Famiglie di serie B

Mi avete incoraggiato, allora non mi censuro più. Stasera ho in mente due famiglie, che non ho mai incontrato personalmente, ma di cui conosco la storia. Sono due famiglie divise e non a causa di crisi e di screzi, ma a causa di frontiere, di visti, di regolamenti.
La prima famiglia è composta da quattro persone: marito (con gravi disturbi psichici), moglie, bimba di due mesi, sorella diciottenne del padre. Avevano chiesto asilo in un Paese del nord Europa, dove è nata la piccola. Si decide (le procedure, i regolamenti) che si deve mandarli in Italia. Non perché vi abbiano mai messo prima piede, no. Ma perché hanno un visto italiano. Si vede che, quando si sono trovati a fuggire, il nostro era il visto più economico, più facile da falsificare. In vista di questo trasferimento, la ragazza diciottenne viene chiusa in un centro di detenzione. I due giovani genitori no, perché hanno la piccola e perché lui sta molto male. Li sistemano in una specie di centro alternativo alla detenzione. Sono terrorizzati. Nessuno spiega loro cosa li attende in Italia. Io e la mia collega che lavora in quel Paese ci informiamo, veniamo a sapere che per fortuna qui a Roma li aspettano, la segnalazione è arrivata e, anzi, la ragazza l’hanno già mandata a Roma. Perché separarli? Non facciamo più in tempo a fare arrivare le informazioni. Loro hanno preso la bambina e sono scappati. Nessuno sa dove siano. Certo è che non hanno nulla, che non parlano la lingua del luogo dove si trovano, che non conoscono nessuno e che fa un gran freddo, lassù. Dove sono stasera? Chissà.
Solo in padre della seconda famiglia è in Italia. E’ somalo, rifugiato dal 2008. Da allora tenta di fare arrivare qui la moglie e i sei figli. Ne avrebbe diritto. Ma queste cose vanno per le lunghe e servono soldi, tanti. Questo signore, che non abbiamo mai visto, scrive un’educata mail alla nostra associazione. Spiega che tutti i suoi familiari sono riusciti a fuggire dalla Somalia e sono in Kenya, in attesa del visto. Allega un preventivo delle spese, che vanno dal sostentamento dei familiari in Kenya ai test del DNA richiesti. Sono oltre 11.000 euro, compresi i biglietti aerei. Lui ne ha messi insieme circa 7500, manca poco. Ha pagato tutte le pratiche, mancano quei maledetti biglietti e poco altro. Oggi manda un’altra mail. Finalmente li hanno chiamati dall’ambasciata, i visti sono pronti, ma senza biglietti non glieli consegnano. Così rischia di andare a monte tutto. Servono i soldi mancanti. Dietro la pacatezza dei toni, si legge chiara la disperazione: “Salvate la mia famiglia”. Esistono voli a prezzi stracciati, realizzati da un’organizzazione umanitaria italiana. Con un loro interessamento si potrebbe risolvere la cosa. Ma ho ancora davanti agli occhi il funzionario che mesi fa dissertava sul fatto che bisogna finirla di aiutare tutti questi rifugiati a portare qui le famiglie. E’ vero, ne hanno diritto, ma alla fine non è un bene per nessuno imbarcare altri disperati. Non sono progettuali. Io vorrei obbiettare a quel funzionario che salvare la vita ai tuoi bambini è già un bel progetto. Per questo la normativa internazionale te ne dà il diritto, reso inapplicabile dall’avidità degli uomini.
Più sento le storie dei ricongiungimenti familiari negati, di persone che perdono la vita perché la nostra ambasciata non risponde al telefono per anni, più mi stupisco della capacità di sopportazione che pretendiamo da immigrati e rifugiati. E lo pretendiamo con noncuranza, con disinvoltura, senza neanche mettere a fuoco cosa significa. Proprio noi, che per i nostri figli faremmo qualunque cosa e giustificheremmo tutto.

10 pensieri riguardo “Famiglie di serie B”

  1. Mi interessano molto questi tuoi articoli, e mi piacerebbe poter fare un lavoro come il tuo, per il quale ho studiato…intanto cerco nel mio piccolo di fare quello che posso con i bambini che sono arrivati in Italia e ora sono nelle mie classi a scuola!un abbraccio e buon lavoro!
    Daniela
    ilcoltellodibanjas.blogspot.com

  2. Non ho le parole per commentare decentemente, ma questi tuoi post mi colpiscono molto. Di certe cose proprio non avevo idea.
    Spero che entrambe le famiglie si ricongiungano.

  3. Non solo, ma, nel secondo caso, il padre è riuscito a mettere insieme 7000 euro , in tempi come questi. E se questa non è progettualità…

  4. Una persona molto vicina a me ha una figlia che ufficialmente in Africa è registrata come figlia sua ma biologicamente non lo è (è una pratica abbastanza diffusa, soprattutto quando una parente ti molla una neonata e scappa senza farsi più vedere). A causa della faccenda del DNA, questa ragazza non può ricongiungersi a quella che considera sua madre, che vive in Italia. Hanno dovuto usare l'ultimo decreto flussi per richiederla come colf. La aspettano da due anni e, quando arriverà, dovranno pagarle i contributi almeno per un anno, sperando che nel frattempo trovi un lavoro regolare. Questo perché le ambasciate italiane in Africa non concedono visti turistici agli africani (per direttiva della Farnesina) e perché non esiste una forma legale per portare una persona in Italia e metterla sullo stato di famiglia di un italiano assolutamente consenziente (il patrigno, in questo caso).
    L'unica cosa che mi può consolare è che in Africa non c'è una concezione del nucleo familiare come ce l'abbiamo noi, separazioni che per noi sarebbero gravissime vengono vissute "meglio". Ma è una magra consolazione.

  5. ecco. avidita’. ma io ci metto dentro anche l’ intelligenza, quella emotiva. perche’ ci siamo evoluti, raccontiamo le nostre storie sui blog, chattiamo con gli amici per sapere come stanno, comunichiamo i nostri stati d’ animo su fb e poi ci dimostriamo dei GRANDI IGNORANTI, indietro come se fossimo all’ eta’ della pietra davanti a dei casi UMANI.
    scusa ma io metto insieme le cose: nel 2010 io non accetto che succedano queste cose. l’ ambasciata che non risponde al telefono, poi…quando si sa benissimo che oggi per avere delle informazioni basta mandare un tweet.
    mi fa molto piacere che racconti queste cose, ma – credimi – allo stesso tempo mi viene un gran nervoso.
    non possiamo evolverci solo da una parte; non possiamo non avere una mente aperta e CIVILE nel 2010. tutti. genitori o no.

  6. Caro anonimo, non è che l'ambasciata non abbia i mezzi tecnici per rispondere al telefono e alle mail. E' che deliberatamente decide di non farlo. Non si tratta di ignoranza, ma di "politica". Evidentemente si decide che i pochi che avrebbero diritto di aver salva la vita sono comunque troppi, così li si screma. Non è ce i Paesi europei non siano in grado di accogliere 4 o 5 richiedenti asilo in più: ma ritengono che rimandando qua e là per l'Europa anche donne incinte al nono mese e neonati, forse qualcun'altro non sarà invogliato a fuggire qui. Così come, ovviamente, non c'è bisogno di chiudere in prigione una ragazza di diciott'anni che non ha commesso alcun illecito, separandola dalla sua famiglia. L'obiettivo è creare deterrenti. In fondo in fondo, l'idea è che nessuno può pretendere di avere i nostri stessi diritti. Noi siamo noi. Poi firmiamo le convenzioni internazionali e ci riempiamo la bocca di democrazia e valori occidentali da esportare. 

  7. Nel secondo caso che racconti, se non capisco male, la questione al momento è economica: il padre ha speso tutto per il test del DNA e non ha i soldi per i biglietti.
    E allora non possiamo lanciare una colletta? sui blog, su facebook e usando tutti gli altri mezzi tecnologici di cui disponiamo e che nel post precedente si invocavano a gran voce. Ci sono le lettere al Centro Astalli, no? le scannerizzazioni dei test del DNA, tutte le pezze d'appoggio che documentano l'assurda odissea di queste persone.
    Che ne dici? facciamolo. E poi, quando la situazione sarà (sperabilmente) risolta, scriviamo un bel report, lungo e dettagliato, in cui si fanno i nomi e i cognomi di tutte le istituzioni che latitano, con o senza dolo, e lo mandiamo a un giornale.
    Ma intanto aiutiamo questa persona. no?
    Io posso contribuire con 50 euro e diffondere la notizia da queste parti.
    Pietro

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