Ma come facevamo prima di internet? Non dico il web 2.0, i social network e tutte queste trappole in cui inizio timidamente a sguazzare e su cui magari tornerò. No, proprio lo strumento bieco. Dove cerco i tragitti con l’autobus, dove scopro che l’attore coinvolto in un intrigante progetto teatrale impegnato è anche Roberto Ferri di Un posto al sole, dove appuro che il seggiolino su cui Meryem sbuffa sempre di più va cambiato, in fretta, con una specie di furgolone che non mi attira affatto. Facevamo a meno anche del cellulare e gli aneddoti dei tempi dell’università, fatti di file ai telefoni pubblici per telefonare alla mamma o al fidanzato lontano, di litigate perché mio padre si ostinava a tenere occupato il telefono di casa proprio all’ora convenuta, risultano ormai poco comprensibili a un pubblico giovane. Ma internet, che botta. Niente è più lo stesso.

E adesso, che vivo molto più sola che in passato, su internet in qualche misura mi pare di tenere i contatti con il mondo, di testimoniare che ho ancora degli interessi e che sopravvivo ai rituali ormai consolidati del tè con i crackers del dopo cena (dove la cena spesso sono gli avanzi che mi lascia mia figlia). Ma c’è una cosa stasera che mi fa un po’ rabbia: in questa specie di simulazione di rapporti sociali a debita distanza, riesco – sia pur raramente – a rivivere le delusioni delle amicizie vere. Si tratta di contatti che non si possono neanche definire rapporti. Nickname  ricorrenti, poco più. Salvo le rare piacevoli eccezioni in cui ci si vede in faccia e allora si ha la possibilità di scoprire che: a) le blogstar solitamente sono timide; b) un blog può essere molte cose diverse, tutte pienamente legittime e degne (dal lavoro puro al puro cazzeggio) e non è più di tanto indicativo di chi ci sta dietro; c) che le affinità immaginate sul web non hanno molto a che fare con quelle che annusi nella realtà – che poi è il motivo per cui gli e-book sono utili e sacrosanti, ma non sostituiranno mai l’odore e la consistenza dei libri veri. Tipo quelli di Exòrma. E allora l’utilità e la comodità sono una cosa, il diletto e l’affetto tutt’altra.

Ciò detto, viva internet. Viva Facebook, che ti consente di superare, almeno potenzialmente, imbarazzi che penserenti insormontabili e di chattare, dopo decenni, con persone prima perse nel nulla (e magari anche incontrarle). E che è il primo modo che conosco di spettegolare anche se si è soli. Viva anche i blog, sia i quaderni di appunti meramente personali come questo, sia gli esperimenti (artistici o commerciali che siano), sia quelli che in realtà sono un lavoro in sé – di cui usufruisco con grandissimo piacere.

3 thoughts on “”

  1. Io la cosa che trovo più favolosa è la possibilità di ricercare in un attimo informazioni che prima ti richiedevano file in biblioteca, passaparola, documentazioni da fonti improbabili.Per dirti: per Viola, un sacco di documentazione e di informazioni sul G8 le ho prese in rete (oltre che dalla mia memoria). Senza Google e Wikipedia, come avrei fatto a scegliere il giorno e l'ora in cui ambientare una certa scena, senza avere patemi di verosimiglianza e di congruenza con i ricordi di chi c'era?Il Web 2.0 e i social network potrei anche abbandonarli, ma Google è quasi una religione!

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