Non sono un Papa Boy

La precisazione è d’obbligo, vista la densità di post dedicati a questo nuovo vescovo di Roma che sta stregando il mondo e di cui tutti siamo infatuati. Mi stavo censurando, però – anche se vado molto di corsa – volevo segnalare a chi non l’avesse vista la lunga intervista che ha rilasciato questa estate a padre Antonio Spadaro per tutte le riviste dei gesuiti. Fanno la ruota come i pavoni, i gesuiti, in questo periodo. Io però tendo ad essere indulgente, specialmente con alcuni di loro (quelli, per intenderci, che dal Vaticano negli ultimi anni sono stati abituati a vedere più alzate di sopracciglio che incoraggiamenti).

L’intervista è lunga, a tratti direi tecnica. I giornali ne hanno ripreso (semplificando molto) alcuni aspetti, ma a me pare un peccato che i più si perdano altri passaggi, ugualmente se non più importanti. Quelli relativi propriamente alla Chiesa li lascio ad altri, che meglio di me li sapranno evidenziare. Qui volevo condividere quelli che più hanno colpito me come persona e, anche, come genitore.

Il primo è quello che ho notato anche io: questo Papa – a differenza di Giovanni Paolo II, con cui pure viene accostato, per l’abilità di comunicazione – non è a suo agio con le folle. «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse». Spadaro, da bravo esperto, lo rassicura: ci pensa la televisione a portare la sua immagine a tutti, lei continui pure a cercare il contatto visivo, funziona lo stesso (se non di più).

Poi mi sono gustata la parte relativa alla descrizione di se stesso e dei suoi gusti artistici. Il fatto che ne parli con questa tranquillità e scelga di condividere con tutti questi aspetti di normale conoscenza di lui come persona secondo me è in linea con il suo farsi chiamare “vescovo di Roma”. Il suo ruolo è importante, ma è un ruolo. Non è un piedistallo, tanto meno una trasfigurazione. Questo è realmente un presupposto necessario per la collegialità, l’ecumenismo e il dialogo.

“Posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. La spiegazione di questo concetto, che è legato anche al suo motto (Miserando atque eligendo) è secondo me la parte più bella e poetica dell’intervista. Parte da uno splendido quadro di Caravaggio, la vocazione di S.Matteo, che noi romani conosciamo bene.

«Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio. Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice».

Mi sono immaginata benissimo la scena. Quel quadro, con la sua luce tanto singolare, porta alla contemplazione anche il turista frettoloso. La spiegazione di un concetto spirituale con un’immagine, a me così familiare, mi pare straordinaria. E poi si ferma anche sulle parole e sulla intraducibilità delle stesse, superata dalla connessione all’opera d’arte: “il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando”.

Dopo la citazione della Turandot per spiegare la speranza come virtù teologale, padre Spadaro interroga il Papa sui riferimenti letterari, culturali, artistici. Forse la domanda avrebbe immaginato una risposta elaborata, di sintesi… Invece la risposta è colloquiale, dal tono simile a quella che ciascuno di noi darebbe. “Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso. … Ho letto il libro I Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quando ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto. In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca… ”

“In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil​. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch”.

“Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”.

Poi il Papa parla della sua esperienza di docente di letteratura. “Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza. Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta”.

“Allora, Padre Santo”, chiede a questo punto l’intervistatore “per la vita di una persona la creatività è importante?”. Lui ride e risponde: “Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo”.

Qui non ho potuto fare a meno di pensare all’indimenticabile discorso sulla creatività e l’educazione fatto dal Padre Generale dei gesuiti, Adolfo Nicolàs quando è venuto al Centro Astalli, anni fa:

“L’educazione è un problema molto serio. Gli studi sullo sviluppo del cervello umano ci dicono che al bambino bisogna lasciar sviluppare tutte le possibilità. Non abbiamo una sola parte di cervello, ne abbiamo cinque diverse. La crescita intellettuale matura in epoche diverse della vita e sono diverse le facoltà che si sviluppano: dopo i trent’anni il processo è completo. Il sistema di educazione attuale forse non sviluppa tutte le parti del cervello: dà priorità a quelle che operano nel lobo sinistro, che è più logico, ideologico, che normalmente va verso la produzione scientifica. Si lascia meno spazio all’immaginazione, alla creatività, all’integrazione delle cose: queste parti sono forse coltivate maggiormente nella cultura indiana e dell’Asia orientale. Secondo me, l’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo”.

“Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante. C’è decisamente bisogno di una riflessione ad alto e medio livello da parte delle università e di altri gruppi religiosi e umanisti per restituire ai bambini la libertà di immaginare e di crescere, di essere quei “maghi” che dicevo prima, capaci di creare”.

“Quando ero bambino, non avevamo niente, i giocattoli li costruivamo noi. La strada era una grande palestra e apparteneva a tutti. Oggi con tanti giochi elettronici c’è meno la possibilità di partecipare, di scambiare e di creare. Forse abbiamo reso tutto troppo facile ai nostri bambini. E come educare una memoria mondiale? Come portarli a essere fieri degli indiani e dei cinesi – non tristi, ma fieri perché è l’umanità che ha creato questo? Dobbiamo essere fieri degli altri e, di conseguenza, fieri di noi stessi, ma sempre nel contesto degli altri, per crescere insieme con gli altri. Secondo me, questo è un problema di educazione, che necessita di una seria riflessione. Bisogna ricreare l’educazione come un’opportunità per i bambini di crescere come persone, non dipendenti da una tecnologia particolare, ma libere di creare. Ci sarà tempo per diventare tecnici: prima di tutto è urgente aprire la mente e il cuore alle infinite possibilità della vita umana.”

E qui mi fermo e mi dico: cosa posso fare io, nella mia limitatezza, davanti a questo immenso problema educativo? Sospiro. Se la Chiesa è un ospedale da campo, la scuola pubblica cos’è?

 

6 thoughts on “Non sono un Papa Boy”

  1. stamattina a Prima Pagina, Rai 3, ore 7,15 (noi, purtroppo usciamo di casa alle 7,10…..carichi di zaini, borse cartelle ecc ecc) il giornalista della settimana (cambiano ogni settimana) Giorgio Dell’Arti, ha letto quasi completamente un bellissimo articolo, mi sembra de La Stampa ma non ne sono sicura, il cui autore aveva colto tutti gli aspetti che hai colto tu (San Matteo, passioni libresche e cinematografiche, la poesia di Hoelderlin e altro ancora): entusiasmante. Ha anche spiegato il perchè lui non dorma nell’appartamento papale…..
    qui c’è l’intervista completa http://www.laciviltacattolica.it/articoli_download/3216.pdf
    qui l’articolo de La Stampa di stamattina http://www.lastampa.it/2013/09/19/esteri/vatican-insider/it/la-chiesa-un-ospedale-da-campo-dove-si-curano-le-ferite-TZYxlBskbYy9zflFaMeOSI/pagina.html

    anche se Giorgio Dell’Arti ha letto più articoli di diversi giornali

    1. Al link che ho messo all’inizio del post si trova il testo completo dell’intervista, che parla anche della necessità di vivere in comunità, del Concilio, dell’autoritarismo e di tanti altri aspetti. Grazie, Cinzia!

      1. ciao Chiara! è vero, non mi ero accorta del link color blu, non sono molto avvezza ai blog grazie a te

  2. credo che la technologia ci aiuta ad essere creativa. Non è vero che i tempi sono più difficili per diventare una bella persona. È il modo di diventarlo che è cambiato.

    Non ho una educazione cristiana così, come ce l’hai tu, ma mi piacerebbe sapere la traduzione del motto. Misericordiando lo capisco.

    Mi piacerebbe sapere pure come pensi tu del mio problema con la scelta della scuola elementare del mio figlio: http://lotjina.wordpress.com/2013/09/12/migliorare-il-mondo-dalla-scuola/, anche se non sei un papa-boy. È un problema relativa all’integrazione dei musulmani e a come si deve essere una cittadina.

    Grazie per il post poi. Bello.

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