Ieri, 3 giugno, era il quinto anniversario di un giorno triste, quello in cui il mio amico Roberto si è tolto la vita. Ci ho pensato tutto il giorno, cercando di non darlo a vedere. Sono particolarmente grata a Nizam che, nulla o quasi sapendo, ha lavorato come un pazzo per improvvisare una cena a casa con alcuni amici, che io in modo apparentemente inspiegabile avevo insistito per organizzare. Ricordavo quando quegli stessi amici (o almeno la maggior parte di loro) erano venuti a casa in quell’occasione, ben sapendo che c’era poco da dire.
Ho ripescato quello che avevo scritto sul mio sito allora.
3 giugno 2002
Roberto non avrebbe certo voluto la notorietà di cui ha goduto per i due giorni durante i quali la cronaca di Roma ha disquisito, con dubbio gusto, della sua morte. A tutti noi, che eravamo suoi amici, sarebbe piaciuto di più che la gente ne parlasse quando era vivo, per la sua professionalità di bibliofilo (un lavoro socialmente inutile, come usava dire), per la sua battuta sempre pronta e per la sua generosità che non finiva di sorprenderci.
Roberto leggeva i giornali (4 o 5 al giorno) pensando sempre a chi fra le sue conoscenze poteva far piacere leggere un certo articolo, che puntualmente ritagliava e conservava in una busta, pronto a consegnarlo all’interessato alla prima occasione. A me sono arrivate centinaia di quelle buste, con qualsiasi cosa la stampa nazionale abbia mai scritto su: Vicino Oriente, Bibbia, ebraismo, curdi, cammelli e qualsiasi altro argomento di cui ci potesse capitare di parlare. Quei ritagli accompagnavano spesso incredibili regali di non-compleanno, libri rari e bellissimi, che mai pensava a vendere, se pensava che mi sarebbero piaciuti (lo stesso faceva con decine di altre persone).
Roberto era un gentiluomo di altri tempi, è stato giustamente detto da un suo amico al momento di salutarlo per sempre, quando ormai era troppo tardi. Ricordo di averlo preso in giro perché mi faceva sempre passare per prima dalle porte, mi apriva lo sportello della macchina prima di salire, mi ringraziava sempre con una telefonata dopo un invito a cena, nonostante la confidenza fra noi non esigesse alcuna formalità. Lui rideva, ma continuava a comportarsi così: da vero gentiluomo, perché lo era.
"Mi sembra molto interessante" diceva (sinceramente) delle cose che più mi stavano a cuore e poteva bastare questo per farmi capire quanto fosse straordinario. Non bisognerebbe meravigliarsi del fatto che questo mondo non fosse un posto per lui. Lui che, secondo la logica del mondo, era un perdente. Non sa, il mondo, che i veri perdenti siamo noi, che abbiamo lasciato che se ne andasse.
Il 2002 deve essere stato l’anno dei suicidi: due mesi prima del tuo amico Roberto, si è suicidato anche il mio primo amore. Si chiamava Cesare, e anche lui era troppo prezioso e delicato per questo mondo.
Io purtroppo, per gli stupidi scherzi dell’orgoglio, gli ero distante ormai da alcuni anni. E vivo nel rimorso di non averlo saputo tenere come amico e basta, di non avere saputo niente della sua depressione e quindi di non aver potuto neppure cercare di aiutarlo.
Anche per lui la stampa locale si è sbizzarrita: sai, un giovane artista che si spara in testa nel salotto di casa… Sono contenta che la sua famiglia abbia saputo reagire e che quest’anno abbia commemorato la sua morte organizzando una stupenda mostra con il meglio dei suoi quadri.
Forse potreste fare qualcosa di simile con i libri ricevuti in dono da Roberto…
Un abbraccio
Chiara