Che vogliamo fare?

Senza il concetto di frontiera, la parola “migrante” non significa niente. Sarà un’ovvietà, ma il concetto di Stato nazionale non è scritto nelle stelle. E’ stato formalizzato appena nel 1648 (Trattato di Westfalia). In un’ottica storica di medio respiro, praticamente l’altro ieri. Parla velocemente, ma scandisce le parole Hassan Abouyoub, ambasciatore del Marocco in Italia. In un tavolo di relatori abbastanza bene assortito (conferenza stampa per la presentazione del rapporto OIM “1951-2011 Le migrazioni in Italia tra passato e futuro”), seduto alla destra di Natale Forlani (“il mio amico Natale”), direttore generale del Ministero del Lavoro, l’ambasciatore spicca certamente come il più colto (nel senso più ampio del termine) e, allo stesso tempo, il più provocatorio. La mobilità umana è un diritto naturale, sancito (“mi dispiace”, sottolinea ironico) anche dalla Dichiarazione dei Diritti Umani. E non ce ne sarebbe neanche bisogno, insinua Abouyoub, se si fosse consapevoli davvero della storia e della civiltà dei nostri Paesi. Storia ha coinciso con migrazione, da prima dell’Impero Romano, che non a caso, con Caracalla, ha ripensato senza troppi traumi il concetto di cittadinanza (curioso che ce lo ricordi lui, qui a Roma).

Ma non staremo qui a gongolare per i fasti passati, continua l’ambasciatore. Il fenomeno della migrazione, che in buona parte è prodotto della nostra mentalità, viene sempre trattato in modo quantitativo e fuorviante. Volete i numeri? In Marocco sta crescendo l’immigrazione dalla Spagna. Dista 20 minuti, del resto. La crisi colpisce anche l’Europa. Volete altri numeri? La sponda sud del Mediterraneo entro il 2022 dovrà creare 40 milioni di posti di lavoro. Ma l’Europa dovrà inventarne altrettanti. Ne ha la capacità? No. Sia per ragioni demografiche che per capacità tecniche la capacità di reazione dell’Europa è vicina allo zero. Evidentemente è giunta l’ora di deporre l’arroganza europea e riconoscere che siamo tutti sulla stessa barca. Forse così, sgomberato il campo, si potranno trovare paradigmi nuovi, un nuovo modello di benessere mediterraneo. Una ricerca lo ha provato: gli accordi di Schengen non hanno grande impatto sull’effettiva regolazione dei flussi migratori. In compenso, danneggiano fortemente alcuni Paesi. Sarà forse l’ora di deporre questo approccio escludente e rigido? Di cercare una nuova prospettiva? Molto concretamente, nei prossimi giorni a Bruxelles si voterà per l’abolizione di un trattato di cooperazione agricola che avrà ripercussioni immediate sugli equilibri economici interni del Marocco. Si può tranquillamente affermare che la politica europea in materia di agricoltura abbia generato il 15% del flusso migratorio dal Marocco. Diverso dovrebbe essere lo sguardo. Euromediterraneo. Altrimenti si finisce ad alimentare crisi su crisi, che non fanno altro che mettere sotto pressione la politica, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Anche Natale Forlani l’aveva ricordato. Negli ultimi 15 anni l’immigrazione in Italia è un fenomeno maturo, nonostante la politica. Il dibattito culturale e politico è rimasto sostanzialmente estraneo a tutto ciò. Il fai da te ha avuto certamente guizzi virtuosi di creatività e flessibilità. Nelle nostre comunità, sottolineava Forlani, ci sono molti più valori e buon senso di quanto riesca ad esprimerne la politica. Sì, ma nel fai da te ci sono anche alcuni vistosi contro, ricordava Andrea Olivero, presidente delle ACLI. Negli spazi di debolezza del Paese si producono vere e proprie piaghe sociali: lavoro nero, sfruttamento, sistematico spreco di risorse umane.

Su una cosa tutti i relatori sembravano concordare: non si può più andare avanti così, con le soluzioni che si autodeterminano nell’informalità illegalità, talora) e il governo che si limita ad arrancare e tamponare malamente, a suon di provvedimenti straordinari di corto respiro. E’ arrivato, da tempo, il momento di riflettere sulle cose serie e non sul buonismo e sul cattivismo. E’ una priorità? Certamente sì. Con buona pace dei grilli parlanti, gli immigrati si avviamo a diventare un quinto della popolazione del nostro (e quindi anche del loro) Paese.

4 thoughts on “Che vogliamo fare?”

  1. Chiara grazie, hai dato la possibilità anche a chi non c’era di esserci. Almeno in parte. L’ho letto al lavoro e me lo sono riletto a casa, leggendolo poi ad alta voce al moroso. E concludendo che è un bellissimo post, con frasi vere, verissime e serie. Speriamo che, come dici, la si prenda seriamente su tutti i fronti. E, scusa il gioco di parole, la si affronti.

  2. Molto interessante il tuo post, mi ha fatto pensare che dovremmo preparare i nostri figli a un approccio aperto e tollerante e a considerare i confini per quello che sono:linee tratteggiate sulle cartine geografiche.
    Sono profondamente convinta che un atteggiamento più rilassato nei confronti della migrazione, e tanta buona volontà da parte nostra e dei migranti non possa che farci bene.
    Intanto lo scorso fine settimana, complice il freddo che imprigiona a casa, io e mia figlia ci siamo viste “Terra!”, un film presentato alla mostra del cinema di venezia qualche tempo fa, che vale la pena menzionare e che parla, appunto, di migrazione.
    Mia figlia ha 6 anni e il film in questione non è propriamente per bambini, ma l’ha seguito davvero con tanto interesse. Le domande poi, innumerevoli! Potremmo iniziare anche in questo modo a stimolare il dialogo e non trattare i bambini come scemotti solo perchè sono piccoli.

  3. Ecco, mentre leggevo il tuo post pensavo alla mia cascina: è un esempio vincente di come l’immigrazione possa tradursi in convivenza civile e reciproco arricchimento, quando italiani e stranieri vivono in una situazione paritaria e dignitosa. Noi “siamo” italiani, egiziani, rumeni, tedeschi, indiani, africani. Come dicono i titoli di coda di Azur e Asmar, siamo gente che viene da Paesi diversi ma va d’accordo (e quando non ci va, non è per motivi legati alla provenienza).
    Se questa cosa è possibile in provincia di Pavia, dove la gente notoriamente è stronza a prescindere, penso sia possibile ovunque. Purché non si parta dal presupposto che “quelli” ci rubano il lavoro o devono essere pagati meno di noi o devono avere meno diritti.

  4. Vorrei elaborare su questa frase che mi ha colpita molto: “dovremmo preparare i nostri figli a un approccio aperto e tollerante”. Io credo che i nostri figli siano fin da piccoli aperti e tolleranti nell’ approccio, perlomeno per quanto riguarda la questione delle lingue diverse e provenienze varie. Butta dei bambini tra loro e se non hanno una lingua comune se la inventano pur di giocare insieme. E se si menano, per citare Lanterna, non è per motivi legati alla provenienza.

    Secondo me dovrebbero essere gli adulti a ripensarci: con un’ amica di mia madre, una donna buona come il pane e in gambissima, imprenditrice, che si è fatta da sola, discutevamo dei figli degli immigrati che vanno a scuola in Italia. Il suo approccio era quello di ‘selezionare’ i bambini con cui potrebbe andare a scuola suo nipote. Lo stesso bambino con una situazione difficile alle spalle, che bestemmia e urla e fa il prepotente e che una volta che me lo sono portata con i miei a trovare un’ amica mi sono sinceramente vergognata. Per dire. Vai a spiegare a sua nonna che forse gli altri genitori potrebbero non essere contenti che suo nipote frequenti i loro figli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...