Un 25 aprile sporco

Fin da quando ero piccola, il 25 aprile profumava di sensazioni forti e belle. Avevo l’idea che questa ricorrenza in qualche modo resistesse  all’onda montante del cinismo e del menefreghismo. Bella ciao, la libertà, la resistenza. Questo messaggio che alla fine nessuna dittatura può durare per sempre. Anche il periodo dell’anno aiuta. Quell’inizio di primavera che non è ancora necessariamente bella stagione mi è sempre parso adattissimo a rappresentare un momento che non metteva fine alla guerra (anzi, in qualche misura ne cominciava un’altra), ma che era già una promessa di cambiamento.

I racconti della liberazione avevano anche questa componente dello sforzo che ci accomunava ad altri popoli per un bene comune: gli americani, gli inglesi (con i loro eserciti multietnici) e con loro tutti gli altri popoli d’Europa. La fine della persecuzione degli ebrei, ad oggi simbolo per eccellenza della violenza cieca che non distingue uomini, donne, bambini.

Non la faccio lunga, ma quest’anno, dopo l’incontro straordinario del consiglio d’Europa di ieri, non mi abbandona l’idea che questo 25 aprile me lo abbiano macchiato per sempre. Un’Europa che teorizza l’egoismo e la più miope politichetta volta solo a guadagnare facili consensi. I trionfalismi fuori luogo di chi cerca pateticamente di fare il gioco delle tre carte, con la stessa finalità. No, se scrivo tutto quello che penso la farei lunga sul serio.

Osservo solo che se QUEL 25 aprile ci fossero stati leader politici anche solo paragonabili a quelli di oggi, probabilmente non sarei qui a scriverne. Non perché allora ci fosse questo grande afflato umanitario, ci mancherebbe. Ma semplicemente perché chi governava una nazione forse era ancora in grado di leggere il contesto geopolitico al di là del proprio personalissimo ritorno d’immagine.

Concludo con una citazione dal bell’articolo di Antonio Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, pubblicato su Time di ieri:

The first thing we must do is be more honest about what is happening. That includes recognizing that this is more than a migrant issue: Many of the people on these boats are refugees, fleeing from conflict and persecution. This means we have an unambiguous legal obligation to protect them. Seeking asylum is not only a universal human right—it’s also a political principle that has guided nations for thousands of years and is at the very foundation of the values upon which modern Europe was built. […]

The 1951 Refugee Convention was not born out of starry-eyed idealism. After years of conflict, and as a new Cold War descended, it was a deeply pragmatic document. What leaders understood then was that, even in the worst of circumstances, security comes from managing a crisis, not hiding from it. That only solidarity and a genuinely collective response can stop suffering on a massive scale.

We need to heed their lesson. The moment has arrived for us all to step up to the plate, not just those on the front lines. We need to put our values into practice. Because values which we relinquish when the going gets tough are no values at all. It is for times like these that we created the humanitarian system. We must not abandon it at precisely the moment when it is needed most.

Aggiungo una dichiarazione congiunta che testimonia che non sono la sola a pensarla così rispetto al tanto esaltato (da noi) meeting di ieri….

P.S. La vignetta, manco a dirlo, è del solito Mauro Biani

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