Reminder


Lo dicevamo nel post precedente: è momento di saggi, picnic, scampagnate, incastri e progetti. Tuttavia credo sia importante, a costo di suonarvi fuori registro, di ricordare a me e a voi – ancora una volta – la Siria. L’ho fatto relativamente spesso, in questi tre anni, da questo blog. Ma converrete forse con me che, considerata la situazione, non se ne parla mai abbastanza.

Dai miei colleghi sul campo so che circa 242.000 siriani vivono attualmente in aree assediate dalle forze governative o dall’opposizione. In queste zone ai civili è negato l’accesso al cibo, alle forniture sanitarie e ai beni essenziali. I tassi di malnutrizione sono in crescita e il rischio di morte per fame è concreto: alcune persone hanno solo olive e lenticchie per sopravvivere.

In appena tre anni il numero degli sfollati è pari a quasi tre volte la popolazione della città di Parigi. Più di un quarto della popolazione siriana ha bisogno di assistenza – rifugiati, sfollati interni e alter persone che vivono in condizioni tragiche.

Finora la guerra ha costretto più di 2,7 milioni di siriani a cercare asilo nei Paesi vicini, ha causato oltre 150.000 vittime e reso sfollati più di 9 milioni di siriani.

Non credo si possa davvero immaginare una situazione del genere. Però credo sia anche importante sapere che decine di migliaia di siriani, mettendo a rischio la propria incolumità e superando le loro diversità di religione, etnia e classe sociale, stanno lavorando insieme incessantemente per fornire assistenza a chi ne ha bisogno e con il preciso intento di costruire una cultura di incontro e di dialogo, gettando semi di pace, di riconciliazione e di futuro per il loro Paese. Questa è la maggioranza silenziosa dei siriani che rifiuta la violenza e che resiste, giorno dopo giorno. Sono profondamente fiera di conoscere personalmente alcuni di loro. A Aleppo, Damasco e Homs il JRS, lavorando così, riesce ad aiutare oltre 300.000 persone.

Oggi vi chiedo di firmare una petizione importante, questa. Dall’Italia le firme sono ancora poche, pochissime, meno del numero dei miei amici di Facebook. Questo mi rattrista un po’. Mi piacerebbe che entro la fine di questo mese, alla chiusura della campagna, il numero fosse di molto superiore.

Tre anni


Stasera io e Meryem parteciperemo alla veglia per la Siria in piazza del Campidoglio, in occasione dei 3 anni di guerra. Sono sempre più convinta che coinvolgere Meryem in queste occasioni sia opportuno. Quando gliel’ho proposto lei ha accettato convinta. L’unica piccola delusione è stata sapere che “quella signora tanto brava a cantare” (Evelina Meghnagi), che era intervenuta alla veglia per le vittime del naufragio del 3 ottobre, probabilmente stavolta non ci sarà. Non posso fare a meno di pensare che io non ero tanto più grande (8 anni) quando mia madre mi portò alla camera ardente di Luigi Petroselli. Allora non sapevo nemmeno bene chi fosse e perché mia madre ci tenesse ad andare. Eppure ricordo con molta precisione quella visita e ho conservato dentro di me il messaggio che quella era un persona da apprezzare e stimare. Un messaggio positivo e un orientamento concreto, nonostante il cadavere.

Meryem sente parlare di guerra in Siria già da un anno. Ha partecipato all’iniziativa, improvvisata, #disegniperlaSiria. credo quindi che esserci insieme, pubblicamente, per comunicare che questa situazione ci importa, non sia una forzatura.

Certe volte mi rendo conto, da osservazioni che raccolgo casualmente, che anche sull’unico conflitto in qualche misura mediatico persino in Italia molte persone in perfetta buona fede dimostrano una totale disinformazione e inconsapevolezza. Approfitto di questa occasione per fare tre piccole precisazioni. Spero di non risultare antipatica o maestrina, non è certo questa la mia intenzione.

1. La guerra in Siria non è una guerra religiosa, men che meno una persecuzione di cristiani da parte dei musulmani. Tutti i siriani soffrono allo stesso modo. Anzi, paradossalmente in questo momento la sofferenza sembra l’unica cosa che tutti i siriani hanno in comune.

2. La situazione in Siria è indescrivibile. Ma non basta passare un confine per essere al sicuro. I rifugiati siriani in Libano, Giordania e Turchia non sono meno bisognosi di assistenza e protezione. Trovare il modo di offrire vie di fuga sicure e efficaci non solo dalla Siria, ma dall’intera regione, in questo momento è urgente e prioritario. Il che, mi rendo conto, cozza con la sensibilità diffusa che “è meglio aiutarli a casa loro” o almeno il più vicino possibile a casa loro (o il più lontano possibile da casa nostra). In questo caso, credetemi, per sopravvivere è necessario allontanarsi. I numeri parlano da soli.

3. I soldi servono, non starò qui a negarlo. Se fate offerte, accertatevi che l’organizzazione a cui le fate sia affidabile e operi effettivamente per la causa che vi sta a cuore. Ma è importante anche andare oltre le mere necessità materiali, anche se sono immense. I rifugiati non sono vittime di calamità imprevedibili e immodificabili. Non smettiamo di chiederci quali sono le cause e le concause delle sofferenze di tutte queste persone, bambini compresi. Si può modificare qualcosa? Certamente sì. A tanti livelli. Abbiamo rispetto dei siriani. Non stanno solo morendo di fame. Tutto questo per dire, per l’ennesima volta: anche parlarne è importante. La nostra indifferenza è percepita dai siriani come una violenza ulteriore. Forse sarete scettici rispetto a questo. Ma ve lo assicuro, è proprio così.

Prestereste il vostro account Twitter a un rifugiato?


Io ho deciso di farlo. Per una settimana. Una giovane coppia di rifugiati siriani quindi manderà dei tweet sulla loro esperienza a beneficio dei miei “seguaci” su Twitter e dei miei amici su Facebook.

Vedo che oggi molti condividono un video dolorosissimo di Save the Children sull’impatto della guerra in Siria sulla vita di un bambino. “Solo perché non accade qui non significa che non stia accadendo”. Vero. Ricorderete di quando vi ho proposto di mandare dei disegni dei vostri bambini per i bambini siriani rifugiati. Qualcuno l’ha fatto, coinvolgendo classi intere. Quando la mia collega Francesca, l’estate scorsa, ha consegnato i disegni a un gruppo di bambini rifugiati in Giordania, ha portato indietro alcuni disegni fatti da loro. Mi ha molto colpito il fatto che in quei disegni, pure accurati e coloratissimi, non ci fosse una casa che poggiava solidamente sulla linea di terra. Tutte le casette galleggiavano in aria. Persino io, senza alcuna nozione, capisco che sono disegni che esprimono un profondo sconvolgimento e turbamento.

Ieri è partita una campagna europea organizzata dall’ECRE, a cui il Centro Astalli ha aderito, insieme ad altre 100 organizzazioni in 34 Paesi. Si chiama Europe Act Now.

Sono previste varie azioni di advocacy, tra cui una lettera alle istituzioni europee e una, che abbiamo mandato ieri, a quelle italiane, con richieste abbastanza specifiche e concrete:

– Garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa

– Fermare i respingimenti e proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee

– Ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

La mia famiglia è bloccata in Egitto. Escono raramente perché temono di essere arrestati. Se venissero imprigionati sarebbero costretti a scegliere tra rimanere in prigione o tornare in Siria. Hanno bisogno di lasciare l’Egitto, ma i miei genitori sono anziani e non possono affrontare il pericoloso viaggio in mare o essere trattenuti in aeroporto, se arrivassero in aereo. La nostra unica speranza è trovare un modo legale per portarli in Europa. Così ha raccontato ieri alla conferenza stampa un rifugiato siriano che vive a Bruxelles.

Curiosamente una storia molto simile mi è stata raccontata ieri da un amico: riguarda un giovane eritreo che al momento si trova in Israele e rischia di essere rimandato in Eritrea da un momento all’altro. Se potesse arrivare in Italia potrebbe chiedere asilo e probabilmente ottenerlo, così come tutti i rifugiati dalla Siria. Ma come arrivare? Vie legali non ne esistono e invece, se non si vuole che la protezione internazionale resti una pura teoria, dovrebbero esisterne.

Sono cose di cui non si parla e a cui non si pensa. L’invito, invece, è cercare di pensarci, di ricordarsene e possibilmente di far vedere che ci interessa. Alcune politiche importanti potrebbero essere cambiate, se ce ne fosse la volontà. Non pensiamo alla statistica, alle masse anonime. Pensiamo a persone concrete, con nomi e facce. La campagna Europe Act Now ci può aiutare in questo. Incontrare un rifugiato, anche solo sulla propria timeline, è un’esperienza che vale  la pena di fare.

Sul sito http://www.helpsyriasrefugees.eu si può firmare la petizione e anche scegliere, come ho fatto io, di dar voce ai rifugiati della crisi siriana attraverso i propri account Twitter e Facebook.

La campagna Europe Act Now  durerà per 4 mesi e terminerà in concomitanza con la Giornata Internazionale del Rifugiato del 20 giugno 2014.

Se vi va, unitevi. E magari passate voce a chi ha tanti tanti follower… 🙂

Santuario e Nutrimento


“Santuario”, in italiano, non ha tutta la ricchezza semantica dell’inglese “sanctuary”, in cui “luogo sacro” e “rifugio” sono due facce della stessa realtà. Per questo, quando ho visto il titolo della mostra che si inaugura domani, ho pensato che persino le parole, qui in Italia, non ci assistono per parlare di questi argomenti. 

E allora proviamo con le immagini. Per tre sere il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vuole portarle sotto gli occhi di tutti: 200 fotografie che raccontano la vita di donne, uomini e bambini costretti alla fuga saranno proiettate sulla facciata della Chiesa del Gesù, al centro di Roma. Una bella scommessa, ma perché riesca davvero bisognerebbe che molti ci passino, per quella piazza, tra il 18 e il 20 giugno.

Per i romani, ecco il calendario della giornata:

ore 11, Sala Marconi – Radio Vaticana (Piazza Pia 3): conferenza stampa. Interverranno Peter Balleis sj (direttore dell’ufficio internazionale del JRS, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), Danilo Giannese, operatore sociale e fotografo da poco tornato dal Congo, Giovanni La Manna sj, presidente del Centro Astalli (JRS Italia). Ci sarà anche la testimonianza di una rifugiata congolese che oggi vive a Roma.

ore 19, Chiesa del Gesù. Il Cardinale Antonio Maria Vegliò  presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti celebrerà una Messa per tutte le persone che nel mondo sono costrette alla fuga.

ore 20, Chiesa del Gesù (cortile). Concerto del gruppo musicale  “Vera Luz y Norte Musical” con il coro Les Antilopes d’Afrique. Diretto da Claudio Zonta SJ e formato da un gruppo di musicisti e rifugiati provenienti da diverse aree geografiche, il gruppo ci accompagnerà fino al calare del sole. Ci sarà anche un congruo rinfresco a cura del nostro kebabbaro di fiducia.

ore 21 circa, Chiesa del Gesù (facciata). La mostra inizia! Si inaugura la proiezione, che sarà visibile dalle 21 a tarda notte il 18, il 19 e il 20 giugno. E di giorno? All’interno della Chiesa saranno allestiti dei pannelli con alcuni degli scatti più significativi, che potranno essere visitati tra le 7:30 e le 19:45 (fino al 30 giugno).

Per i milanesi, le foto della mostra saranno proiettate il 20 giugno alle 18 durante la celebrazione ecumenica che sarà celebrata nella Chiesa di San Fedele in memoria delle molte e ignote vittime dei viaggi verso l’Europa.

Tutti gli altri possono seguire l’iniziativa attraverso i social network (su Facebook, attraverso la pagina ufficiale dell’evento, e su twitter utilizzando l’hashtag #rifugiatinpiazza).

Ringrazio Claudia e Laura, che hanno accolto con entusiasmo il mio invito e saranno con me, domani sera (la prima in spirito, la seconda in carne ed ossa). Spero che altre amiche riusciranno a unirsi a noi. Confido che chi è lontano ci penserà, ma soprattutto cercherà di mettersi per un momento nei panni dei genitori di 10 milioni di bambini che in Siria non vanno a scuola da un uno o due anni; delle ragazze congolesi che lottano per riconquistare il sorriso e la dignità; delle tante famiglie in Africa e in Medio Oriente che aprono le porte a chi fugge senza troppe remore, in nome di un’ospitalità che è ancora un valore forte, non riservato a pochi intimi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è, per sua natura, una celebrazione agrodolce. Non ha la finalità di farci travolgere da cupi pensieri o da sensi di colpa. Ma vuole essere un invito a informarsi su quello che troppo spesso resta del tutto fuori dai nostri media e a guardarsi intorno. Riflettiamo su quanto la nostra solidarietà scatti solo nei riguardi di chi è lontano, in modo asettico o anonimo. Lo dico spesso: i rifugiati vivono qui, dietro casa nostra. Hanno tanto da darci. Impariamo ad approfittarne.

Uno scatto #rifugiatinpiazza


Nei prossimi giorni, compatibilmente con il turbine di impegni, commissioni, imprevisti, varie ed eventuali che dovrò affrontare, mi piacerebbe condividere con voi qualche storia che ha a che fare con la mostra Santuario e Nutrimento, che sarà inaugurata il prossimo 18 giugno. Si tratta di un evento molto particolare, a cui i miei colleghi dell’ufficio internazionale si stanno dedicando anima e corpo. Il focus sarà su due crisi di straordinaria gravità, di cui si parla troppo poco: la Siria e il Congo.

Della Siria qualche volta vi ho parlato. Quindi mi piace partire dal Congo e, per farlo, prenderò spunto da uno degli scatti della mostra. Rappresenta una ragazzina giovane, molto giovane, che lavora un impasto. Ha sui capelli un foulard viola, indossa un vestito a fiorami e sotto si intravede una canottiera turchese, un po’ lucida. Questa foto, scattata come varie altre dal direttore internazionale del JRS, Peter Balleis sj, senza essere una foto di denuncia in senso stretto ha avuto il potere di farmi sentire, dritta nello stomaco, la tragedia delle donne in Congo.

Ho già confessato una volta che sentir parlare di Kivu Nord, di Goma e di altre località del Congo orientale mi dava una particolare sensazione di estraneità. Non riuscivo proprio a immaginarmele. Poi ho imparato, dai racconti dei colleghi, che non solo si tratta di un luogo di sconvolgente bellezza, ma anche di straordinaria ricchezza. Una regione troppo strategica e ricca di risorse minerarie per essere lasciata in pace. Da lì viene il coltan per i nostri cellulari e i nostri portatili. Da lì prendiamo i diamanti per i gioielli dei nostri sogni, il rame per le nostre case e le nostre macchine. Certamente anche per questo, quella terra non conosce pace.

Nel Congo orientale almeno il 40% delle donne hanno subito violenza sessuale. La giovanissima donna ritratta nella foto è una di loro. I suoi occhi hanno un’espressione che non riesco a descrivere. Una timida gioia, un dolore quieto, tanta tanta fragilità. Non oso immaginare la sua età. Temo che si avvicini molto a quella di mia nipote che fa gli anni oggi, ma la sola idea mi gela il sangue.

Aiutare queste donne, come fa il JRS, se si guarda la dimensione complessiva del fenomeno è una goccia nel mare. Una follia, un progetto di discutibile sostenibilità. Ma se si guarda singolarmente in ciascuna di queste coppie di occhi, credo che non ci possano essere dubbi. Non abbiamo il diritto di arrenderci.

 

 

 

 

Padre Nawras


Venerdì, a Milano, ho sentito citare queste frasi intense del Cardinal Martini, che tempo fa avevo a mia volta ricordato: “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo.  Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”. Non sapevo, però, in che occasione il Cardinale aveva pronunciato, per la prima volta, questo discorso. Era il 29 gennaio del 1991. La guerra in Iraq era appena cominciata. 

Con la cristallina sincerità che gli era propria, Martini non si accontentava di mormorare parole di circostanza. Aveva chiamato le cose con il loro nome, aveva menzionato i dubbi, uno a uno: “Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi. Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico-politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi. Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano” (trovate il testo completo di quella veglia che molti milanesi ricordano vividamente qui).

Perché se la riuscissimo a pensare davvero, la guerra, come potremmo parlarne freddamente, razionalmente, in termini statistici e strategici? Forse il punto è proprio questo. Noi la guerra non la pensiamo.

Mentre sentivo parlare di Martini in una bella e sobria sala milanese, pensavo al mio incontro del giorno prima. Padre Nawras è il direttore del JRS Medio Oriente. Siriano. Salvo piccoli viaggi all’estero, vive in Siria, ogni giorno. Ancora una volta sono rimasta spiazzata. Accoglie chiunque con un sorriso franco, aperto. Non si sente in dovere di mantenere un’aria grave, neanche quando parla di situazioni disperate. Ha la credibilità inconfutabile di chi ci sta, lì in mezzo. Di chi ogni giorno è in mezzo alla guerra, senza scampo, allargando le braccia (e dandosi incidentalmente molto da fare). “Il nostro business prospera”, scherza persino, quando viene sottolineata l’incessante crescita di servizi per rifugiati e sfollati interni nel patchwork di un territorio senza unità e senza sicurezza. “Tra un paio di settimane apriremo una piccola mensa nei dintorni di Damasco. E’ un progetto comune tra noi, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, la parrocchia ortodossa e i comitati di quartiere, musulmani”. Piccola, per la cronaca, significa che servirà 1500 pasti al giorno. Ad Aleppo ne distribuiscono 17.000.

“Che prospettive vede per la Siria?”. “Razionalmente, non si vede nessuna prospettiva. Ma noi siamo cristiani e non perdiamo la fede, no?”. Quello che più mi colpisce, di quest’uomo determinato e coinvolgente, è la sua serenità. Non vedo in lui nessuna traccia del disperato rancore che tanto spesso finisce per attecchire in chi vede ingiustizie e tragedie indicibili. Descrive i check-in, dove in cinque secondi il militare di turno ha il potere di decidere se vivrai o morirai. Una, cento, mille volte. Aggiunge che a volte agli anziani non vengono controllati i documenti: “Un giorno, il mese scorso, un ragazzino di vent’anni mi ha detto che non c’era bisogno che mostrassi il passaporto. ‘Va bene, va bene, zio’, mi ha detto. Mi sono davvero depresso”.

La sua posizione è chiara. Il problema in Siria non è chi e come armare. Il problema è disarmare. E anche in fretta. Fermare la corsa folle a chi distrugge di più, foraggiato da chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Quasi mi vergognavo, dopo due riunioni in cui si era parlato di questioni gravi e urgenti, di consegnare di disegni per la Siria che mi erano arrivati da Salò. Ma lui si è illuminato. “Queste sono cose molto importanti. Meravigliose. Me ne sono arrivati anche dalla Germania. Sono segni di speranza molto importanti”. Tornando in autobus ho pensato che i veri santi sono questi. Quelli che non perdono la bussola in mezzo all’inferno e hanno uno sguardo e un’attenzione speciale per tutti. Che non negano di essere turbati (“La cosa più difficile, per me”, ha detto Nawras a un certo punto della conversazione “è continuare a vedere Dio in tutto questo”), ma non si crogiolano nel turbamento. Che non consentono mai alla divisione di prevalere (“noi non lavoriamo per i cristiani di Siria, ma per tutti i siriani, che soffrono ugualmente”). E io sono fortunata di averne incrociato, almeno uno, nella mia vita.

Disegni per la Siria


In una grande tragedia spesso, travolti dai numeri, si perdono di vista le persone. Oggi,come vi raccontavo nel post precedente, tra i vari pensieri mi venivano in mente i bambini siriani che non vedono l’ora di tornare a scuola, nonostante tutte le mille difficoltà. Ho visto qualcuno dei loro volti sulla pagina Facebook del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Ho letto articoli come questo sul sito del JRS, che lasciano intuire quanto questi bambini (ma anche i loro genitori) debbano sentirsi soli e isolati in questo momento.

Di solito mi limito, saggiamente, a consigliarvi di sostenere questa situazione con il pensiero, con le parole e, chi può, con un contributo economico. Ma oggi ho pensato che sarebbe bello che a questi bambini, che ce la stanno mettendo tutta per ritrovare la normalità, arrivasse anche un segno di amicizia da parte dei loro coetanei. Mia figlia e molti bambini amano disegnare e scrivere bigliettini. Quindi ho pensato che potremmo chiedere ai piccoli di casa di disegnare per un potenziale amichetto in Siria, per mostrare la nostra solidarietà e il nostro incoraggiamento.

Onestamente, non ho idea di come fare arrivare i disegni agli interessati. Devo chiedere ai miei colleghi dell’ufficio internazionale. Alla peggio li scannerizzeremo e invieremo per mail. Ma sono certa che un modo si troverà.

Quindi, chi vuole partecipare, mi mandi il suo disegno/biglietto. As simple as that. Poi capirò cosa farne e ve ne informerò, ovviamente.

Chiara Peri, Fondazione Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma.

 

Solo un dettaglio (e una proposta)


Una mattina ordinaria, in ufficio. Traduco, un po’ meccanicamente, gli aggiornamenti sulla crisi in Siria che arrivano dall’ufficio internazionale del JRS. Intanto penso alla presentazione che dovrò fare domani, ripercorro mentalmente le crisi internazionali: Siria, appunto, Mali, Repubblica Centrafricana. Fin qui il lavoro. Poi leggo: “il team del JRS Byblos”. E mi si apre una voragine mentale.

Byblos, Biblo. Mai vista, ma nominata – nella mia vita precedente – innumerevoli volte. Le punte di freccia iscritte, preme attestazioni di scrittura monoconsonantica; la misteriosa scrittura pseudogeroglifica, che il mio maestro crede di aver decifrato, ma chissà; il bellissimo sarcofago di Ahiram (o piuttosto Ahirom), con i suoi leoni accucciati e l’indimenticabile raffigurazione del re morto il trono con il fiore rivolto all’ingiù. Il tempio degli obelischi, la Signora di Biblo, Adone. Filone di Biblo e i suoi racconti misteriosi e frammentari. E, ancora, pescando indietro nei millenni: le lettere insistenti di Rib-Adda al faraone Akhenaton, conservate nell’argilla di El Amarna. Quanto abbiamo scherzato con gli amici su quei testi: “Ho scritto tanto, ma il mio Signore ancora non ha mandato le sue truppe in mio aiuto: forse la mia lettera è andata smarrita?”. Sembrava Snoopy che scrive all’editore. 60 ne ha scritte, di quelle lettere (almeno) e il grande re di Egitto se ne è, a quanto ci risulta, del tutto fregato.

Biblo, un mondo intera di orientalistica antica, moderna e contemporanea. Il mondo di immagini e scoperte che ho, forse indebitamente, sentito mio per anni e anni. Oggi quella Biblo è tornata Byblos. Gli operatori del JRS preparano pacchi di viveri per le famiglie rifugiate.

“La vita è dura per i rifugiati in Libano, dove devono pagare affitti alti per alloggi male arredati, sono spesso sfruttati per i lavori più umili e hanno difficoltà a mantenere le loro famiglie. I cesti di cibo del JRS sono essenziali per queste famiglie, ma i bambini non hanno solo fame di pane, ma hanno fame di istruzione. Per rispondere alla loro fame, il JRS presto inizierà il Programma di Apprendimento Accelerato (ALP) per bambini siriani che hanno bisogno di imparare rapidamente francese, inglese e elementi di matematica per accedere e integrarsi nel sistema scolastico libanese”. Così scrive il Direttore Internazionale del JRS.

Il “nostro” Medio Oriente da giovani orientalisti entusiasti era finto? Non credo. Sincera era la passione, la voglia di capire e, in qualche modo, la ricerca di verità che ci animava allora. Penso a quante parole e persino litigi sul tema della “decolonizzazione” dei nostri studi. Oggi, quello che mi resta, è un pensiero confuso: noi, più di altri, sappiamo quanto si debba andare fieri, come uomini, del contributo di queste terre alla civiltà di tutti. Che questo ci aiuti a non dimenticare, non solo ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo in queste ore.

Che possiamo fare? Chi ci crede, preghi. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione, di informarci. Eventualmente, di sostenere chi è lì. Ma non si tratta solo di soldi. Lo sto pensando mentre lo scrivo. Non sarebbe bello fare arrivare il nostro sostegno ai bambini siriani che si preparano a tornare a scuola, in Libano, nei prossimi mesi? Vogliamo raccogliere un po’ di disegni dei nostri figli, letterine e simili, per far loro sentire che li pensiamo? Poi mi informo dai colleghi su come si fa a farglieli avere (al limite scannerizzandoli). Che ne pensate?

Così vicino


Un meeting come ne ho visti molti: brainstorming, fogli appesi alle pareti, proposte di formulazione e dibattiti, parole chiave, obiettivi generali e specifici. Però io non riuscivo a staccare lo sguardo dalle mani del mio collega siriano. Dita lunghe, controllate, ordinatamente intrecciate sulla superficie del tavolo. E non smettevo di pensare: io starei gesticolando ininterrottamente da ore. Ma come cavolo fa.

Anche la voce è tranquilla. Spiega paziente, cartina alla mano, la complessa geografia siriana. Parla della tragedia quotidiana di tutti loro, lui compreso. Anche chi non è (ancora) stato costretto a lasciare la propria casa è comunque privo degli standard minimi: mancano pane, acqua, elettricità. Il gasolio e la benzina scarseggiano, si trovano solo al mercato nero al 1000% del loro prezzo. La moneta si è svalutata del 100% rispetto al dollaro. Le medicine sono introvabili: l’80% dei medicinali era prodotta nazionalmente, da fabbriche da tempo distrutte o comunque chiuse. In tutta la Siria settentrionale i medicinali per il cancro sono finiti. Non si trovano più neanche le medicine per la leishmaniosi cutanea: tipica di Aleppo, se non è trattata subito mangia la pelle, soprattutto del viso. E’ grave oggi che fa freddo, non si può immaginare che sarà con l’arrivo dell’estate e il parassita al massimo della diffusione.

E poi c’è tutto il resto. I combattimenti, l’odio che cresce, la sete di giustizia che diventa sete di vendetta, il collasso assoluto di qualunque forma di vita civile organizzata. “Abbiamo smesso di contare i morti”. Si scalda appena, Elias, quando ripete, più e più volte, che quello a cui i siriani non si rassegnano è l’indifferenza e il silenzio della comunità internazionale. Quando l’Università è stata bombardata il primo giorno di esami, uccidendo centinaia di studenti, i media del mondo non hanno ritenuto che fosse una notizia significativa.

Ma poi si ricompone. I rapporti delle Nazioni Unite parlano di crimini di guerra da una parte e dall’altra, puntualizza il corrispondente da Ginevra. “Certo. Tutti sono figli di questo regime. Tutti hanno torturato, tutti hanno ucciso. Ma la situazione è molto più complicata di come la dipingono questi rapporti”. “E’ bene”, sostiene Elias, “che l’opposizione sia diversificata: non vogliamo passare da una dittatura all’altra. Una Siria plurale e democratica, questo è il nostro sogno”. Il sogno di tante, tantissime persone, che rischiano la vita ogni giorno per resistere alla violenza.

“Non sottovalutateci”. I civili devono essere sostenuti, ma fanno già moltissimo. E ci parla ancora una volta dei loro team di volontari che arrivano dove le grandi organizzazioni non riescono a arrivare. E lo possono fare perché sono squadre miste, composte da siriani di ogni etnia e religione, divisi persino dalle idee politiche: sostenitori di Bashar al-Assad, attivisti convinti dell’opposizione. Parla dell’impegno di molti direttori della Mezzaluna Rossa locali, che non si tirano indietro, anche se il rischio è continuo. Ogni giorno tutti loro mediano, attraversano le linee, si conquistano con i fatti il rispetto delle due parti combattenti e la possibilità concreta di dare assistenza a tutti. “Anche la semplice distribuzione di un pacco di viveri può essere fatta in modo da contribuire a ricostruire un tessuto sociale di pace e riconciliazione”.

Ma la notte sembra ancora lunga, infinita. La rivoluzione è iniziata il 15 marzo 2011 e per sei mesi è stata assolutamente pacifica. I media, oggi, quando parlano di Siria, lasciano spazio solo agli estremisti. “Il mio popolo è così… semplice. Prima i conflitti si risolvevano con baci e abbracci. Davvero. Non si usava neanche tanto il tribunale. I capi famiglia si incontravano, si abbracciavano, si baciavano e finiva tutto lì”. Cosa servirebbe? Serve tutto, per carità. Aiuti, meglio se non strumentalizzati e partigiani. Prudenza e responsabilità nel descrivere quello che sta accadendo. Ma più di tutto servirebbe che finisca la guerra. Mentre ascoltiamo arriva la notizia di una bomba caduta nei pressi dell’ufficio del JRS a Damasco. “Stanno tutti bene”, commenta telegrafico il direttore internazionale.

Io continuo a guardare le dita di Elias e mi chiedo come si debba sentire a spiegare la sua vita come se fosse una semplice relazione di lavoro. Scegliere le parole in inglese, rispondere a obiezioni che forse suonano persino offensive. A volte, presa dal lavoro qui in Italia, tendo a dimenticare che essere con i rifugiati significa, di solito, vivere in mezzo alla guerra. E, più ancora, dimentico che non solo nei film si è chiamati a scelte di coraggio, decisive. Elias ha avuto con molta difficoltà il visto per venire qui in Europa. Neanche per un momento sembra aver pensato alla possibilità di restarsene qui al sicuro. Da un lato è ovvio. Ma poi ci ripenso e mi dico che non è ovvio. Affatto.

Priorità


I blog seri hanno un piano editoriale. Io, manco a dirlo, no. Quindi capita che io immagini di parlarvi di qualcosa e poi si faccia avanti sgomitando qualcos’altro. Oggi vi voglio raccontare una storia.

Immaginate una donna in carriera, interprete e docente universitaria di inglese, abituata a lavorare 12 ore al giorno. Ve la immaginate? Direi di sì. Ora aggiungiamo un particolare. Questa professionista vive a Aleppo, Siria. Chiamiamola Rana, ma non è il suo vero nome. Continua a lavorare, anche oggi, ma molto meno di prima. Le classi di più di cento studenti ne ospitano a malapena trenta. In compenso i campus universitari, così come le scuole di tutto il paese, sono piene di sfollati. Famiglie fuggite dai bombardamenti, dai cecchini, dai conflitti a fuoco. Dietro una parvenza di quotidianità, tutto è cambiato. E qui arriva la parte che mi affascina.

“Le cose sono cambiate. Non potete immaginare quanto. Così sono cambiate anche le mie priorità”. Questa professionista inizia, con un gruppo di amici, a cercare di dare una mano a chi è più in difficoltà. Di conoscenza casuale in conoscenza casuale si crea un gruppo. Ci si inizia a organizzare meglio. Così è nata la Famiglia dei Volontari di Aleppo. Un gruppo di siriani che più diversi non si può. Professionisti, insegnanti, artisti, gente comune, laici e religiosi, cristiani e musulmani. Persone che non hanno neanche la stessa idea politica, ma uniti dall’urgenza e dalla voglia di dare una mano. A volte a rischio della vita, in zone dove le grandi organizzazioni internazionali non riescono a intervenire. Pacco viveri dopo pacco viveri, molti siriani devono a loro la sopravvivenza.

Questa storia, che potete leggere sul sito del JRS (per ora in inglese, presto anche in italiano), mi ha fatto pensare. Rana non era certo una professionista della cooperazione. Nessuno degli altri volontari lo era. E’ che in queste circostanze estreme ad alcuni, per fortuna, scatta qualcosa. “Non mi sono mai sentito più vivo di così”, dichiara uno dei volontari. Perché la vita, la normalità, sotto le bombe bisogna difenderla.

Non riesco a dipanare il groviglio di pensieri che mi si è annodato in testa da quando ho letto questo racconto. Non posso fare a meno di chiedermi: noi italiani in circostanze analoghe faremmo lo stesso? Poi oso rispondere: sì. Perché le energie positive, di genuina solidarietà e di entusiasmo, io ogni tanto le vedo trasparire dal grigiume del generale scetticismo. Forse però la domanda è oziosa. Una cosa è certa: da qui non posso che fare il tifo per tutti loro, che – come affermano loro stessi – vanno d’accordo a causa della loro diversità. Ci vuole coraggio per dire una cosa del genere in mezzo a una guerra civile.