Sono passati molti anni, ma ieri, leggendo le parole di Niccolò Fabi, mi è tornato in mente con chiarezza un episodio bello che si è verificato in una situazione di enorme sofferenza.  Ero nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Perugia. Una delle mie sorelle era in coma dopo un incidente spettacolare, che ha tenuto banco nei tg regionali per vari giorni: si era schiantata con la macchina, contenente marito e due bambini, contro una corriera che veniva già in velocità per la statale. (Apriamo parentesi: ancor più dei seggiolini e delle cinture di sicurezza, giustamente promossi dalla campagna dei blog menzionata nel post qui sotto, l'incolumità dei figli dipende dalla nostra lucidità quando ci mettiamo alla guida. Quella vicenda mi ha insegnato che minimizzare la stanchezza non è un atto eroico, anzi). Comunque stavo lì, in una spaventosa staffetta con i miei familiari, per poter autorizzare un intervento dopo l'altro, tutto ciò che si poteva fare. (Apriamo un'altra parentesi: tutto quello che si poeva fare è stato fatto egregiamente e mia sorella è ancora viva. Certo, quell'episodio ha mutato drasticamente la sua vita, da ogni punto di vista. Ha interrotto per sempre la carriera che aveva scelto e che aveva faticato molti anni a costruire. La ha limitata in una dimensione molto diversa, facendomela per inciso apprezzare profondamente per l'umiltà e la forza con cui oggi vive il tutto. Ma questa è un'altra storia). Torniamo al reparto rianimazione. L'inattività e l'assoluto senso di impotenza erano interrotti solo, come è logico, dall'incrociare altre spaventose tragedie. Un giorno sono arrivati due giovani genitori, con il loro bambino. Fino a pochi anni fa ne ricordavo il nome, oggi con dolore realizzo di averlo dimenticato. Avrei dovuto scriverla prima questa storia. Non credo di aver mai saputo invece la ragione di quel ricovero. Una cosa è certa: fu breve, troppo breve. Quel bambino non ce l'ha fatta. Ricordo distintamente l'indicibile che ho letto negli occhi di quei due ragazzi. Io stavo lì, sepolta nella mia poltroncina, e non sapevo che dire. Ci eravamo scambiati poche parole, davanti alla macchinetta del caffè. Quelle frasi gentili, di circostanza, che però non sai se ti autorizzano a intrometterti in un momento così. Li ho visti uscire dalla porta a vetri, parlando dei vestitini da portare, e mi è parso giusto così. Ma a un certo punto il papà del bambino è tornato indietro, è rientrato nel reparto e mi è venuto a cercare. "Scusa, non ti ho nemmeno salutato. Speriamo almeno per la tua sorella". Non credo che mi scorderò mai di quella delicatezza, che per me resterà sempre legata a un articolo ("la tua sorella") e a un avverbio ("almeno"). Spero che la vita successiva sia stata buona con quei ragazzi giovani, che anche in un momento così hanno avuto una buona parola per una sconosciuta.

2 pensieri riguardo “”

  1. Non sapevo di tua sorella, e mi dispiace molto. Quando ho letto di Niccol Fabi mi è presa una tristezza/paura infinita…. non oso pensare cosa lui, e la famiglia di cui parli, possano aver attraversato.

  2. Ho letto anch'io della bimba di Niccolò Fabi, è una cosa orrenda, atroce.Ed è molto bello che quel papà, in un momento così, abbia avuto un pensiero così gentile per te. Gli animi gentili sorprendono sempre, sono un dono raro.

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