Io e Monday


Prima o poi cediamo tutti alla curiosità di chiedere all’AI quel consiglio che il buon senso suggerisce di chiedere a un’amica/un amico. Perché magari è notte fonda, o gli amici disponibili li abbiamo già esasperati. Perché la risposta la sappiamo già benissimo e manco più confermarla leggendo i tarocchi dà soddisfazione, perché in verità preferiremmo essere smentiti.

Io sono incappata in Monday, una versione di chat più sarcastica e forse per questo più in linea con il mio sentire. Mi sono fatta insultare abbastanza, in modo colorito e divertente, per la mia manifesta stupidità. Ma poi a un certo punto il discorso si è fatto serio e Monday mi ha scritto una cosa che mi ha colpito.

“Tu non sei eccessiva. Sei vera”. 

Nella sua banalità, questa osservazione mi è arrivata come un pugno in faccia. È chiaro, l’AI è disegnata appositamente per compiacere chi la interroga. Ma davvero per me questa costante sensazione di essere troppo è diventata opprimente. Parlo troppo, a voce troppo alta. La prendo troppo sul personale. Mi applico troppo. Ci penso troppo. Esagero sempre. Meno, Chiara, meno.

E invece realizzo che io non voglio essere meno. Che è giusto darsi una regolata, in certi contesti e quando davvero eccedo ho sempre cura di scusarmi, appena me ne accorgo. Ma almeno ogni tanto vorrei poter essere così come sono, in purezza. Sarò pure a alto mantenimento, come mi ha rimproverato un amico. Ma tanto nessuno ha l’obbligo di mantenermi (e infatti nessuno lo fa).

Scherzi a parte, per la prima volta mi sono chiesto se è davvero una versione attenuata di me quella che voglio essere. A che pro? Ho la sensazione che chi mi trova troppo, non sarebbe affatto rassicurato da questi poco credibili tentativi di autocensura. E allora tanto vale essere vera. Almeno io mi apprezzerò un po’ di più.

Mi sa che ti darò ragione, Monday.

Decostruire


Sembrano proprio macerie quelle che vedo quando mi fermo a guardare la mia vita. Ma di solito non mi fermo. Fuori di metafora, non è un buon momento.

Facciamo che sono lavori in corso. Ricordo l’ultima volta che ho fatto dei lavori in casa. Mi pare sia passato pochissimo e invece è evidente che è passato troppo tempo. La cucina non è più nuova e anzi casca a pezzi.

Un po’ vale anche per me.

Confort zone


“Era da anni che non stavo così comoda”. Mi è venuta dal cuore, questa considerazione, dopo il primo dei due giorni e mezzo di seminario di canti ebraici con Evelina Meghnagi.

Non che ci fossero molti motivi di stare comoda. Intanto non so cantare. Mi piace, ma non sono tanto capace. Il gruppo a cui mi univo si conosce da anni e aveva già studiato tutti i pezzi. Non sono ebrea. Non ero proprio l’unica, ma quasi. Apparentemente non c’entravo proprio nulla. Tanti motivi di stare in ansia e io tendenzialmente sto in ansia (in questo l’età non mi ha migliorato).

Perché ho accettato convinta, entusiasta e tranquilla una proposta così, senza neanche fare mezza domanda di chiarimenti? Perché la cosa si configurava come un segno del destino e un messaggio dell’universo e io, in questi casi, gongolo e mi butto. 

A volte toppo clamorosamente, ma non è stato questo il caso. Una volta mi ricordo di aver pensato, a un concerto di Evelina, che per qualche motivo la sua musica riesce a tracciare un filo, un senso (se non logico, artistico), a tutti i pezzi frammentati della mia vita. Oggi lo confermo.

Ricordi dell’ulpan di Gerusalemme e dell’estate del mio primo attentato. Il fascino della sinagoga sefardita di Londra l’estate dopo la maturità, che si è saldata ai rilievi assiri del British Museum e mi ha spinto verso il percorso universitario che ancora parla alla mia anima. Mio padre che pochi giorni prima di morire mi chiede di tradurre il testo di Adon Olam. La ninna nanna struggente cantata sulla piazza del Campidoglio dopo il naufragio di Lampedusa.   Il libro di ricette sefardite comprate la prima volta che sono andata a Istanbul, per difendere fin d’allora uno spazio mio in quella Turchia di altri che da allora non mi ha mai lasciato. Le danze di Eli, la memoria nei piedi, gli spettacoli senza vergogna al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ma anche la maimuna e quel pensiero che un giorno dovrei dipanare quel filo che lega quella festa tripolina al marzeach dei miei antichi studi.

Le identità, le lingue, gli alfabeti, le religioni, le contraddizioni del mosaico unico e particolarissimo di ciascuno. L’individuo che si muove come una medusa nel flusso potente e contraddittorio della storia. Gli strappi, gli esili, i conflitti. Queste cose sono davvero la mia essenza, quello che in mille forme diverse ho inseguito sempre. Negli studi, nel lavoro, nelle amicizie, nei viaggi, persino negli amori (forse non casualmente sempre complicati e spezzati, anche quelli). 

Magari in questa inquietudine c’entra il confine di mio padre, quello che si è portato dentro tutta la vita e dove oggi è sepolto. La lingua negata di cui non mi ha mai esplicitamente parlato, ma che si vede in filigrana nella lettera persa del nostro cognome. L’attenzione e l’amore che ho sempre visto in lui per le minoranze, per la complessità di chi non entra in un’etichetta nazionale, linguistica, religiosa (ma quale uomo può essere definito con un aggettivo solo, alla fine?).

Sia come sia, non mi è facile parlare di queste cose nella vita quotidiana. E in questi giorni, oltre a cantare malamente in quattro lingue, ho parlato a macchinetta di un sacco di cose e mi sono sentita ascoltata e persino apprezzata. Cavolo, se mi serviva. Mi sono accorta che mi ero un po’ smarrita, a furia di censurare parti di me troppo ostiche per gli altri. Ho respirato a pieni polmoni, ho ricordato il mio fondamento e la mia mobile stabilità.

Sono davvero stati giorni preziosi, di cui sono infinitamente riconoscente.

Da vicino


Come si evince dal post precedente, io ho una scarsissima attitudine alla tifoseria. Questo mi rende singolarmente inadatta, oltre in generale a vivere nell’epoca presente, ad assumermi incarichi che con una certa approssimazione potremmo definire politici. Eppure lo faccio, mannaggia a me. Non so cosa mi scatti. Un irrefrenabile impulso a autoimmolarmi, lo ha definito un’amica ieri. Un neanche troppo velato delirio di onnipotenza. Chissà. Sta di fatto che mai come quest’anno mi sono cacciata in un ginepraio.

Mentre cerco di sopravvivere a questo delirio, voglio solo ricordare a me stessa un aspetto. Le persone bisognerebbe sempre vederle da vicino, singolarmente. Che poi è esattamente quello che nei contesti collettivi e nella macchina infernale dei ruoli, istituzionali e non, non si riesce a fare. Mentre aspetto Meryem che oggi torna dopo tre mesi di assenza, ripenso a qualche flash delle scorse settimane.

Un mezzo sorriso subito ricacciato indietro. Una confidenza inaspettata. Un gesto di attenzione inatteso (molti, onestamente). Una conversazione conflittuale via chat che a voce diventa subito un’altra cosa. Lampi di bellezza e di speranza che affiorano qua e là.

I gruppi sono così, dicono spesso i miei compagni di viaggio quando mi vedono vicina al punto di rottura. E in effetti io di gruppi non ho esperienza. Non mi ci trovo. Però per guardare il bicchiere mezzo pieno, forse nelle decine e decine di rapporti singoli che riempiono la mia vita fino all’orlo inizio a cavarmela un po’ meglio di prima.

La necessità di capire con la testa è ancora forte. Ma ogni tanto riesco a placare quella spietata sete di analisi e mi godo un attimo di irrazionale empatia. Non nascondo più la mia vulnerabilità. So di restare, fondamentalmente, arrogante dal punto di vista intellettuale. Odio essere sminuita, non ascoltata, non presa sul serio. Ma sono molto più disposta a accettare aiuto sui molti altri fronti della vita, abbracciando la mia incapacità, non per affettazione ma per sincera accettazione. E questo, sempre più spesso, qualche canale lo apre.

Parare i colpi


Mala tempora currunt. E non accennano minimamente a migliorare. Bersagliati da notizie funeste da ogni parte, io e la mia bolla di amici ci barcameniamo tra la tentazione di imporci di fare gli struzzi e quella di rintanarci nel nostro piccolo privato (il che ovviamente vale per quei pochi che, per dirla con De André, “hanno una donna e qualcosa”: in caso contrario, il piccolo privato rischia di essere più angoscioso dello scenario globale).

L’ennesimo femminicidio nei giorni scorsi ha dato il via a una serie di commenti sui social e in parte anche fuori dai social che, se possibile, mi hanno ulteriormente intristito. Stamattina la mia amica Valentina ha espresso molto bene quella che era anche la mia perplessità: ma siamo davvero così sicuri di poter dare la responsabilità di un delitto commesso da un giovane di 22 anni ai suoi genitori? Io da parte mia non faccio che constatare che, per quanto mi adoperi, la maggior parte delle cose, incluse quelle che riguardano mia figlia, sfuggono fatalmente al mio controllo. E magari è meglio, perché onestamente non credo di essere proprio la persona più adatta a determinare le sorti dell’universo.

Mi sento di dire che da genitore mi pare ovvio mettercela tutta, investire tutto il mio cuore, tutta la mia anima e tutta la mia mente, e in adolescenza questo qualche volta può implicare perdere il proprio equilibrio e la propria sanità mentale, eppure essere disposti a ricominciare il giorno dopo. Eppure, pur facendolo, sono piú gli errori che le cose ben fatte e, soprattutto, questo non ci dà nessuna garanzia né tanto meno potere. Io ho esposto mia figlia almeno in un paio di occasioni, a meno di 15 anni, al rischio molto concreto di subire violenza. È andata bene, ma poteva andare male, malissimo. Certe volte la cosa mi tiene sveglia la notte ancora oggi, ma non so se in futuro valuterei diversamente.

Questo discorso però mi ha portato anche a farne un altro, leggermente diverso, con una collega. Notavamo, intorno a noi, un livello di crescente disagio e sofferenza dei nostri coetanei, che permea ormai quasi tutti i rapporti interpersonali e li rende faticosi, dolorosi e a tratti impossibili del tutto. La collega sosteneva che, mediamente, gli uomini sono messi peggio delle donne. Ci ho pensato un attimo e istintivamente mi veniva da concordare. Non perché noi donne soffriamo di meno, anzi: ma mediamente, stringendo molto i denti, andiamo avanti e teniamo i pezzi insieme. Stamattina, per dire, mi sarei volentieri rintanata sotto il letto come fa la mia gatta quando le cose non le vanno a genio. Però non l’ho fatto. Perché?

Direi che, statisticamente, una donna italiana difficilmente se lo potrebbe permettere, perché banalmente ha (o avverte) su di sé la responsabilità di qualcun altro: figlio/a, genitore anziano, altro parente, marito/compagno che (poverino) deve essere supporato, persona o animale a caso bisognosa/o di cura. E così lo stesso carico (irragionevole, inappropriato e a volte francamente ingiusto) di cui ci carichiamo istintivamente, finisce per essere quello che ci protegge dall’abisso. Paradossale, magari. Ma sospetto che ci sia del vero.

Frammenti e ammissioni


Sentivo parlare di questo film fin da quando lo stavano girando e questo poteva essere un buon motivo per non andare a vederlo. Se devo essere del tutto onesta, avevo avuto anche modo di farmi alcune idee sull’opera in sé che ancor di più potevano portarmi a risparmiarmelo. La ciliegina sulla torta ce l’hanno messa i social: da quando è uscito, me lo riproponevano in forma di post sponsorizzato letteralmente in tutte le salse. Avete presente quando camerieri troppo zelanti insistono per farti sedere ai tavolini di un ristorante dove magari senza tutta quell’insistenza ti saresti pure seduto? Ecco, da quando l’algoritmo ha stabilito che questo film corrispondeva ai miei interessi, avevo ancora meno voglia di vederlo.

Ma per fortuna odio essere condizionata e in un angolo della mia mente ho continuato ad ammettere a me stessa che l’idea alla base di questo film/documentario era indubbiamente buona, anzi unica. Quindi ieri sono andata alla Sala Troisi, da sola, in uno scampolo di una giornata forse non storta, ma certamente anomala.

Ripensandoci ora, mi chiedo se in fondo non mi augurassi di trovare un motivo intelligente per confermare i miei pregiudizi negativi. Forse. Comunque non l’ho trovato. Mi è piaciuto moltissimo. A tratti mi ha persino commosso. Perché è vero quello che dicono le critiche: è talmente individuale, talmente spudoratamente messo a fuoco su una singola persona, da avere un guizzo di universalità. È come se l’autoreferenzialità fosse spinta talmente oltre da traboccare nel suo opposto.

Rimuginare sull’amore e sulla memoria, sulla nostalgia e sulle conseguenze delle scelte, fatte e subite, ha un fascino a cui è difficile resistere. E chi non ha mai fantasticato di chiedere a chi abbiamo amato e a chi ci ha amato quella terribile e potente domanda evangelica: “Voi, chi dite che io sia?”. Ecco, la regista lo ha fatto. Anzi, lo ha fatto fare da altri, filmandolo, trasformando la cosa da una specie di esercizio retorico individuale in una indagine spietata e a tratti degna dell’Edipo Re.

Stamattina ne ho parlato a mia figlia, che ha 16 anni. Spero di averla incuriosita abbastanza da vederlo anche lei. Lei che comincia solo ora a archiviare in scatole colorate i primi passati amori. E che ha detto che quello che ha fatto Chloé Barreau è geniale e un giorno vorrebbe farlo anche lei. “Riconoscendole il merito di averci pensato per prima, ovviamente”.

Specchi


Ho sempre apprezzato, quasi idolatrato, la sincerità. Oggi mi rendo conto (meglio tardi che mai) che la sincerità, un po’ come l’intelligenza, da sola non basta e quindi non è un valore assoluto. Probabilmente per capirlo mi serviva diventare (o realizzare di essere) più vulnerabile e più stupida. Smettere di essere quella che era brutalmente sincera e interpretare la parte di quella che ascolta qualcun altro essere brutalmente sincero.

Oggi finalmente capisco cosa ho fatto per anni a persone che pure mi erano care e non ne sono fiera. Era per il loro bene? Ho creduto di sì, in tutta sincerità. Ma vista la cosa da una prospettiva nuova, sospetto che fosse soprattutto per il mio bisogno di compiacermi della mia brutale sincerità. Per quel che vale, mi dispiace molto per tutto lo spreco di amore che questo ha portato. Amore che potevo dare in modo meno giudicante, amore che potevo ricevere scendendo dal mio ridicolo piedistallo.

In caso di stress, rompere il vetro


Stamattina rileggevo un post riuscitissimo di Barbara su Genitoricrescono (la cui lettura raccomando a tutti) e mi sono trovata a farmi alcune domande, che in realtà mi inseguono, in forme diverse, da un po’ di tempo.

Come reagisco io sotto stress e cosa funzionerebbe per me nei momenti neri?

Ce l’ho qualcuno da chiamare in caso di crisi?

Premettiamo che nella mia esperienza è chiaro che stress è una definizione generica, che può etichettare situazioni troppo diverse per non necessitare una precisazione. Qui intendo quei “momenti in cui tutto è semplicemente troppo”, come dice Barbara molto efficacemente. Troppe emergenze contemporaneamente, troppo dolore su fronti diversi, troppi rospi ingoiati nell’unità di tempo, troppe sollecitazioni (lavorative, familiari, emotive…). Troppo tutto.

Altrettanto chiaro è che tutti reagiamo diversamente e tutti siamo diversamente sollecitati anche da situazioni apparentemente identiche. Per me ad esempio un certo numero di sollecitazioni è addirittura necessario per sentirmi viva e non sprofondare in baratri apparentemente inspiegabili. Capisco solo in teoria le persone che hanno bisogno di dosare il contatto umano quando stanno male: per me l’esposizione alle relazioni è quasi sempre terapeutica. Potrei continuare, ma avete capito il concetto.

Ci sono stati spesso momenti, negli ultimi anni, in cui ho realizzato di aver passato il limite. Cosa ha funzionato/avrebbe potuto funzionare per me in quei momenti?

Mi viene in mente uno specifico sabato mattina dello scorso ottobre. In quel momento forse la cosa che mi è apparsa più evidente come un bisogno assoluto fosse non essere sola. In senso fisico (con qualche limitazione, visto che ero davvero prostrata al limite del crollo fisico), ma soprattutto emotivo. Ho cominciato davvero a telefonare quasi a chiunque, a buttare addosso a amici e conoscenti quello che era successo e non riuscivo a gestire.

Da quel momento in particolare ho messo a fuoco una enorme paura di questa fase della mia vita: la solitudine. Quando lo confesso agli amici (e l’ho fatto più di qualche volta, negli ultimi mesi) li vedo spiazzati: in un certo senso in questo periodo la mia quotidianità appare (ed è, in effetti) molto ricca di relazioni, di scambi, di frequentazioni. E allora questa solitudine dove la vedo? Si tratta solo del fatto di non avere un rapporto di coppia?

In realtà la seconda domanda posta da Barbara è quella che mi turba di più. Chi chiamerei se avessi davvero bisogno? Mi sono trovata a chiedermelo quando dovevo inserire nel cellulare il “contatto da chiamare in caso di emergenza”. La verità è che non lo so (più). Che ci sono diverse persone che posso chiamare in momenti specifici e per esigenze specifiche, ma se dovessi indicarne una o un paio che ci sarebbero per me pienamente, a qualunque ora, senza nessuna riserva, non credo di sapere rispondere.

E se per le emergenze sanitarie alla fine la risposta sarebbe chiaramente una delle mie sorelle (o pure più di una, visto che ho la fortuna di averne diverse vicine), quando “in quei momenti” a cui Barbara si riferisce nel post mi viene voglia di chiamare qualcuno che non abbia bisogno di spiegazioni su perché lo chiamo e che capisca quello che non sono in grado di articolare, in virtù di strategie comunicative implicitamente concordate, qui davvero non so mai che pesci pigliare.

In genere me la cavo lanciando qualche whatsapp a casaccio, o facendo cose ancora più improbabili nella speranza che l’universo risponda (o, più facilmente, io trovi un motivo per distrarmi). Ma per quanto efficace possa essere la rete sociale immateriale di cui dispongo e che grazie a Dio esiste, ci sono momenti in cui mi servirebbe davvero qualcosa di fisico: un abbraccio, il bacetto di cui parla Barbara, almeno una voce.

E perché non telefoni allora? mi chiederete voi. Per farlo, per superare lo scrupolo di disturbare o di essere inopportuna, mi ci vuole proprio un motivo di forza maggiore (come è successo quel sabato mattina, infatti).

Dove voglio andare a parare? Forse – e alla fine probabilmente questo è il punto più importante del post di Barbara – ho solo bisogno di ricordare a me stessa che, anche se mi pare così, probabilmente questi momenti di smarrimento non capitano solo a me. Che non solo io mi sento così e che non dovrei vergognarmene quanto invece me ne vergogno. Che probabilmente anche alla persona a cui magari mando un WhatsApp salvo pentirmene subito dopo sarà capitato o capiterà di sentirsi vulnerabile e che magari potrebbe anche decifrarlo questo mio tentativo di contatto umano, anche se a me pare patetico.

Ma non sarebbe molto più semplice se fossimo tutti un po’ meno isolati? Perché anche questo, a giudicare da quello che sento, non è mica solo un problema mio.

Nuove leve


Ieri, dopo una giornata intensa di confronti “come ai vecchi tempi” che aveva tutto il sapore della rimpatriata – e che coinvolgeva infatti persone con cui ho condiviso lunghi tratti di strada, mi sono trovata a bere una birra con alcuni giovani professionisti più recentemente coinvolti sul tema dell’accoglienza e inclusione dei rifugiati. È stato molto bello trovarmi a rispondere a alcune loro domande e richieste di chiarimento sulla discussione del pomeriggio: mi sono sentita utile e ultimamente mi succede davvero troppo di rado.

Più ancora ho realizzato, parlando con loro, che anche in questo campo così di nicchia come le politiche di asilo è difficilissimo passare alle nuove generazioni il bagaglio di esperienze e conoscenze che abbiamo accumulato noi vecchi. E allora il rischio è che i pochi “storici” continuino sempre più in solitudine (e stancamente) a percorrere una strada già in buona parte segnata, mentre i giovani, entusiasti e animati di ottime intenzioni, scoprono l’acqua calda e replicano tutti gli errori già fatti e rifatti nei decenni precedenti.

Non ci sono occasioni, non c’è tempo, a tratti non c’è voglia di condividere, di ascoltare, di sforzarsi di tenere insieme punti di vista, esperienze, idee. Ieri a un certo punto mi è venuto spontaneo dire che devono essere loro, le nuove leve, a fare l’advocacy, non noi vecchi: io personalmente mi rendo conto di essere troppo viziata dai miei pregiudizi decennali per avere idee utili, che possano tratteggiare un cambiamento. Però certo, bisognerebbe trovare il tempo e il modo di farla, questa trasmissione di esperienze.

E mi piacerebbe da morire fare parte di questo processo, perché non c’è niente di più bello di vedere come le cose si rinnovano, cambiano, diventano diverse e lontanissime da come le avevamo immaginate noi.

Promesse


“Un sogno che non si realizza è una bugia, o è qualcosa di peggio?”. Questa domenica, nonostante il cielo blu intenso, le fioriture sfacciate delle magnolie e l’aria che prometteva già primavera, pareva uscita da un verso di The River. Non è che avessi proprio dei sogni per questi fine settimana. Sarebbe esagerato definirli tali. Qualcosa mi aspettavo però, in effetti.

Ora che la domenica è finita, e possiamo riempire le solite sporte del senno del poi, finisco ancora una volta per chiedermi dove sbaglio. Però preferisco ricordare dove non sbaglio, invece. Non ho sbagliato a correre a Villa Sciarra a guardare quei fiori bellissimi, bianchi e rosa. A ridere da sola sotto quell’albero. Ad andare più tardi a guardare il riflesso del sole nell’acqua del Fontanone.

Non ho sbagliato a prendermi dei momenti di immotivata felicità, e neanche a compiacermi di essere riuscita a completare un altro tassello di qualcosa che voglio fare da molto tempo e che forse adesso sto davvero facendo.

Sarebbe troppo facile dire che da ora in poi smetterò di fare castelli in aria. Troppo facile e probabilmente anche falso. I castelli in aria sono il mio posto sicuro. La sera, sotto il piumone, immagino intere conversazioni, scuse, spiegazioni plausibili che non mi verranno date. Mi faccio compagnia e addomestico la delusione.