Esperienze interculturali

Snelle procedure burocratiche analoghe a quelle descritte nel post precedente mi hanno regalato, per la notte scorsa, quattro ospiti curdi. Una famiglia con due bimbe: tutti deliziosi, ma in numero sufficiente a rivelare gravi carenze strutturali di casa mia in materia di ospitalità. Non avevo lenzuola non appallottolate. Non avevo cuscini, rimediati alla svelta da mia madre. Non avevo coperte. Non avevo tazze per la colazione, né cucchiaini. L’unica cosa che possiedo in congrua quantità sono gli asciugamani, tutti diversi per colore, forma, dimensioni e stato di conservazione. Non ho neppure portaceneri. Un disastro. Nizam poi aveva completamente sbagliato nella stima delle età delle bimbe, per cui alla fine se ne è andato a dormire da suo fratello insieme al padre delle piccole, abbandonando me con le femmine del gruppo. Un livello di comunicazione prossimo allo zero. Considerato che questo arrivava alla fine di una giornata in cui tutti i programmi erano saltati e dunque Meryem era discretamente delusa dalle mie incaute e fallaci promesse, c’erano tutte le premesse perché la situazione esplodesse tragicamente.
E invece, tornando trafelata da una mezza serata di lavoro che si è andata ad incastonare in questi progressivi aggiustamenti organizzativi, ho aperto la porta e ho visto, nell’ordine: il mio salone invaso di curdi di ogni forma e dimensione (mi ci è voluto un po’ a capire chi fossero gli ospiti e chi gli accompagnatori) e Meryem che giocava in camera sua con le due bambine. Parlavano ciascuna la sua lingua e si intendevano alla grande. Per una volta ho sentito dei bambini pronunciare il nome di mia figlia senza sforzo e senza sguardi allibiti. E’ una strana sensazione. Insomma, una scena carina, anche se mandarla a letto e, soprattutto, portarla a scuola stamattina ha richiesto sforzi imponenti e qualche urlaccio, a dirla tutta.
Sabato mattina, altra esperienza interculturale. In un nuovo parco giochi dalle condizioni atmosferiche proibitive (non un raggio di sole fino a mezzogiorno e umidità al 200%), Meryem esplorava i trabiccoli lì presenti, quando si è sentita apostrofare così: “Chemmaiuti ascavà nnabuca?”. La dolce fanciullina romanescofona si chiamava Federica (e non Debbora, come ho immaginato io malignamente in un primo momento) ed è riuscita, con la tenacia propria dell’indigeno, a superare le diffidenze di Meryem, limitandosi ad ignorarle. Di lì a poco, giocavano allegramente con lo Skifidol (si chiama così quell’orrore appiccicaticcio?) e sminuzzavano la vegetazione generosamente divelta dal nonno di Federica (io di mio mi sarei opposta, ma davanti all’adulto ho esitato. Però ho frenato le due minori, mentre il nonno era distratto, dall’impresa di abbattere un giovane albero per coglierne le foglie). Insomma, una mattinata inaspettatamente gradevole. Poi è persino passato Nizam a prenderci e la Guerrigliera era al settimo cielo. “Lo vedi, Federica? Lui è il mio PAPA’!!!!”. Lei ha ribattuto, rivolta a lui: “Ah, be’. Che, ce dà ‘na mano?”.

One thought on “Esperienze interculturali”

  1. in quanto ad invasioni di casa ne so qualcosa, anche se, per fortuna, sono abbastanza organizzata (ho detto abbastanza …).
    sai … sulle prime uno si fa prendere dalla nostalgia per la propria privacy, per la classica voglia si mettersi in mutande sul divano … ma poi magari vengono fuori cose carine … come e' successo a voi.
    i bambini, poi, sono pazzeschi. mio figlio, l' estate scorsa, ha intrattenuto una vera e propria conversazione con un nostro amico turco che alla fine ha anche capito – non so davvero come – che francesco gl istava chiedendo dell' acqua. io me la ridevo da dietro l' angolo.

    paola

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