sostituta ha (giustamente) fatto pulizia, buttando il 99% delle carte ammucchiate da me, svuotando i cassetti, liberando perfino la lavagna che solo pochi mesi fa, dopo molte insistenze, ero riuscita a farmi comprare. Però un po’ fa effetto. Quasi ogni segno del mio passaggio è sparito, o comunque sparirà a breve. Ieri ho portato a casa una busta di libri, con dentro ripiegato un disegnino della mia nipotina (che si è salvato perché era appeso: un altro, che tenevo appoggiato sulla cassettiera, è stato buttato con tutto il resto).

Da domani, almeno per un po’, nuova vita.  


Sono triste, preoccupata e anche arrabbiata. Ho appena saputo che la madre di un mio caro amico sta molto male, in parte probabilmente per responsabilità dell’ospedale in cui è ricoverata. Mi ripeto che è inutile in questo momento aggiungere all’ansia di queste ore anche il dubbio che se vivessimo in un altro paese probabilmente le cose andrebbero in modo diverso. Ma è più forte di me.


I preparativi per la stanza della bambina procedono, soprattutto grazie alla generosità di altre mamme, che mi hanno passato quasi tutto quello di cui avevo bisogno e forse di più. Credo che alla fine non comprerò praticamente niente. Domenica scorso, in una botta sola, abbiamo rimediato un guardaroba da far invidia alla regina Elisabetta, una cassettiera/bagnetto/fasciatoio, un armadio (questo va ancora trasportato, ma troveremo il modo), seconda carrozzina e altri accessori di ogni forma e dimensione. La macchina alla fine della giornata sembrava un carro di zingari in piena migrazione.

Nizam ha finito la rasatura delle pareti e oggi ordinava la vernice: ci siamo decisi per un verde prato molto chiaro. I mobili alla fine saranno quasi tutti di legno (lettino, cassettiera, armadio) e quindi l’effetto dovrebbe essere abbastanza caldo. Il tremendo pavimento a piastrelle bordeaux dovrebbe essere arginato dall’effetto generale e da un bel tappeto che dobbiamo acquistare. Consigli sul materiale? A me pare importante che si lavi facilmente e non prenda troppa polvere. Quelli che ho visto all’Ikea non mi convincevano molto, ma forse non li ho guardati con la dovuta attenzione.

Da giovedì sono ufficialmente a riposo e mi dedicherò a tutte le cose che ho rimandato fino a questo momento. In primis, il pre-riconoscimento all’anagrafe. Ancora non riesco a realizzare del tutto che sto per uscire, per un lungo periodo, dal mio loculo sotterraneo. Ma soprattutto che il cambiamento sarà totale, radicale, più di quanto mi aspetto. Ieri sera mi è presa un po’ di tristezza e di voglia di "normalità", o piuttosto di una stabilità maggiore. Ma quante ne voglio, mi dico poi. Certo, se fosse un pochino più semplice, o almeno più prevedibilile non mi dispiacerebbe. Ma non c’è proprio motivo di essere sconfortati. 


L’altro post. Ovvero: effettuare alcuni semplici esami di routine avvalendosi del SSN

La mia ginecologa lavora al consultorio e ogni visita è assolutamente gratuita. Mi sono trovata molto bene con lei, pur con gli "inconvenienti" tipici del servizio pubblico e essenzialmente il fatto che non la posso scocciare in qualunque momento. Ma dato che sono convinta che questo non sia indispensabile e la mia gravidanza procede benissimo, francamente sono contenta della scelta. La dottoressa P. è un tipo spiccio, che non si perde in chiacchiere, che non si dilunga troppo sulle sensazioni: ma anche per questo, credo, faceva al caso mio. Quando ho fatto le tre ecografie privatamente, ha storto un po’ il naso: perché non avvalersi del pubblico? Il mio senso civico è fondamentalmente d’accordo: ma mi sono voluta concedere qualche lusso, tipo la possibilità di decidere io gli orari e i giorni, senza pianificare tutto con un anno di anticipo.

Però per le analisi più fesse, tipo tampone e elettrocardiogramma, mi sono messa di impegno. Il 9 di marzo (un mese e mezzo abbondante prima della data consigliata per effettuarli) mi sono attaccata al telefono e fieramente mi sono avvalsa del CUP regionale. Risultato: due appuntamenti, uno per lunedì 23 aprile e uno per venerdì 28.  Il bilancio è stato catastrofico. Il tampone mi era stato prenotato presso un ambulatorio che era in pieno trasloco. La dottoressa mi ha confessato di non avere idea di dove avrebbe timbrato il cartellino di lì a 3 giorni. Fare esami, dunque, era fuori discussione. Appuntamento saltato e basta. Diciamo che non me la sono sentita di prendermela con i medici, che palesemente subivano i disagi come e più di me. Ma magari un cartello all’ingresso mi avrebbe risparmiato quell’oretta di fila tra le 7.30 e le 8.30. E poi il CUP, che mi aveva chiesto tutti i miei recapiti, non poteva avvalersene? Comunque l’ho presa con relativa filosofia.

Venerdì, di buon ora, mi presento presso un altro ambulatorio ASL per l’elettrocardiogramma e la visita cardiologica. Soprassediamo sul fatto che alle 7.00 ho realizzato di aver dimenticato l’impegnativa in ufficio: chi non ha testa ha gambe. Comunque alle 8.00 ero in fila, alle 8.05 ho realizzato che non si poteva pagare con il bancomat e alle 8.15, dopo corsa affannosa al più vicino sportello, avevo occupato nuovamente il mio posto nella fila C, "Cassa Veloce", quella riservata ai previdenti che la prenotazione l’avevano già fatta. Sgancio i miei 35 e rotti euro e mi dirigo alla stanza del cardiologo. Sulla porta, un cartello: Non bussare. Non busso, ligia. Aspetto, rigorosamente in piedi (non c’erano sedie). Passa un abbondante quarto d’ora. Niente. Chiedo qua e là, ma ottengo solo alzate di spalle. Passano altri dieci minuti. A quel punto passa un’infermiera che butta là: "Guardi che non c’è". Come sarebbe a dire? "Oggi non viene". Ma io ho prenotato e ho anche già pagato. "Cerchi la segretaria amministrativa". La cerco e infine la trovo (non nella sua stanza, chiusa a chiave). Espongo, ancora controllata, il mio caso. "Ah, sì. Il dottore non viene. Si vede che non aveva appuntamenti". Osservo che ne aveva almeno uno, con me. "Forse lei non ha risposto al telefono", suggerisce la donna. Nego anche questo: al CUP ho dato il mio cellulare e di chiamate non risposte non c’era l’ombra. "Vabbè, ora vedo", replica la donna e si chiude nella sua stanza. Aspetto in corridoio per altri cinque minuti, in piedi. Dopodichè sbotto. Spalanco la porta e faccio una sceneggiata. Pretendo di non perdere altro tempo. La signora mi guarda con uno sguardo sonnolento e inizia a compilare la pratica per il rimborso. Poi ha un’illuminazione: "E se le dicessi di tornare oggi pomeriggio?". Pretendo di sentire dalla viva voce del dottore di turno nel pomeriggio che effettivamente mi visiterà. Poi mi arrendo. Torno in ufficio, tardi come se avessi fatto la visita, e chiedo un ulteriore permesso.

Alle 15.30 torno all’ambulatorio. Secondo il solito costume ASL, tutti hanno appuntamento alle 15.30. Questa volta ci sono le sedie. Aspetto rassegnata, ma non ci vuole molto. Il dottora liquida le sei persone prima di me in 40 minuti scarsi. Quando tocca a me, vengo affidata a un’infermiera, che potremmo definire Miss Tatto. Mentre mi attacca gli affarini dell’elettrocardiogramma, mi chiede con fare inquisitorio: "Ma lei l’ha pagato il ticket?" (N.B.: la ricevuta, da me consegnata a lei stessa al momento dell’arrivo, era sul tavolo in bella vista). Sì, questa mattina. Segue breve racconto della mia disavventura. "Ah, ma lei non deve prenotare per telefono!", commenta lei con tono di rimprovero. "E’ sempre meglio venire di persona anche a prenotare". Due mattine di lavoro per una sola visita. Cerco di fare presente che, lavorando, mi pareva più comodo fare così. "E perché lei all’ottavo mese lavora ancora?": il tono adesso è davvero severo. Spiego alla fanciulla che così guadagno un mese dopo la nascita della bimba e, non potendo neanche presentare domanda d’iscrizione al nido comunale (accettano bambini che si presume nasceranno entro il 31/5), la cosa mi pareva rilevante. "Ah, ma io sono contraria a mandare al nido bambini così piccoli!", sbotta la nostra. "E poi non creda sia così facile. Mi dia retta, ormai al nido c’entrano solo gli extracomunitari". Questo non avrebbe dovuto dirlo. Mi hanno trovato la pressione un po’ alta e il battito accelerato, ma nulla di preoccupante. E soprattutto l’infermiera è incolume. Il che non era ovvio.


Qualcosa di me..

Come va?
Direi abbastanza bene, nel complesso

Sei felice?

Hai brutti pensieri?
Abbastanza spesso, saranno gli ormoni

Ti senti sola?
A volte

Hai voglia di mollare tutto?
No!

Hai paure?
Varie e ricorrenti

Ti manca qualcosa?
Niente di grave

Cosa?
Qualche soldo in più, un lavoro migliore e soprattutto un po’ di sicurezza a lungo termine

Sei innamorata?

Ti piace quello che fai?
Abbastanza, ma sta per cambiare tutto…

Hai rimpianti?
Qualcuno grosso

Hai nostalgia?
Qualche volta

Hai coraggio?
Apparentemente sì, in realtà me la faccio sotto

Hai un sogno?
Molti, direi

Quali?
A parte quelli che vanno e vengono, poter dire un giorno che tutto è risolto

Cosa vorresti fare a breve?
Tornare a casa

Dove?
Dov’è la mia casa adesso….

Ti critichi?

Critichi?
Anche, ma meno che in passato

Piangi?
Spesso

Te ne vergogni?
sì e no

Descrivi il tuo carattere:
entusiasta, ironica, tutto sommato ottimista

Pensi al futuro?
Si

Ed al passato?
Si

Hai molti amici?
No

Ti aspetti qualcosa di bello a breve?
Direi di sì!

Cosa vorresti fare ora?
Andare in vacanza

Ti piacciono i bambini?
Spero che mi piaceranno

Ne vorresti?
Una la avrò tra poco. Poi vediamo…

Ti piace leggere?
Si, ma sono un po’ discontinua

L’ultimi libri letti?
L’ottimista, di un autore indiano di cui non ricordo il nome; una biografia di Ezio Franceschini; un romanzo di Izzo

Ora stai leggendo qualcosa?
Ho iniziato un libro, ma non mi ha preso

Ti piace il sesso?
Si

Ascolti musica?
Poco

Cosa?
Ultimamente cose orecchiabili

Stai ascoltando qualcosa ora?
No

Altro da aggiungere?
Spero di riuscire a fare questo maledetto elettrocardiogramma. Ma questo sarà un altro post….


Pavia è stata una parentesi molto carina, anche se un po’ stancante. Poi, altre traversie, su cui adesso non mi va di soffermarmi. In via di risoluzione, comunque.

Però, per farvi un’idea del clima scientifico del convegno, potete dare un’occhiata a questo