Sarà troppo?

Ancora naufragi, ancora famiglie spezzate, ancora lutti e disperazione. Noi stiamo di qua a guardare. Al limite contiamo: tanti morti, tanti salvati. Se i salvati sono tanti festeggiamo. Siamo bravi a salvare, noi.

Avete mai provato a leggere le notizie dal punto di vista di chi su quella barca aveva un marito o un figlio? Non è retorica, davvero. Non è così inimmaginabile. Quando ero a Gerusalemme e c’è stato l’attentato all’autobus 18a, i telefoni del campus erano intasati di voci di genitori che chiamavano a casaccio, cercando di capire se eravamo vivi (non era epoca di cellulari). Pensate a Facebook che in caso di attentato attiva il security check. E’ umano, no? Lo vogliamo sapere se i nostri amici a Bruxelles o a Parigi stanno bene. Figuriamoci i nostri figli o il padre dei nostri figli.

Non dissimile è lo stato d’animo di chi ha un congiunto in partenza dalla Libia. Solo che non si sa quando, non si sa dove, spesso le notizie non sono precise, a volte semplicemente la certezza non la si avrà mai, né in un senso né nell’altro. E’ vivo, è morto? E’ sparito in un carcere, libico o europeo? O è semplicemente in fondo al mare?

Io credo che adesso qualcuno starà pensando che però per loro è diverso. Loro ci sono abituati. Loro di figli ne hanno tanti. Loro sono fatalisti per cultura. Loro, loro, loro. Una cosa ho imparato, in questi anni. Le lacrime dei rifugiati sono salate come le nostre.

L’assuefazione davanti alle stragi quotidiane mi fa paura. Ma ancora più paura me la fanno i ragionamenti sofisticati degli esperti. “Non vorrei sembrare cinico, ma…”. Se stiamo formulando questa frase forse siamo già oltre.

Un esercizio per quando mi sento così (o per quando un mio interlocutore si sente così) è cercare di esplicitare i non detti. Non possiamo permetterci di proteggere “chiunque”. Migrare è un diritto, ma solo per noi. Noi siamo diversi. Noi valiamo di più. Noi non siamo chiunque. E se soffriamo, in patria così come all’estero, proteggerci dovrebbe essere la priorità evidente del resto del mondo.

C’è un gran bisogno di essere lucidi, di pensare, di analizzare, di farsi venire idee. Ma più ancora c’è bisogno, io ho bisogno, di guardare in faccia le persone che a queste vicende sono sopravvissute e ci fanno i conti, anche qui, giorno dopo giorno. E spesso sono meno ripiegate su se stesse di quanto non lo siamo mediamente noi, che nella migliore delle ipotesi guardiamo e rimuginiamo.

 

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