Sunday bloody Sunday

Certe volte mi prendono dei raptus di masochismo. Non so darmi altra spiegazione per il pomeriggio di ieri. L'attenuante che mi concedo è la clausura forzata del giorno della festa nazionale, un incubo di pioggia e noia in mix fatale. Quindi il finesettimana è stato all'insegna delle attività. Al sabato sono sopravvissuta. Giretto mattutino al Gianicolo, dove Meryem ha tastato e decifrato tutte le lettere del monumento di Garibaldi, leggendo la sua prima parola ("R-O-M-A"), e ha imparato una nuova parola, "panorama", che le piace assai e da allora usa a proposito e a sproposito. Poi visita da mia sorella e saluti alle ospiti sarde, con annesso laboratorio di cucina (mi sono morsa le mani per non aver immortalato le fasi della fattura dei culurgiones, cucitura inclusa: era la volta che mi potevo spacciare, peraltro a scrocco, per food-blogger), pranzo presto per Meryem, casa e riposino, spettacolo al Teatro Verde. Intenso, ma giusto. La domenica invece mi ha preso la mano. In un delirio di onnipotenza mi sono lanciata verso il centro storico per assistere a uno spettacolo di danze internazionali sotto la colonna Traiana. Di per sé un'ottima idea, di gradimento della Guerrigliera. Però per arrivarci, dribblando il percorso della maratona, abbiamo percorso svariati chilometri nella folla, comprensivi di file per attraversare piazza Venezia a scaglioni, facendo a cazzotti con graziose quanto bastarde giovani turiste spagnole. Arrivati lì, l'entusiasmo musicale di Meryem si è espresso pienamente in un'ora e mezza di salti, corse, giravolte (spesso sui piedi altrui). Ho iniziato a manifestare qualche nervosismo e lei con me. Qui una mamma saggia avrebbe battuto in ritirata. E invece, contro ogni aspettativa, chiama Nizam ofrendosi di prendersi un paio d'ore per accompagnarmi al centro commerciale per alcuni acquisti ahimè indispensabili (altro che Trashic: qui ci vorrebbe la Protezione Civile per salvare qualcosa del mio attuale guardaroba). E io, senza fare una piega, dissimulando il presentimento che assomigliava pericolosamente a una certezza matematica, rispondo: "Ma certo, ti raggiungiamo subito!". Guadagnamo la metro di Colosseo con comoda deviazione su e già per il quartiere Monti (che si chiama così con qualche motivo). Arrivati al Centro Commerciale Meryem, esausta ma eccitata dall'inusuale presenza del padre, era l'incarnazione della bambina ingestibile. Un massacro. L'esasperazione si è mixata con la depressione latente che mi assale alla gola ogni volta che mi avvicino a un camerino diverso da quello della mia amata Stefania. Due ore dopo avrei ucciso chiunque mi si parasse davanti e vi assicuro che ce n'erano fin troppi, tra acquirenti e commessi. Il triste epilogo si è consumato in un negozio di scarpe, dove io e Nizam abbiamo acquistato praticamente un paio di scarpe a caso ciascuno, pur di ritenere adempiuta la missione e mettere la parola fine all'incresciosa esperienza. Io sono perplessa proprietaria di un paio di scarpe da papera che fanno concorrenza alle scarpe più brutte del mondo che qualcuno di voi ricorderà. Il curdo, che ha una tempra migliore della mia e l'occhio più allenato, quanto meno si è accaparrato un paio di Camper. Ieri sera, allettato il mostrino (che stamattina, a mente fredda, ci ha annunciato che si cercherà "un'altra mamma e un altro papà. E pure un'altra casa", mortalmente offesa per i rimproveri subiti), ho visto questo post di Francesca aka Panzallaria. Almeno adesso ho un paio di Camper anche io. Non che la cosa mi renda meno impresentabile, ma sono sempre soddisfazioni.

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