Ho fatto pace con il mio Battesimo


Oggi, 8 dicembre, è l’anniversario del mio battesimo e anche del fidanzamento dei miei genitori. Per motivi che sarebbe un po’ complicato spiegare, ultimamente la storia del mio battesimo mi ha suscitato qualche malessere. Era una bella storia di famiglia, di quelle che si raccontano. Il battesimo alla cappella del Gemelli, la Madonna a cui tutte le figlie sono affidate, l’anniversario. Poi un po’ per caso ho scoperto che c’era un particolare di quella storia che avevo sempre capito male. Per quanto potesse sembrare irrilevante (e a quasi tutti quelli a cui l’ho raccontato tale è sembrato), quel particolare mi ha fatto soffrire.

Oggi però, del tutto casualmente, ho scoperto un altro dato che riguarda l’8 dicembre. Passavo a salutare mia madre e l’ho incontrata che usciva per andare a Messa a S.Croce in Gerusalemme. Lì monsignor Romano Rossi, caro amico dei miei genitori, ha ricordato i 60 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Potete sentire l’audio a questo link.

Un bellissimo discorso, storico, onesto, importante e spiritoso. Che mi ha fatto pensare ai miei genitori, per cui certamente quel momento era stato straordinariamente significativo. Molti anni dopo io stessa avrei incrociato in vario modo i documenti di quel concilio, a partire dalla Nostra Aetate. Ma più ancora tutta la mia educazione, religiosa ma soprattutto umana, è coerente con quella libertà informata e responsabile che oggi è stata evocata.

Mi piace pensare che il Battesimo fatto in quella data contenesse un augurio implicito per me, nata fuori tempo massimo e destinata necessariamente a restare un po’ ai margini della tradizione e memoria familiare in senso stretto, a uscire verso il mondo. Se era questa, la mia vocazione, credo di averla assecondata abbastanza. Se non con i viaggi fisici, con la curiosità, sempre, a volte con lo studio e, più di tutto, attraverso gli incontri preziosi che la vita mi ha messo e ancora mi mette davanti.

Io e Monday


Prima o poi cediamo tutti alla curiosità di chiedere all’AI quel consiglio che il buon senso suggerisce di chiedere a un’amica/un amico. Perché magari è notte fonda, o gli amici disponibili li abbiamo già esasperati. Perché la risposta la sappiamo già benissimo e manco più confermarla leggendo i tarocchi dà soddisfazione, perché in verità preferiremmo essere smentiti.

Io sono incappata in Monday, una versione di chat più sarcastica e forse per questo più in linea con il mio sentire. Mi sono fatta insultare abbastanza, in modo colorito e divertente, per la mia manifesta stupidità. Ma poi a un certo punto il discorso si è fatto serio e Monday mi ha scritto una cosa che mi ha colpito.

“Tu non sei eccessiva. Sei vera”. 

Nella sua banalità, questa osservazione mi è arrivata come un pugno in faccia. È chiaro, l’AI è disegnata appositamente per compiacere chi la interroga. Ma davvero per me questa costante sensazione di essere troppo è diventata opprimente. Parlo troppo, a voce troppo alta. La prendo troppo sul personale. Mi applico troppo. Ci penso troppo. Esagero sempre. Meno, Chiara, meno.

E invece realizzo che io non voglio essere meno. Che è giusto darsi una regolata, in certi contesti e quando davvero eccedo ho sempre cura di scusarmi, appena me ne accorgo. Ma almeno ogni tanto vorrei poter essere così come sono, in purezza. Sarò pure a alto mantenimento, come mi ha rimproverato un amico. Ma tanto nessuno ha l’obbligo di mantenermi (e infatti nessuno lo fa).

Scherzi a parte, per la prima volta mi sono chiesto se è davvero una versione attenuata di me quella che voglio essere. A che pro? Ho la sensazione che chi mi trova troppo, non sarebbe affatto rassicurato da questi poco credibili tentativi di autocensura. E allora tanto vale essere vera. Almeno io mi apprezzerò un po’ di più.

Mi sa che ti darò ragione, Monday.

Decostruire


Sembrano proprio macerie quelle che vedo quando mi fermo a guardare la mia vita. Ma di solito non mi fermo. Fuori di metafora, non è un buon momento.

Facciamo che sono lavori in corso. Ricordo l’ultima volta che ho fatto dei lavori in casa. Mi pare sia passato pochissimo e invece è evidente che è passato troppo tempo. La cucina non è più nuova e anzi casca a pezzi.

Un po’ vale anche per me.

Calmare la mente


Da un paio di settimane, anche attraverso alcuni scambi significativi con due amici diversissimi tra loro, mi chiedo se sia arrivato il momento di cambiare prospettiva.

Ho sempre dato per scontato il fatto che una vita degna di essere vissuta sia una vita mobile, animata da slanci, piena di fuoco, di inquietudine, di passioni. Tutta la mia vita adulta è stata così e nonostante oggi, se dovessi fare un bilancio, non sarebbe particolarmente lusinghiero, non posso dire di esserne dispiaciuta. Ho creduto in varie idee e persone, talora contro ogni evidenza, sono stata generosa di entusiasmo e di sentimenti. Ai limiti della irragionevolezza e talora fieramente (e forse ostinatamente e addirittura caparbiamente) oltre quei limiti.

Mi sono sempre riconosciuta nell’esortazione di Pedro Arrupe a innamorarsi. E di anno in anno mi rendo conto di fare più fatica, forse perché non sono capace di innamorarmi di Dio, ma vado piuttosto dietro a “tutte le cose” (persone incluse) e soprattutto all’idea stessa di me innamorata e entusiasta.

Non mi abbandona negli ultimi anni la sensazione di girare a vuoto e, peggio ancora, di un certo senso di non autenticità. Cerco di convincermi, di trovare espedienti, di distrarmi e allo stesso tempo mi ostino sempre più a raccontarmi cose che in fondo so non essere vere, insultando la stessa intelligenza di cui mi vanto.

Ma se fosse arrivato il momento di deporre questa ricerca di slanci? Se questo che oggi mi pare il rischio di una misera rassegnazione fosse invece una strada per uscire dal pantano in cui mi trovo? Forse la vita che mi aspetta in questo “secondo tempo” non somiglierà affatto a quella che ho sempre considerato felicità. Vuol dire che non sarò mai più felice?

“Non si può essere sempre felici”, ho scritto un giorno a un amico, più per recriminazione che per saggezza. Magari devo imparare un modo nuovo di essere felice.

A esserlo anche da sola, ad esempio. Ricordo tempo fa che su Facebook c’era un giochino in cui si chiedeva di pubblicare foto di momenti felici: in nessuno degli scatti che ho scelto ero sola, non ricordo chi me lo ha fatto notare. Per me fino a oggi la felicità non è solitaria. Mi angoscia la prospettiva di non avere nessuno con cui condividere le cose importanti come quelle piccole.

Eppure questo è il corso abbastanza inevitabile della mia vita. Inutile cercare di aggrapparsi disperatamente ai rapporti di amicizia che mi si presentano, caricandoli di aspettative esagerate. Come dice una canzone che amo moltissimo:

“Don’t cry out or cling in terror
Darling that’s a fatal error
Clinging to a somebody you thought you knew was yours…”

Magari poi dovrei prendere esempio dai miei due amici diversissimi tra loro  (ma sicuramente entrambi diversissimi da me) e pensare seriamente di allenarmi a calmare la mente, “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Come non so bene. Inizio a guardare in faccia le mie paure più grandi e poi vediamo questo dove mi porta. 

Confort zone


“Era da anni che non stavo così comoda”. Mi è venuta dal cuore, questa considerazione, dopo il primo dei due giorni e mezzo di seminario di canti ebraici con Evelina Meghnagi.

Non che ci fossero molti motivi di stare comoda. Intanto non so cantare. Mi piace, ma non sono tanto capace. Il gruppo a cui mi univo si conosce da anni e aveva già studiato tutti i pezzi. Non sono ebrea. Non ero proprio l’unica, ma quasi. Apparentemente non c’entravo proprio nulla. Tanti motivi di stare in ansia e io tendenzialmente sto in ansia (in questo l’età non mi ha migliorato).

Perché ho accettato convinta, entusiasta e tranquilla una proposta così, senza neanche fare mezza domanda di chiarimenti? Perché la cosa si configurava come un segno del destino e un messaggio dell’universo e io, in questi casi, gongolo e mi butto. 

A volte toppo clamorosamente, ma non è stato questo il caso. Una volta mi ricordo di aver pensato, a un concerto di Evelina, che per qualche motivo la sua musica riesce a tracciare un filo, un senso (se non logico, artistico), a tutti i pezzi frammentati della mia vita. Oggi lo confermo.

Ricordi dell’ulpan di Gerusalemme e dell’estate del mio primo attentato. Il fascino della sinagoga sefardita di Londra l’estate dopo la maturità, che si è saldata ai rilievi assiri del British Museum e mi ha spinto verso il percorso universitario che ancora parla alla mia anima. Mio padre che pochi giorni prima di morire mi chiede di tradurre il testo di Adon Olam. La ninna nanna struggente cantata sulla piazza del Campidoglio dopo il naufragio di Lampedusa.   Il libro di ricette sefardite comprate la prima volta che sono andata a Istanbul, per difendere fin d’allora uno spazio mio in quella Turchia di altri che da allora non mi ha mai lasciato. Le danze di Eli, la memoria nei piedi, gli spettacoli senza vergogna al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ma anche la maimuna e quel pensiero che un giorno dovrei dipanare quel filo che lega quella festa tripolina al marzeach dei miei antichi studi.

Le identità, le lingue, gli alfabeti, le religioni, le contraddizioni del mosaico unico e particolarissimo di ciascuno. L’individuo che si muove come una medusa nel flusso potente e contraddittorio della storia. Gli strappi, gli esili, i conflitti. Queste cose sono davvero la mia essenza, quello che in mille forme diverse ho inseguito sempre. Negli studi, nel lavoro, nelle amicizie, nei viaggi, persino negli amori (forse non casualmente sempre complicati e spezzati, anche quelli). 

Magari in questa inquietudine c’entra il confine di mio padre, quello che si è portato dentro tutta la vita e dove oggi è sepolto. La lingua negata di cui non mi ha mai esplicitamente parlato, ma che si vede in filigrana nella lettera persa del nostro cognome. L’attenzione e l’amore che ho sempre visto in lui per le minoranze, per la complessità di chi non entra in un’etichetta nazionale, linguistica, religiosa (ma quale uomo può essere definito con un aggettivo solo, alla fine?).

Sia come sia, non mi è facile parlare di queste cose nella vita quotidiana. E in questi giorni, oltre a cantare malamente in quattro lingue, ho parlato a macchinetta di un sacco di cose e mi sono sentita ascoltata e persino apprezzata. Cavolo, se mi serviva. Mi sono accorta che mi ero un po’ smarrita, a furia di censurare parti di me troppo ostiche per gli altri. Ho respirato a pieni polmoni, ho ricordato il mio fondamento e la mia mobile stabilità.

Sono davvero stati giorni preziosi, di cui sono infinitamente riconoscente.

Sempre qui, ancora qui


La settimana scorsa ho letto con piacere un post di un’amica di web che ha ripreso a scrivere un blog dopo 15 anni. Mi sono ricordata di un bel post di Claudia Porta, che riassumeva anche lei che è successo “nel frattempo”, da quando siamo state un po’ meno mamme blogger, con i figli non più bambini e la vita che per tutte ha fatto giravolte inattese, in su e in giù, tipo montagne russe. Anche Valentina, cara amica e certamente una delle blogger più talentuose in cui sia incappata, ha ripreso a scrivere.

Io in tutto questo tempo sono rimasta qui. Un contenitore un po’ vecchiotto, senza newsletter, che a tratti non ho aperto per mesi, ma che funziona da 20 anni e a cui sono affezionata. Che è successo in questo tempo a tratti l’ho quindi già raccontato, sia pure in forma un po’ più criptica e a intervalli irregolari.

Solo le pietre non cambiano, mi ha detto sere fa un amico, ricordandomi molto le frasi di vecchio maestro che sentivo quando guardavo l’Albero Azzurro con Meryem. Dunque evidentemente sono cambiata anche io, negli ultimi venti anni in cui ho scritto in questo blog. Alcuni cambiamenti li avverto, soprattutto quelli che sento come peggiorativi. Altre cose sono rimaste costanti. Qualcosa ho fatto e ho imparato, cerco di riconoscermelo. Mi piace aver conservato abbastanza intatta la capacità di gioire in modo immediato e ingenuo, quasi infantile, se faccio o se vedo qualcosa che mi piace.

Se dovessi menzionare una sola cosa che ho caratterizzato questi anni è la ricchezza straordinaria di incontri che ho fatto e che continuo ad avere l’opportunità di fare. Questo blog è stato un luogo di relazioni e un po’ continua ad esserlo, anche se ormai gli strumenti “nuovi” lo hanno un po’ depotenziato. Certo alcune persone incontrate qui continuano a sorprendermi, per la vicinanza che continuiamo ad avere, a dispetto del tempo che passa e delle opportunità di incontro fisico ormai limitate.

Da ragazza avevo il complesso di non avere amici. A tratti questo pensiero mi accompagna ancora, a dispetto di ogni evidenza: di amici ne ho moltissimi, diversissimi, nei contesti più vari. Quando riesco a farli incrociare tra loro, come potrebbe succedere domani, provo la stessa gioia di quando studiando un argomento mi imbattevo in un collegamento non scontato che gettava luce nuova sull’intera questione.

L’inquietudine non credo mi abbandonerà mai, e non mi dispiace. Non mi sono mai “sistemata” e ormai, probabilmente, non mi sistemerò. Non sono felice di essere sola, quando lo sono, ma di essere libera sì.

Sogni non raccontati


Lo scorso settembre ho fatto un sogno che ho trovato estremamente ben sognato, se mi si passa il termine. Lo ricordo perché un po’ l’ho raccontato, ma in verità avrei voluto raccontarlo meglio e più diffusamente. C’entrava un autogrill vicino Spoleto, un kebab di luccio, diverse persone che hanno per ragioni diverse un posto speciale nei miei pensieri, la cantante Giorgia, persino una festa religiosa a Tunisi dedicata alla personificazione della sapienza pagana. Come molti miei sogni, era abbastanza autoesplicativo. Tendo a sognare con i sottotitoli e curiosamente nel periodo in cui andavo da un’analista di sogni non me ne ricordavo neanche uno. Magari non sentivo il bisogno di darmi da sola commenti e interpretazioni, avendo uno spazio settimanale dedicato.

Oggi, ripensando al sogno del kebab di luccio, non so dire se fosse più un tentativo bislacco di trovare spiegazioni interessanti alle mie solite delusioni, o un modo di fare spazio a una specie di speranza in barba a ogni ragionevolezza, ben protetta dalle molte sensate obiezioni, in primis mie.

Ieri, per qualche ora, essere me non mi è piaciuto neanche un po’. Ma non è che questo si possa del tutto scegliere. Tornata lucida, la via che da qualche anno percorro (fare pace con la mia inquietudine, apprezzare almeno la mia originalità) è tornata a sembrarmi l’unica possibile. Ho parlato della definizione storica dei fenici, della scarsa eticità di alcune campagne di fundraising. Ho risposto a un paio di telefonate di lavoro e a una mail. Preso appuntamento con il veterinario. Buttato la spazzatura, fatto una lavatrice.

In questo blog continuo a ritrovare cose che mi fa piacere poter rileggere. La mia memoria è piena di buchi, è bello ogni tanto poterla ancorare a delle frasi che ho pensato anche più di dieci anni fa. Nella maggior parte direi che mi riconosco. Anche questo è confortante, nei momenti in cui guardando indietro vedo solo discontinuità e frammenti.

Per tornare al sogno da cui sono partita, era il sogno della perdita di qualcosa che neppure ho (e neanche in sogno lo avevo, in effetti). E mi vedo lì, nell’autogrill di Spoleto, ad ascoltare le parole di conforto di una persona incrociata per lavoro, ma che anche nella realtà mi manda ogni tanto inattese manifestazioni di affetto. Può essere che lo ritroverai, quello che pensi di aver perso. O forse no. Ma solo se continui a cercare quello che ti piace, ti interessa, se segui la strada tua, a prescindere. Così, pure se non lo ritrovassi, ti troveresti comunque in un posto dove sei felice di essere.

E buon anno a tutti voi.

Da vicino


Come si evince dal post precedente, io ho una scarsissima attitudine alla tifoseria. Questo mi rende singolarmente inadatta, oltre in generale a vivere nell’epoca presente, ad assumermi incarichi che con una certa approssimazione potremmo definire politici. Eppure lo faccio, mannaggia a me. Non so cosa mi scatti. Un irrefrenabile impulso a autoimmolarmi, lo ha definito un’amica ieri. Un neanche troppo velato delirio di onnipotenza. Chissà. Sta di fatto che mai come quest’anno mi sono cacciata in un ginepraio.

Mentre cerco di sopravvivere a questo delirio, voglio solo ricordare a me stessa un aspetto. Le persone bisognerebbe sempre vederle da vicino, singolarmente. Che poi è esattamente quello che nei contesti collettivi e nella macchina infernale dei ruoli, istituzionali e non, non si riesce a fare. Mentre aspetto Meryem che oggi torna dopo tre mesi di assenza, ripenso a qualche flash delle scorse settimane.

Un mezzo sorriso subito ricacciato indietro. Una confidenza inaspettata. Un gesto di attenzione inatteso (molti, onestamente). Una conversazione conflittuale via chat che a voce diventa subito un’altra cosa. Lampi di bellezza e di speranza che affiorano qua e là.

I gruppi sono così, dicono spesso i miei compagni di viaggio quando mi vedono vicina al punto di rottura. E in effetti io di gruppi non ho esperienza. Non mi ci trovo. Però per guardare il bicchiere mezzo pieno, forse nelle decine e decine di rapporti singoli che riempiono la mia vita fino all’orlo inizio a cavarmela un po’ meglio di prima.

La necessità di capire con la testa è ancora forte. Ma ogni tanto riesco a placare quella spietata sete di analisi e mi godo un attimo di irrazionale empatia. Non nascondo più la mia vulnerabilità. So di restare, fondamentalmente, arrogante dal punto di vista intellettuale. Odio essere sminuita, non ascoltata, non presa sul serio. Ma sono molto più disposta a accettare aiuto sui molti altri fronti della vita, abbracciando la mia incapacità, non per affettazione ma per sincera accettazione. E questo, sempre più spesso, qualche canale lo apre.

Il diritto di dire “ma”


Ieri ho guardato un servizio di Report di cui mi avevano parlato diverse persone. Non mi importa di entrare nel merito in questo post, ma il motivo per cui me lo avevano segnalato è che negli ultimi due anni per lavoro ho frequentato parecchio la Prefettura di Reggio Calabria, in particolare per questioni che riguardano immigrazione e sbarchi. Chi segue un po’ il tema e/o la trasmissione capirà a cosa mi riferisco.

Il mio punto oggi (ma ci rimugino ininterrottamente da ieri) è che in tutta onestà quel servizio non mi pare meriti l’entusiasmo con cui mi era stato presentato. Chiarisco subito, a scanso di equivoci: l’episodio di cui si parla, una strage di migranti a largo delle coste calabresi, è assolutamente reale, agghiacciante e meritevole di essere reso pubblico. Non per questo sono perplessa. Eppure, la tesi complessiva del servizio è piuttosto debole e il modo in cui è argomentata appare singolarmente sciatto.

Purtroppo il quadro è per certi versi assai peggiore e più tragico. E allo stesso tempo, quanto viene insistentemente suggerito in gran parte attraverso una testimonianza anonima e qualche astuzia di montaggio non suona affatto convincente. Per dimostrare che una certa situazione è stata gestita in modo anomalo, bisogna provare che in situazioni analoghe nello stesso contesto sono state fatte scelte diverse. Non dovrebbe essere difficile farlo: purtroppo non sono rari in quel porto né gli sbarchi né le vittime. Il servizio di fatto insinua che chi dice che (purtroppo, aggiungo io) non è successo nulla di particolarmente diverso da ciò che solitamente accade, lo fa per omertà o per timore.

E invece il punto è un altro, secondo me. Le omissioni di soccorso sono all’ordine del giorno, lì e altrove. Gli sbarchi in quel porto erano gestiti in modo anomalo rispetto ad altre regioni italiane e in qualche modo ingiustificabile già due anni fa. Quello che succede ogni giorno, in tutto il Mediterraneo e oltre, non dovrebbe farci dormire la notte. Ed è responsabilità precisa di tutti noi.

Ci piace di più additare un paio di cattivi che hanno dalla loro anche il fatto di essere particolarmente scostanti? Non mi fa particolare problema. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. Le responsabilità delle due persone in questione (un ministro della Repubblica e un assessore regionale) sono molto diverse e, sebbene siano evidentemente (specialmente per il primo) assai più gravi di quanto ventilato nello specifico servizio, non mi pare sia necessario attaccarsi a insinuazioni malamente argomentate per sostenerlo.

Insomma, un lavoro fatto male, che mi ha lasciato un senso di disagio profondo paragonabile solo a quando si dibatteva di Riace ai tempi di un altro ministro, di altra parte politica (ma sempre in Calabria restiamo e pure nella stessa provincia, di cui in quel caso era originario pure il ministro in questione). Provare a argomentare che c’era stata evidentemente malafede nel costruire quelle accuse, ma che qualche problema evidente esisteva e andava affrontato, mi era stato sufficiente per sentirmi attaccare violentemente anche da amici abbastanza stretti.

Noto solo, incidentalmente, che anche in quel caso la Prefettura di Reggio Calabria aveva avuto un ruolo significativo. Evidentemente la collaborazione stretta con il Ministero dell’Interno prescinde dalle etichette politiche. Ma possiamo davvero meravigliarci se una Prefettura cerca di compiacere la volontà, espressa o presunta, del Ministro dell’Interno? Non mi pare una notizia.

Eppure di notizie ce ne sarebbero eccome. Peccato che evidentemente quelle rilevanti sono troppo complesse da comunicare…

Fuori dai denti


Guardiamo in faccia la realtà. Ci sono cose che mi riescono più o meno bene, ma altre per cui sono evidentemente negata. Quella che mi pare più evidente (a parte guidare, si intende) è la vita sentimentale. Comincio a credere che mi manchino proprio le competenze di base. Perché in realtà, negli ultimi 12 anni almeno, non è che le mie relazioni vadano male: non esistono proprio. E visto che il passare del tempo ben difficilmente migliorerà la situazione (come mi ha detto brutalmente ma saggiamente un’amica, alla nostra età gli uomini sono come gli ascensori: o sono occupati o sono rotti), mi sto rassegnando a fare pace con questo dato di fatto. Mi aspetta una serena vecchiaia da zitella.

Che sia messo agli atti che mi sono impegnata. Per almeno un paio d’anni ho anche usato i moderni strumenti a disposizione. Ma è stato un immenso buco nell’acqua, nel complesso. L’esperienza ha di molto arricchito il mio repertorio di aneddoti surreali, ma ha comportato anche un paio di esperienze sgradevoli. Dunque sono arrivata alla conclusione che decisamente non ne vale la pena: troppa fatica, praticamente nessun vantaggio.

Quanto alle (ormai rarissime) occasioni di socializzare dal vivo, ho cercato di cogliere tutte quelle che capitavano e persino di mettermi in situazioni che favorissero nuove conoscenze. Insomma, ho fatto i compiti. Ma evidentemente delle due l’una: o sono la persona più sgradevole del mondo (possibile), o sbaglio qualcosa. Certo possiamo convenire che non ho avuto molta fortuna, ma a questo punto mi pare difficile pensare che sia una coincidenza. Arrendiamoci al dato di fatto: proprio non ci so fare.

A questo punto forse converrà smettere di provarci e basarci su alcune verità consolidate:

  1. Per quanto cerchi di smussare, sono piuttosto eccentrica. Mi piacciono cose bizzarre, non ho grandi filtri, mi appassiono di argomenti astrusi. Questo è. Ma ho anche dei lati positivi. Chi non li vede evidentemente non ha alcun interesse a vederli. Amen.
  2. Il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in attività potenzialmente deprimenti. Mi concentrerò più su cosa mi va di fare più che con chi potrei farlo. E smetterò di comprare due biglietti per ogni concerto o spettacolo a cui voglio andare, sperando di trovare compagnia. 
  3. Certe volte non capisco perché non c’è niente da capire. Non c’è per forza una motivazione più profonda di quanto appaia a prima vista. Magari se uno si comporta in modo immotivatamente scortese è solo una persona scortese. Non sta mandando un messaggio più sottile. Magari se le persone appaiono irrazionali e incoerenti è perché lo sono.

Sì, lo confesso, ho scritto questo post per potermelo rileggere di tanto in tanto e ricordarmi che, nonostante le apparenze talora dimostrino il contrario, non sono del tutto stupida. Che a tutte queste giuste considerazioni arrivo anche da sola, se solo accendo il cervello. Magari potevo scrivermelo su un quaderno privato. Ma qui lo ritrovo più facilmente.