L'altra sera seguivo, un po' malvolentieri, Anno Zero su Emergency. Perché malvolentieri? Perché non sono una fan di Santoro, non amo il modo aggressivo con cui gestisce i dibattiti. Mi pare anzi che li costruisca, lasciando spezio ai partecipanti solo nella misura in cui dicono la battuta che a lui pare funzionale all'esposizione. Più che un dibattito, un collage di citazioni dal vivo. Su Emergency ho sentimenti contrastanti, per motivi che cerco di chiarire e di chiarirmi in questo post.
Prescindo, evidentemente, dalla questione specifica di cui si parlava. Sia perché se ne è già parlato parecchio, sia perché non è tanto quella che mi pare significativa in questa sede. Mi ha colpito molto un'espressione di Luttwak: "la piaga delle ONG". Un'espressione forte, che lui motivava citando l'esempio del disastro in Somalia (di cui, guarda caso, ho da poco sentito trattare con grande lucidità da Mario Raffaelli). L'idea era che in situazione di conflitto, l'intervento di entità che non devono rendere conto a nessuno sia fondamentalmente più un danno che un beneficio.
Ora, siccome io lavoro per una ONG, immaginerete che la frase non possa lasciarmi indifferente. Mi sono presa un po' di tempo per riflettere, perché non vorrei liquidare tutto con una mera reazione emotiva. Luttwak non mi piace affatto, non condivido gran parte di ciò che dice: ma non si può negare che abbia possa vantare una straordinaria intelligenza.
La frase ad effetto è evidentemente una voluta e calcolata esagerazione. Ma mi ha aiutato comunque a mettere a fuoco una questione su cui mi interrogo da tempo, anche in relazione alle attività in Italia. In un mondo complicato come il nostro, l'azione umanitaria pura e semplice è nel 99% dei casi una pura utopia. Fa eccezione forse il gesto estemporaneo di solidarietà del singolo, che lo compie in segreto e in anonimato. Ma ogni altro genere di azione, ha inevitabilmente effetti ulteriori, che devono essere compresi, valutati e gestiti. Che azioni sedicenti umanitarie (o anche in buona fede) abbiano condotto e conducano a potenziali sfaceli, non c'è bisogno che ce lo racconti Luttwak. Ci sono centinaia di esempi. Emergency è uno di questi esempi? Direi proprio di no. Tuttavia non si può neanche sostenere che l'azione di Emergency si limiti alla generosità eroica di alcuni medici. Comunicare la guerra, fare opinione è uno dei precisi intenti di Emergency, che a questo fine investe risorse affatto trascurabili (sia in termini economici che di rapporti, di contatti, di relazioni). Io, a distanza, ritengo che tale intento in Italia sia lodevolissimo e basta. Che possa avere però ripercussioni politiche in Paesi dove l'Italia agisce militarmente o anche diplomaticamente, è pure innegabile. Sono scelte precise, che hanno una connotazione politica (non nel senso di legata a un partito o a un altro: diciamo in senso più ampio). Chiarito questo, si può condividere o meno, al limite caso per caso. Che la visibilità sia uno degli obiettivi di Emergency non c'è nulla di male ad ammetterlo: non il primo, non il principale, ma certamente ha una sua importanza alla luce dell'azione di sensibilizzazione su larga scala condotta da Emergency.
Passando all'Italia, mi viene in mente un esempio vecchiotto ma molto pertinente della difficoltà di giudicare la "positività" o meno di un intervendo. MSF fece anni fa un ferocissimo rapporto sui CTP (oggi CIE), i centri di detenzione per migranti in attesa di espulsione. Quei centri (come i CIE oggi) erano evidentemente uno scandalo giuridico e umanitario, senza alcun meccanismo di controllo. Denuncia fondatissima, evidentemente. Però questa denuncia pubblica, molto molto mediatica e dai toni volutamente aggressivi ebbe l'effetto immediato di precludere l'accesso ai centri a quelle poche ONG che vi operavano. Per anni questo irrigidimento fu una difficoltà quasi insormontabile e molte persone, che avrebbero potuto essere assistite legalmente e "umanitariamente", sono rimaste "abbandonate". E' stato un bene? Dipende.
Un possibile ragionamente sotiene che se il problema è pienamente di dominio pubblico, se fa opinione, prima o poi questi centri verranno chiusi. Un altro possibile ragionamento (più cinico o, in questo caso, più realistico) davanti allo stesso problema potrebbe essere agire con discrezione a livello politico, fare lobby con le istituzioni europee, cercare di muovere passettini cauti e nel frattempo, anche in virtù di questa scelta diplomatica, continuare ad operare. Controindicazione: l'opinione pubblica continuerà a ignorare la questione. Va detto che, in questo caso, il fallimento dell'una e dell'altra via è stato comunque totale. Ma qual è la scelta giusta? Conta di più la consapevolezza della società civile italiana o l'interesse immediato di qualche centinaio di persone che avrebbero potuto essere assistite? E'n ovvio che non c'è una risposta e che la questione è comunque mal posta. Ma merita comunque una riflessione.
Queste questioni a una ONG si pongono continuamente. Sono scelte difficili e probabilmente in nessun caso c'è una risposta giusta e una sbagliata. Ciascuno valuta, come fanno anche Emergency o il Centro Astalli, in base alle proprie priorità. Ma sarebbe stupido far finta che si possa "agire bene" e basta. Magari fosse così. E questo non perché, come spesso si dice, perché non ci sia trasparenza nella gestione (nella maggior parte dei casi la trasparenza c'è ed è sotto gli occhi di tutti: del resto il consenso è uno dei pochi punti di forza di una ONG): piuttosto perché (per fortuna?) il mondo non è bianco e nero. Ma a pensarci bene, ciascuno di noi lo sa benissimo, fin dall'infanzia. O no?

2 pensieri riguardo “”

  1. Bellissima riflessione. Non credo che, se come te fossi stata parte in causa, avrei potuto analizzare il tutto in modo così lucido.Mi piacerebbe che parlassi di più del tuo lavoro, perché è un mondo di cui so poco o niente.

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