Il dilemma del fundraising

Non sono mai stata granché brava a chiedere soldi, neanche quando mi sono dovuti. Al memento i miei crediti non riscossi superano di gran lunga le mie entrate mensili. Negli anni mi sono resa conto che, oltre al mio fallimentare senso degli affari (al punto che è quasi un’eresia accostare a me questo concetto), ho proprio un problema specifico: vengo da un ambiente “culturale”in cui di soldi non si parla, non sta bene, non fa fino. Il concetto è ben esemplificato da un triste aneddoto accademico. Lavoravo già al Centro Astalli quando mi è stata offerta una docenza a un master che comportava un impegno di tempo tale che avrei dovuto come minimo chiedere un part-time, se non lasciare proprio il lavoro (cosa che chi mi proponeva la cosa dava per scontata, peraltro). Facendo una violenza a me stessa e al tenore della conversazione ho chiesto quanto mi avrebbero pagato. 1000 euro lordi annui. Sì, avete capito bene. A quel punto ho spiegato con tutta la cortesia che ero lusingata, ma che proprio non si poteva fare. Il proponente ha detto di capire, ma poi mi ha raccomandato più volte di non dire a nessuno che rifiutavo per i soldi. Meglio inventarsi altre nebulose e più accademiche motivazioni (tipo: “temo di fare uno sgarbo a…”). Quando ho realizzato che all’estero anche i ricercatori delle mie materie si ponevano in modo del tutto diverso (ad esempio chiedendo, al colloquio per l’assegnazione di una borsa di studio, quali fossero gli eventuali benefit aggiuntivi all’importo, considerato evidentemente dal candidato olandese piuttosto micragnoso) è stata una rivelazione vera.

Perché vi racconto tutto ciò? Solo per dire che ogni volta che al Centro Astalli emerge il tema del fundraising sento un brivido corrermi lungo la schiena. E non sono la sola, nel mio ufficio. Ci pare brutto. Visualizziamo subito le invasive campagne con uso sfacciato di occhioni di bimbi africani, che sono lontane mille miglia dalla nostra sensibilità e della nostra identità. Come ho già detto, abbiamo costatato che il rifugiato presente in Italia è difficile da “vendere”. Sostenere a distanza è di gran lunga più rassicurante. Ma è anche vero che il nostro stile di fundraising è timido fino all’inesistente: sul nostro sito il “sostienici” è inguattato in basso a destra, quasi invisibile. Mandiamo bollettini per le donazioni in allegato al nostro bollettino non più di una volta l’anno. Agli eventi che organizziamo non chiediamo mai alcun genere di offerte. I progetti che facciamo nelle scuole sono del tutto gratuiti. Quando abbiamo pubblicato il libro “La notte della fuga” abbiamo quasi litigato con l’editore per abbassare il prezzo di copertina e, non contenti, acquistiamo noi molte copie per poterlo rivendere a un prezzo inferiore (e non percependo quindi neanche i diritti d’autore).

Una collega un po’ pragmatica ci ha fatto notare che probabilmente la convinzione generale è che il Centro Astalli sia ricco, che non abbia alcun bisogno di offerte. Questi gesuiti, si sa. Il che, evidentemente, non ha nulla a che vedere con la realtà. Ogni mese arranchiamo e se avessimo più soldi potremmo aiutare molte più persone nelle loro spese vive (affitti, occhiali, tutori, medicine, corsi, eccetera).

E’ per questa ottima ragione che, ancora una volta, abbiamo stabilito di riconsiderare la nostra politica di fundraising. La settimana prossima faremo una riunione per formulare idee, proposte, colpi di genio. Il fronte degli innovatori dovrà essere assai convincente, perché le scetticismo è molto. Io, con il bipolarismo che mi contraddistingue, saltello con disinvoltura tra le due posizioni. Diciamo che ho maturato uno scettico entusiasmo. Volete partecipare al nostro brainstorming dandomi qui qualche dritta?

8 thoughts on “Il dilemma del fundraising”

  1. Io ho lavorato nel fundraising di una ditta privata per 3 anni. Non andavo in giro a chiedere soldi, neanche a me viene bene (anzi, mi viene proprio male), ma monitoravo i vari bandi europei che potevano interessarci.
    Se fossi ancora là e l’azienda fosse seriamente interessata come lo era all’inizio, ti proporrei una collaborazione, da far finanziare al programma Leonardo da Vinci (se esiste ancora), per la formazione online dei rifugiati. Per le onlus ci sono molte più possibilità che per i soggetti commerciali, nel campo dei finanziamenti europei.
    O almeno, c’erano fino a 5 anni fa. Oggi sarei spaesata, dovrei riprendere tutto da capo. Il mio sito di riferimento è sempre stato questo qua: http://cordis.europa.eu/fp7/home_it.html
    C’è un database con tutti i soggetti interessati a diventare partner in progetti altrui, io lo spulciavo e mandavo mail illustrando il nostro progetto del momento e chiedendo se fossero interessati. In questo modo, abbiamo partecipato a una decina di bandi e ne abbiamo vinti due.

    1. Sì, i bandi finanziati sono al momento una voce importante delle nostre entrate (ed è abbastanza il mio lavoro, infatti). Ma qui parliamo proprio di sollecitare donazioni private, quelle meravigliose cose che ti consentono di fare ad esempio ciò che con i bandi europei è vietatissimo o complicatissimo, tipo dare dei soldi in mano ai rifugiati che ne hanno bisogno per una specifica ragione, ad esempio.

  2. premesso che il fundraising e i soldi in generale non sono proprio il mio forte, a me era piaciuta l’idea delle “adozioni ravvicinate” ovvero l’idea di poter contribuire con buoni per cose pratiche e visibili (tessera dell’autobus, corso di formazione, affitto per tre mesi ecc.) e magari utilizzare per singoli progetti un sistema tipo quello delle produzioni dal basso, in cui ognuno mette una quota.

  3. Personalmente sono la persona meno adatta a dare consigli del genere. Credo però che abbiate bisogno di una consulenza di marketing, che io non amo però effettivamente gli strumenti li conosce. Mi viene in mente qualche idea sempliciotta, tipo la maglietta della solidarità magari dipinte a soggetto, o delle tazze (tipo mug).
    Ciao! (il 26 non so se ce la faccio a venire perchè lavoro fino a tardi, vedrò cosa posso fare)
    Chiara

  4. anche a me piacciono le “adozioni ravvicinate” come la chiama piattins. Qui vanno anche molto le sponsorizzazioni, ma il punto che e’ qui sono anche parecchio gente d’avventura (you know, these english people…) tipo l’ultimo che ho sponsorizzato per dei fondi per aiutare una charity ha scalato il kilimangiaro 🙂 ma anche fare la maratona di londra, cose cosi’, e’ un modo per dire, io mi impegno a fare una cosa notevole, e regalo il mio tempo e il mio allenamento, e tu controbilanci regalandomi dei soldi

  5. Accidenti… il commento che avevo scritto si è cancellato! uff..
    Meglio così riassumo: io ho appena finito un corso di Fund raising ed Europrogettazione all’istituto Pedro Arrupe, lo conosci sicuramente ed una collega verrà da voi per uno stage.
    Capisco perfettamente la tua posizione di difficoltà è causa del nostro modo di intendere le associazioni-enti e il fund raising. Il fund raising se fatto bene( e ti consiglio un buon consulente che se seguito si ripaga da solo) non è altro che una buona comunicazione che mette al centro il donatore. Quello che cambia è il modo di pensare l’ente e la funzione del donatore. Se io faccio una donazione, non la faccio a Chiara o ai gesuiti o al centro Astalli, anzi non faccio una donazione ma io aiuto insieme agli operatori del centro il rifugiato, la persona che fugge dagli orrori di guerre e persecuzioni politiche… per far si che si rialzi, che riacquisti la dignità che gli è stata negata e strappata, che ritorni a vivere ed amare in seno alla comunità. O ancora, cristianamente IO accolgo Cristo nel forestiero, lo aiuto, lo accolgo, lo lavo, lo sfamo e lo copro.
    Per questo i donatori debbono essere conosciuti, coinvolti, informati, coccolati… perchè a questo punto cambia anche il modo di essere ente: mentre prima si era i salvatori del mondo, adesso si aiuta ad amare da un lato e si ama dall’altro. Si permette l’incontro. Non è facile, ma funziona… e secondo me è bellissimo quando funziona nelle realtà locali, dove la gente può incontrare chi aiuta. Se hai bisogno chiama.

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