La valanga dei PIN


Ma capita solo a me di sentirsi sopraffatta dai codici da ricordare? La settimana scorsa, alla cassa del supermercato, ho avuto un vuoto totale sul pin del bancomat. Per varie vicende legate a IO, INPS, PagoPA e banca online (per tacere del registro elettronico), ho realizzato di avere una piccola enciclopedia di username, password, passcode, mpin e codici vari, per cui già decifrare QUALE vada inserito nel campo di controllo che inesorabilmente si apre richiede una lucidità e un livello di attenzione che decisamente non si coniuga con ampie parti della mia giornata tipo.

Ognuno di questi sistemi, semplicissimi per chi li definisce (a parte il portale INPS, notoriamente concepito per essere inaccessibile), ha però il grande difetto di essere uno di decine di sistemi che sono ormai indispensabili nella vita quotidiana. Aggiungiamo le legittime preoccupazioni di privacy, per cui tutte le password ogni tot vengono cambiate d’imperio e non possono assolutamente essere in alcun modo simili alle precedenti. Per non parlare di quando oltre a dichiarare di non essere un robot è necessario cliccare sopra minuscoli disegnini di semafori o strisce pedonali. Magari dallo schermo del telefono, al buio e con le mani intirizzite.

Perché la tecnologia ci segue ovunque, ovviamente. Per semplificarci la vita, ma anche spesso e volentieri per darci occasioni per sentirsi imbecilli e/o rincoglioniti. E poi, come è successo a una collega, ti arriva il quindicesimo SMS dalla banca (perché gli SMS arrivano ormai quasi solo dalle banche), solo che è una truffa e tu clicchi sul link e fai proprio quello che non devi fare, cioè inserire i maledetti codici. Che sono gli stessi che in genere cerchi affannosamente di ricordare e il fatto di esserteli ricordati ti fa sentire quasi brava. Peccato che poi un altro SMS, non truffaldino ma formalmente indistinguibile dal primo, ti annuncia che ti hanno prelevato dal conto migliaia di euro ed è pure colpa tua.

Ci sono mattine in cui anche la home del computer che mi chiede la password mi fa sentire inadeguata. “Ma dài, che esagerazione”, diranno i più giovani. O semplicemente i meno esausti. Ma a quella si aggiungono lo user name e la password di Zoom (io ne devo usare 3 diversi, di account), di Meet, di Skype e Dio solo sa quanto altro.

Io comincio ad avere proprio i vuoti di memoria. Comincio a rimuovere non solo i PIN, ma i nomi, le cose da fare. E poi, a cascata, pure le cose che ho fatto. Oggi ho investito una buona mezz’ora del mio tempo per cercare di ricostruire cosa caspita avessi fatto di un certo documento lo scorso 2 dicembre e soprattutto perché. Insomma, una piccola indagine storica. Peccato che il testimone chiave fosse del tutto inattendibile.