Ci sono alcuni momenti (magari rari, ma ci sono) in cui lavorare per il Centro Astalli è un privilegio. Oggi era uno di quei momenti. Ho proposto e ideato un corso di formazione in tre appuntamenti sul Corno d’Africa. Quella regione della terra da cui proviena la maggior parte dei rifugiati che arrivano (o piuttosto arrivavano) in Italia. Quel luogo in cui, senza troppi scrupoli, li respingiamo, "perché non si può accogliere tutti", "perché ormai è un’invasione", "perché tanto ci stanno solo provando". O peggio, "perché questa gente non si merita niente di meglio".

La verità è che l’estensione e la profondità dell’ignoranza, a partire dalla mia, è sempre sottostimata. La sede Rai "per l’Africa" (una sola, a Nairobi) sta per chiudere. E noi continuiamo a cullarci delle nostre fantasticherie senza costrutto, fatte di stereotipi e conflitti tribali. La Somalia, ad esempio. Quasi trent’anni senza alcuna forma di governo. E in mezzo tutto il resto, da Ilaria Alpi in poi.

Stasera abiamo invitato Mario Raffaelli. Ci ha parlato di Corno d’Africa con viva passione per quasi due ore. Ci ha fatto toccare con mano la complessità di ciascuna sottoquestione, ma anche i danni fatti per interventi "senza strategia" e guidati da obiettivi e criteri che con quel luogo hanno poco a che fare. Ci ha fatto riflettere su come la "lotta al terrorismo" ora paralisi qualunque processo politico, strategico e di mediazione, proprio come i blocchi all’epoca della Guerra Fredda. Ma ci ha anche fatto immaginare soluzioni fuorse ancora possibili (che richiedono intelligenza e impegno), nuove chiavi di lettura, piccole iniziative di portata potenzialmente rivoluzionaria (perché non fare una campagna mirata per chiedere che la missione Atlanta, oltre che a pattugliare le coste per contrastare le azioni di pirateria somale, non abbia anche mandato di agire contro i "pirati del pesce", quelle compagnie europee e asiatiche che impoveriscono la fauna ittica del Paese infliggendo ogni anno un danno superiore a qualunque somma stanziata in cooperazione?).

Insomma, avevo molti interrogativi su una questione controversa e mi sono potuta permettere il lusso di far invitare uno dei massimi esperti della cosa a parlarmene approfonditamente. In compagnia di un centinaio di altre persone, che hanno potuto godere della mia buona idea (sì, oggi mi sento proprio fiera e soddisfatta).

Certo, poi uno si chiede: "Ma possibile che non si possa andare al di là?". Forse no, non è possibile. Ci toccherà ancora a lungo ingoiare cose che certo è più comodo e facile non conoscere approfonditamente. Ma poi i giornalisti somali li incontri. Quei giovani, motivatissimi, che cercano su internet di svuotare il mare con un cucchiaino. Sono arrivati a Lampedusa, sono sopravvissuti a anni di cosiddetta "accoglienza" italiana. Ma non hanno perso l’entusiasmo e la voglia di fare per un Paese che non esiste più da ben prima che loro nascessero. E noi vogliamo rassegnarci così, senza neanche cominciare? Si può essere meno cinici, meno indifferenti, meno scettici. O almeno, se tutto questo proprio non fosse possibile, un po’ meno ignoranti.

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