Inserendomi in un tema di Genitori Crescono, vado a fare un bilancio complessivo dell’esperienza al nido di Meryem.

Fase 1: la selezione. Non potendo accedere ai nidi comunali, la scelta è stata fatta, lo confesso, d’impulso e senza troppe ricerche (se penso a mia sorella, che ha fatto mesi e mesi di sopralluoghi insieme a mia madre…). Struttura nuova, posizione comoda, visita che non mi ha fatto sorgere particolari dubbi, et voila, l’avevo iscritta. Il nido Trillo e Trollo si è poi rivelato una buona scelta soprattutto perché la bambina è sempre stata serena lì. Con il senno del poi, un punto a favore è che le due socie che lo gestiscono hanno entrambe dei figli nella struttura. Il che forse, banalmente, implica che si impegnino a farsì che essa, nonostante i limiti di spazio, sia comunque un posto dove una madre porterebbe suo figlio.

Fase 2: il primo inserimento. Lunedì 3 marzo 2008, a nove mesi scarsi. Il primo giorno è andata così così: 45 minuti in compresenza, ma l’orario secondo me non era molto azzeccato. C’era il massimo della confusione e la bimba era un po’ stordita dalla novità e dal rumore. Molto meglio il giorno dopo, con arrivo alle 8:30: ha fatto 2 ore e mezzo, di cui 2 ore e dieci senza di me (nessun problema). Ha mangiato e dormito. Terzo giorno: 8:30-12, con pranzo. Al quinto giorno, quando avrebbe dovuto fare orario pieno… si è ammalata!

Fase 3: le complicazioni. Quella maggiore, nonché l’unico (a mio avviso) punto dolente del nido è il fatto che il primo anno si è ammalata quasi tutte le settimane. Per giunta io, quel primo tragico mese, avevo un cumulo di stress da lavoro, con relativo mini viaggio all’estero (due giorni fuori). La babysitter di cui mi avvalevo non poteva essere molto flessibile e Meryem una notte con la febbre alta ha anche perso conoscenza. Un periodo allucinante, se ci ripenso mi chiedo come abbiamo fatto. Le maestre mi hanno sostenuto e incoraggiato, perché comunque la bambina (a parte una piccola crisi la seconda settimana) si dimostrava sempre socievole e di buona forchetta. Rileggendo il blog vedo che a un certo punto mi hanno fatto notare che la bambina voleva stare troppo in braccio e io mi sono sentita accusata e messa in discussione. Ma onestamente, vista la quantità di rogne e pressioni a cui ero sottoposta, un minimo di paranoia ci stava tutta.

Fase 4: il reinserimento dopo la prima estate. Un po’ travagliato. Meryem non ha gradito il trasferimento alla sezione dei grandi, una maestra le stava antipatica (ora la adora: onore alla maestra Ilaria e alla sua perseveranza) e faceva il diavolo a quattro. In più ho alternato un po’ di babysitter e questo forse non ha aiutato. Alla fine ho trovato la tata dei miei sogni e l’inserimento è andato bene. Io ho affrontato 22 giorni da sola con la bambina, durante i quali sono anche partita lasciandola a mia madre e alla tata. Con le malattie abbiamo penato moltissimo fino a febbraio. Poi la svolta: anticorpi fatti, a quanto pare.

Fase 5: il reinserimento dopo la seconda estate, cioè ora. Forse perché aveva già fatto varie ulteriori esperienze di separazione da noi (vacanza dei genitori degeneri in aprile, una settimana in villeggiatura con la tata alla fine di agosto), il problema non si è posto. Appena arrivati, è schizzata via a giocare nella baraonda, salutandomi a stento.

Conclusioni. Sono felicissima della scelta del nido. Quando alla fine dell’anno scolastico Meryem ha portato il quaderno con tutti i suoi disegni e lavoretti e anche ora ogni tanto lo sfoglia con fierezza, mi sono convinta che per lei questa esperienza è importante. Per tutta l’estate mi cantava canzoncine che le hanno insegnato lì. A scuola mangia senza storie, regolarmente, quasi tutto. La vedo autonoma, sicura, socievole. Un po’ sarà carattere, ma molto credo si debba al fatto che non abbiamo mai vissuto in simbiosi. Ho la fortuna di avere una grande intesa con la tata che mi supporta (che in realtà mi ha visto crescere ed è una specie di nonna) e mai mi è venuto in mente di essere gelosa del rapporto che Meryem ha con lei. Non ho mai creduto alla cavolata che se la bambina ci passa anche molte ore possa "far confusione" in merito alla figura materna. I bambini non sono mica scemi. Questo timore, che si chiama gelosia misto a senso di colpa, è un problema tutto delle madri. Io penso avere più persone a cui volere bene possa essere solo positivo.

Ho mandato mia figlia al nido per necessità (lavoriamo tutti e due e non abbiamo nonni a disposizione), ma credo davvero che lo farei in ogni caso. Una persona sola va bene per accudire un bimbo molto piccolo, ma poi la routine, la noia e la stanchezza sono sempre in agguato. Molto meglio che a gestire il tempo sia una comunità. I bambini di paese che crescevano in branco erano forse un po’ meno seguiti, ma generalmente erano felici e indipendenti. Io la penso così. E finora mi sono trovata bene.

Questo post partecipa al blogstorming

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