Analfabeti di speranza

Alcuni di voi mi chiedono di scrivere qualcosa su Tor Sapienza, sull’Infernetto, su questa assurda ondata di violenza e intolleranza che sembra dilagare ovunque e che, naturalmente, trova con facilità palcoscenici compiacenti nelle televisioni e nei giornali. Mi sopravvalutate, temo. Una cosa è certa: molte delle informazioni che circolano sul tema immigrazione e rifugiati in particolare sono, nella migliore delle ipotesi, non correttamente interpretate e spiegate (se non false del tutto). Non mi sento di farne del tutto una colpa ai singoli cittadini: se la stessa RAI manda in onda in prima serata trasmissioni che rimestano del torbido, non senza malizia, e se su uno dei principali quotidiani italiani si scrive che a Roma negli ultimi mesi sono stati aperti migliaia di nuovi posti di accoglienza per i rifugiati (il che è, semplicemente falso, visto che ci si è limitati a finanziare diversamente posti preesistenti), a questo punto viene la tentazione di considerare più attendibile il proverbiale “amico di mio cuGGino”, come si dice nella mia città natale.

Quegli stessi amici che, sapendo che lavoro faccio, mi chiedono di esprimermi sono certa che mi scuseranno se faccio un passo indietro e rispondo, più per me che per loro, a una domanda che in queste settimane mi tormenta: quando così evidente appare l’immensità del lavoro da fare e la sproporzione inquantificabile di mezzi tra chi mette zizzania (passatemi questa sottile analisi sociologica…) e chi avanza proposte diverse, che senso ha il nostro impegno?

Ieri poi, dopo quattro ore di formazione sulla geopolitica mondiale, il mio scoraggiamento aveva assunto una dimensione cosmica. Uno degli assunti nel nostro relatore era che certamente “a livello individuale” si possono fare tante buone cose. Ma il quadro generale che ne emergeva, tra strategie sul prezzo del petrolio e guerre stellari, era quello di un’enorme partita di Risiko che si svolge, attraverso un miscuglio diabolico di tecnologie avanzatissime e istinti animaleschi, ben al di sopra delle teste di tutti noi. Che senso ha, allora, il nostro lavoro?

E qui mi concedo una precisazione, che in fondo in fondo, contiene un po’ la risposta alle domande della me annichilita e scoraggiata. Noi non lavoriamo per fare del bene, nel nostro piccolo. Noi lavoriamo per cambiare il mondo.

“Parte essenziale della missione del JRS è affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. L’organizzazione si sforza di modificare le politiche ingiuste al livello più appropriato: localmente, a livello nazionale o internazionale”.

Di più: noi lavoriamo per promuovere la giustizia e “ricreare le giuste relazioni” a livello globale. Scusate se è poco.

Ecco, senza questa cornice davvero nessuno dei nostri sforzi ha senso. Essere idealisti non è un difetto, è obbligatorio. Mi spingo un po’ più in là. Bisogna anche sapere che la giustizia e la riconciliazione richiedono di tentare l’impossibile. Quindi, ciascuno faccia appello a quello che ha: la fede religiosa, la convinzione degli ideali, la fiducia nella magia o nei miracoli. I miracoli sono sottovalutati, specialmente quelli quotidiani.

Preciso che i miracoli quotidiani di cui siamo spettatori e che in misura maggiore o minore ci coinvolgono non sono “il nostro piccolo”. Sono lo spiraglio attraverso il quale ci rendiamo conto che il cambiamento che razionalmente è impossibile in realtà ci sarà e forse, in qualche misura, c’è già. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».

Ricordo sempre una frase del mio primo “capo gesuita”. I rifugiati insegnano la speranza a noi che siamo analfabeti di questa virtù. Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?

Ecco, lo so che questo apparentemente non c’entra nulla con Tor Sapienza e con l’Infernetto. Ma prima ancora di parlare di questo avevo bisogno di ricordare a me stessa che ci faccio qui.

4 thoughts on “Analfabeti di speranza”

  1. Lungi da me sminuire il tuo lavoro (sai quanto lo stimo), ma penso che nel caso delle intolleranze ci sia anche un problema diverso. Un problema che affligge l’Italia (non so se anche il resto del mondo) in particolare da quando è iniziata la crisi: la guerra tra poveri.
    Io non penso che i razzisti di Tor Vergata abbiano qualcosa da ridire per il fatto che i rifugiati portano criminalità o disoccupazione, non gliene frega nulla secondo me. Penso che siano invidiosi degli eventuali inesistenti privilegi che i rifugiati secondo loro hanno.
    Del tipo: eh, ma questi non lavorano e lo Stato li mantiene.
    Qui, durante l’alluvione del Ticino, la prima cosa che hanno riportato i giornali è stato il fatto che il campo nomadi che rischiava di essere allagato è stato trasferito in un altro posto. E tutti erano pronti a saltare alla gola delle autorità, temendo che gli zingari finissero in albergo a spese dei cittadini. Tutti, soprattutto quelli che avevano la casa a mollo (e nota che il quartiere a mollo non è popolare, anzi, è tutta gente con buona disponibilità economica).
    Ma ti rendi conto? La questione del capire che i rifugiati sono persone infinitamente più sfortunate e traumatizzate di qualsiasi borgataro, sia pure povero, è proprio al di là da venire.

    1. Come ho detto all’inizio, Chiara, nel post non ci provo nemmeno a parlare di questo (a parte osservare che, come la tua esperienza conferma, quali notizie si diffondono e come influisce moltissimo). Era piuttosto un incoraggiamento a me stessa che spesso mi sento venir meno per tutte le cose che sono al di là da venire.

  2. cara amica, giungo nel tuo blog da Nicchioni club di nicchia.
    Per anni come Prof, ora sono da poco in pensione, ho affrontato il problema dell’integrazione e credo che la scuola sia il primo gradino per fare mediazione culturale ed abbattere le distanze e le differenze. Infatti i varii Progetti a cui hanno partecipato tanti adolescenti, hanno riportato grande successo sia nella condivisione che nella partecipazione soprattutto delle famiglie inserite e coadiuvanti con l’Istituzione sclastica e con noi docenti.
    Se vuoi puoi visitare anhe il mio blog sulla lettura QUI IL LINK http://letturesenzatempo.blogspot.it/
    saluti
    simonetta

  3. ” Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?” ❤

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