A distanza di qualche giorno, tento di dire la mia anche su un'altra questione, che ho tentato di far sedimentare anch'essa, con ben minore successo. Non mi sono documentata a fondo sui fatti di cronaca e le dichiarazioni i intenti specifiche che hanno ri-alimentato la discussione, ma tra venerdì e sabato scorso mi è stata posta per ben due volte la questione della necessità di vietare la macellazione islamica per presunta crudeltà dei confronti degli animali. 
Mi insospettisce tutto questo zelo per la presunta sofferenza del bue (non ho la competenza per dire se recidere la trachea e l'esofago con una lama affilata sia particolarmente più doloroso di altri metodi: posso solo aggiungere che le regole islamiche raccomandano di non spaventare l'animale, di agire in modo rapido e deciso, di non maltrattarlo o percuoterlo in alcun modo: la violazione di queste regole rende non valida la macellazione rituale). Siamo in un paese che pratica la caccia sempre più indiscriminatamente, che non vieta metodi di allevamento vergognosi, né una serie di altre atrocità che qualunque animalista ha ben presenti. Mi insospettisce soprattutto perché questa pratica, certo più sanguinolenta, non è nuova nel nostro territorio: gli ebrei l'anno sempre praticata e infatti la legge che l'autorizza accomuna comunità ebraiche e comunità musulmane.
Ora non sarò io a sostenere che le norme religiose siano un modello di razionalità. Ma francamente accomunare la macellazione rituale a ben altre forme di violenza tradizionale ammantate con pretese motivazioni religiose quali le mutilazioni genitali femminili, mi pare un'esagerazione in malafede. Nelle nostre e non solo nostre campagne si sono sgozzati maiali, accoppati conigli e via così da sempre. Ho il legittimo sospetto che questa enfasi sulla gravità della pratica dipenda dall'identità di chi ne usufruisce: musulmani, stranieri, diversi, potenziali invasori "che vogliono comandare a casa nostra". No? Faccio un appello agli animalisti: liberi tutti di condurre le battaglie che credete giuste, ma cercate di non farvi strumentalizzare. Le sofferenze, piaccia o no (no, lo so già, non piace: ma lo scrivo lo stesso), ammesso che tali siano, non sono tutte sullo stesso livello. Soffrire indistintamente per qualunque essere vivente è un'astrazione molto poetica, ma quando lo si fa davvero è una profonda ingiustizia.
Queste leggi fintamente compassionevoli sono chiaramente volte a creare astio, esclusione, conflitto, disprezzo. Nessuno di queste anime sensibili verso i bovini si chiede cosa prova una bambina musumana che viene emarginata dai suoi compagni? Un lavoratore immigrato che viene trattato peggio di spazzatura? No, non dico peggio di un animale: da noi gli animali sono spesso trattati assai meglio di molti uomini, perché sono i nostri cuccioli, i nostri compagni. Non è un paradosso, è un fatto. Una ricerca europea ha dimostrato che in Gran Bretagna la spesa per gli animali domestici è superiore a quella che tutti gli Stati Membri dell'Unione impiegano per accoglienza e assistenza di richiedenti asilo e rifugiati. Niente contro gli animali, ma non dimentichiamo gli uomini.


Non vivere su questa terra
come un estraneo
o come un turista della natura:
Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre;
Credi al grano, alla terra, all'uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri
ma prima di tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza
del ramo che secca,
dell'astro che si spegne,
dell'animale ferito che rantola
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell'uomo.
Ti dian gioia
tutti i beni della terra.
L'ombra e la luce ti dian gioia,
le quattro stagioni ti dian gioia
ma soprattutto, a piene mani
ti dia gioia l'uomo.

2 pensieri riguardo “”

  1. Sai già a grandi linee come la penso sull'argomento.Proprio oggi commentavo con un'altra blogger di quanto, nello specifico il caso della guerra al kebab a Cavour, prenda sempre di più le sembianze di una grossa montatura mediatica.Ieri sera sono stata dal primo kebabbaro del paese, che ha inaugurato il locale lunedì. Sono rimasta totalmente sorpresa nel vedere tante persone del luogo (è una piccola cittadina di campagna) aspettare in fila, un po' spaesati un po' euforici, che in piemontese chiaccheravano del kebab arrotolato, della salsa piccante che no, non la voglio, ieri ho preso quella allo yoghurt che "a l'è buna! ( è buona).Non sembrava proprio uno scenario da guerra di paese agli usi e consumi (in questo caso) stranieri. C'era la doverosa curiosità che queste novità generano in un paese. C'era lo scetticismo di chi non capisce bene che pezzo di vacca abbiano appeso al fuso (sic!). C'erano un sacco di bocche piemontesissime piene e soddisfatte.Forse perchè la gente di campagna non crede alle manfrine che ci propinano sul fatto che un tipo di macellazione sia peggio dell'altra. Forse perchè alla fine il cibo è cibo e unisce tutti sopra le religioni e le razze.Forse perchè a qualcuno più che ad altri fa comodo tenere sempre alto lo stato di tensione su certi argomenti.

  2. Parla la nipote di macellaio: tutte le culture che desiderino carne buona devono evitare assolutamente che l'animale soffra, si spaventi o anche semplicemente si stressi, altrimenti l'adrenalina prodotta passerà nella carne, rendendola amara.Mi risulta che la macellazione islamica, ma anche il lavoro di norcino, si ispirino a questo principio: si cerca di uccidere l'animale recidendogli la gola, dovrebbe smettere di soffrire all'istante. L'animale non dovrebbe morire dissanguato: semplicemente, dovrebbe essere dissanguato in tempi brevissimi, quando è ancora caldo. Credo (ma non l'ho visto, quindi non ci giurerei) che qualcosa di molto simile si faccia col maiale quando si raccoglie il suo sangue per il sanguinaccio.Io personalmente nella cristianissima Grecia ho assistito alla macellazione di una capra a due passi dalla spiaggia. Non era rituale, ma, da come urlava la bestia, non credo fosse tanto più indolore di quella rituale.

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