Prestereste il vostro account Twitter a un rifugiato?

Io ho deciso di farlo. Per una settimana. Una giovane coppia di rifugiati siriani quindi manderà dei tweet sulla loro esperienza a beneficio dei miei “seguaci” su Twitter e dei miei amici su Facebook.

Vedo che oggi molti condividono un video dolorosissimo di Save the Children sull’impatto della guerra in Siria sulla vita di un bambino. “Solo perché non accade qui non significa che non stia accadendo”. Vero. Ricorderete di quando vi ho proposto di mandare dei disegni dei vostri bambini per i bambini siriani rifugiati. Qualcuno l’ha fatto, coinvolgendo classi intere. Quando la mia collega Francesca, l’estate scorsa, ha consegnato i disegni a un gruppo di bambini rifugiati in Giordania, ha portato indietro alcuni disegni fatti da loro. Mi ha molto colpito il fatto che in quei disegni, pure accurati e coloratissimi, non ci fosse una casa che poggiava solidamente sulla linea di terra. Tutte le casette galleggiavano in aria. Persino io, senza alcuna nozione, capisco che sono disegni che esprimono un profondo sconvolgimento e turbamento.

Ieri è partita una campagna europea organizzata dall’ECRE, a cui il Centro Astalli ha aderito, insieme ad altre 100 organizzazioni in 34 Paesi. Si chiama Europe Act Now.

Sono previste varie azioni di advocacy, tra cui una lettera alle istituzioni europee e una, che abbiamo mandato ieri, a quelle italiane, con richieste abbastanza specifiche e concrete:

– Garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa

– Fermare i respingimenti e proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee

– Ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

La mia famiglia è bloccata in Egitto. Escono raramente perché temono di essere arrestati. Se venissero imprigionati sarebbero costretti a scegliere tra rimanere in prigione o tornare in Siria. Hanno bisogno di lasciare l’Egitto, ma i miei genitori sono anziani e non possono affrontare il pericoloso viaggio in mare o essere trattenuti in aeroporto, se arrivassero in aereo. La nostra unica speranza è trovare un modo legale per portarli in Europa. Così ha raccontato ieri alla conferenza stampa un rifugiato siriano che vive a Bruxelles.

Curiosamente una storia molto simile mi è stata raccontata ieri da un amico: riguarda un giovane eritreo che al momento si trova in Israele e rischia di essere rimandato in Eritrea da un momento all’altro. Se potesse arrivare in Italia potrebbe chiedere asilo e probabilmente ottenerlo, così come tutti i rifugiati dalla Siria. Ma come arrivare? Vie legali non ne esistono e invece, se non si vuole che la protezione internazionale resti una pura teoria, dovrebbero esisterne.

Sono cose di cui non si parla e a cui non si pensa. L’invito, invece, è cercare di pensarci, di ricordarsene e possibilmente di far vedere che ci interessa. Alcune politiche importanti potrebbero essere cambiate, se ce ne fosse la volontà. Non pensiamo alla statistica, alle masse anonime. Pensiamo a persone concrete, con nomi e facce. La campagna Europe Act Now ci può aiutare in questo. Incontrare un rifugiato, anche solo sulla propria timeline, è un’esperienza che vale  la pena di fare.

Sul sito http://www.helpsyriasrefugees.eu si può firmare la petizione e anche scegliere, come ho fatto io, di dar voce ai rifugiati della crisi siriana attraverso i propri account Twitter e Facebook.

La campagna Europe Act Now  durerà per 4 mesi e terminerà in concomitanza con la Giornata Internazionale del Rifugiato del 20 giugno 2014.

Se vi va, unitevi. E magari passate voce a chi ha tanti tanti follower… 🙂

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