Ho fatto pace con il mio Battesimo


Oggi, 8 dicembre, è l’anniversario del mio battesimo e anche del fidanzamento dei miei genitori. Per motivi che sarebbe un po’ complicato spiegare, ultimamente la storia del mio battesimo mi ha suscitato qualche malessere. Era una bella storia di famiglia, di quelle che si raccontano. Il battesimo alla cappella del Gemelli, la Madonna a cui tutte le figlie sono affidate, l’anniversario. Poi un po’ per caso ho scoperto che c’era un particolare di quella storia che avevo sempre capito male. Per quanto potesse sembrare irrilevante (e a quasi tutti quelli a cui l’ho raccontato tale è sembrato), quel particolare mi ha fatto soffrire.

Oggi però, del tutto casualmente, ho scoperto un altro dato che riguarda l’8 dicembre. Passavo a salutare mia madre e l’ho incontrata che usciva per andare a Messa a S.Croce in Gerusalemme. Lì monsignor Romano Rossi, caro amico dei miei genitori, ha ricordato i 60 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Potete sentire l’audio a questo link.

Un bellissimo discorso, storico, onesto, importante e spiritoso. Che mi ha fatto pensare ai miei genitori, per cui certamente quel momento era stato straordinariamente significativo. Molti anni dopo io stessa avrei incrociato in vario modo i documenti di quel concilio, a partire dalla Nostra Aetate. Ma più ancora tutta la mia educazione, religiosa ma soprattutto umana, è coerente con quella libertà informata e responsabile che oggi è stata evocata.

Mi piace pensare che il Battesimo fatto in quella data contenesse un augurio implicito per me, nata fuori tempo massimo e destinata necessariamente a restare un po’ ai margini della tradizione e memoria familiare in senso stretto, a uscire verso il mondo. Se era questa, la mia vocazione, credo di averla assecondata abbastanza. Se non con i viaggi fisici, con la curiosità, sempre, a volte con lo studio e, più di tutto, attraverso gli incontri preziosi che la vita mi ha messo e ancora mi mette davanti.

Calmare la mente


Da un paio di settimane, anche attraverso alcuni scambi significativi con due amici diversissimi tra loro, mi chiedo se sia arrivato il momento di cambiare prospettiva.

Ho sempre dato per scontato il fatto che una vita degna di essere vissuta sia una vita mobile, animata da slanci, piena di fuoco, di inquietudine, di passioni. Tutta la mia vita adulta è stata così e nonostante oggi, se dovessi fare un bilancio, non sarebbe particolarmente lusinghiero, non posso dire di esserne dispiaciuta. Ho creduto in varie idee e persone, talora contro ogni evidenza, sono stata generosa di entusiasmo e di sentimenti. Ai limiti della irragionevolezza e talora fieramente (e forse ostinatamente e addirittura caparbiamente) oltre quei limiti.

Mi sono sempre riconosciuta nell’esortazione di Pedro Arrupe a innamorarsi. E di anno in anno mi rendo conto di fare più fatica, forse perché non sono capace di innamorarmi di Dio, ma vado piuttosto dietro a “tutte le cose” (persone incluse) e soprattutto all’idea stessa di me innamorata e entusiasta.

Non mi abbandona negli ultimi anni la sensazione di girare a vuoto e, peggio ancora, di un certo senso di non autenticità. Cerco di convincermi, di trovare espedienti, di distrarmi e allo stesso tempo mi ostino sempre più a raccontarmi cose che in fondo so non essere vere, insultando la stessa intelligenza di cui mi vanto.

Ma se fosse arrivato il momento di deporre questa ricerca di slanci? Se questo che oggi mi pare il rischio di una misera rassegnazione fosse invece una strada per uscire dal pantano in cui mi trovo? Forse la vita che mi aspetta in questo “secondo tempo” non somiglierà affatto a quella che ho sempre considerato felicità. Vuol dire che non sarò mai più felice?

“Non si può essere sempre felici”, ho scritto un giorno a un amico, più per recriminazione che per saggezza. Magari devo imparare un modo nuovo di essere felice.

A esserlo anche da sola, ad esempio. Ricordo tempo fa che su Facebook c’era un giochino in cui si chiedeva di pubblicare foto di momenti felici: in nessuno degli scatti che ho scelto ero sola, non ricordo chi me lo ha fatto notare. Per me fino a oggi la felicità non è solitaria. Mi angoscia la prospettiva di non avere nessuno con cui condividere le cose importanti come quelle piccole.

Eppure questo è il corso abbastanza inevitabile della mia vita. Inutile cercare di aggrapparsi disperatamente ai rapporti di amicizia che mi si presentano, caricandoli di aspettative esagerate. Come dice una canzone che amo moltissimo:

“Don’t cry out or cling in terror
Darling that’s a fatal error
Clinging to a somebody you thought you knew was yours…”

Magari poi dovrei prendere esempio dai miei due amici diversissimi tra loro  (ma sicuramente entrambi diversissimi da me) e pensare seriamente di allenarmi a calmare la mente, “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Come non so bene. Inizio a guardare in faccia le mie paure più grandi e poi vediamo questo dove mi porta. 

Confort zone


“Era da anni che non stavo così comoda”. Mi è venuta dal cuore, questa considerazione, dopo il primo dei due giorni e mezzo di seminario di canti ebraici con Evelina Meghnagi.

Non che ci fossero molti motivi di stare comoda. Intanto non so cantare. Mi piace, ma non sono tanto capace. Il gruppo a cui mi univo si conosce da anni e aveva già studiato tutti i pezzi. Non sono ebrea. Non ero proprio l’unica, ma quasi. Apparentemente non c’entravo proprio nulla. Tanti motivi di stare in ansia e io tendenzialmente sto in ansia (in questo l’età non mi ha migliorato).

Perché ho accettato convinta, entusiasta e tranquilla una proposta così, senza neanche fare mezza domanda di chiarimenti? Perché la cosa si configurava come un segno del destino e un messaggio dell’universo e io, in questi casi, gongolo e mi butto. 

A volte toppo clamorosamente, ma non è stato questo il caso. Una volta mi ricordo di aver pensato, a un concerto di Evelina, che per qualche motivo la sua musica riesce a tracciare un filo, un senso (se non logico, artistico), a tutti i pezzi frammentati della mia vita. Oggi lo confermo.

Ricordi dell’ulpan di Gerusalemme e dell’estate del mio primo attentato. Il fascino della sinagoga sefardita di Londra l’estate dopo la maturità, che si è saldata ai rilievi assiri del British Museum e mi ha spinto verso il percorso universitario che ancora parla alla mia anima. Mio padre che pochi giorni prima di morire mi chiede di tradurre il testo di Adon Olam. La ninna nanna struggente cantata sulla piazza del Campidoglio dopo il naufragio di Lampedusa.   Il libro di ricette sefardite comprate la prima volta che sono andata a Istanbul, per difendere fin d’allora uno spazio mio in quella Turchia di altri che da allora non mi ha mai lasciato. Le danze di Eli, la memoria nei piedi, gli spettacoli senza vergogna al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ma anche la maimuna e quel pensiero che un giorno dovrei dipanare quel filo che lega quella festa tripolina al marzeach dei miei antichi studi.

Le identità, le lingue, gli alfabeti, le religioni, le contraddizioni del mosaico unico e particolarissimo di ciascuno. L’individuo che si muove come una medusa nel flusso potente e contraddittorio della storia. Gli strappi, gli esili, i conflitti. Queste cose sono davvero la mia essenza, quello che in mille forme diverse ho inseguito sempre. Negli studi, nel lavoro, nelle amicizie, nei viaggi, persino negli amori (forse non casualmente sempre complicati e spezzati, anche quelli). 

Magari in questa inquietudine c’entra il confine di mio padre, quello che si è portato dentro tutta la vita e dove oggi è sepolto. La lingua negata di cui non mi ha mai esplicitamente parlato, ma che si vede in filigrana nella lettera persa del nostro cognome. L’attenzione e l’amore che ho sempre visto in lui per le minoranze, per la complessità di chi non entra in un’etichetta nazionale, linguistica, religiosa (ma quale uomo può essere definito con un aggettivo solo, alla fine?).

Sia come sia, non mi è facile parlare di queste cose nella vita quotidiana. E in questi giorni, oltre a cantare malamente in quattro lingue, ho parlato a macchinetta di un sacco di cose e mi sono sentita ascoltata e persino apprezzata. Cavolo, se mi serviva. Mi sono accorta che mi ero un po’ smarrita, a furia di censurare parti di me troppo ostiche per gli altri. Ho respirato a pieni polmoni, ho ricordato il mio fondamento e la mia mobile stabilità.

Sono davvero stati giorni preziosi, di cui sono infinitamente riconoscente.

Sempre qui, ancora qui


La settimana scorsa ho letto con piacere un post di un’amica di web che ha ripreso a scrivere un blog dopo 15 anni. Mi sono ricordata di un bel post di Claudia Porta, che riassumeva anche lei che è successo “nel frattempo”, da quando siamo state un po’ meno mamme blogger, con i figli non più bambini e la vita che per tutte ha fatto giravolte inattese, in su e in giù, tipo montagne russe. Anche Valentina, cara amica e certamente una delle blogger più talentuose in cui sia incappata, ha ripreso a scrivere.

Io in tutto questo tempo sono rimasta qui. Un contenitore un po’ vecchiotto, senza newsletter, che a tratti non ho aperto per mesi, ma che funziona da 20 anni e a cui sono affezionata. Che è successo in questo tempo a tratti l’ho quindi già raccontato, sia pure in forma un po’ più criptica e a intervalli irregolari.

Solo le pietre non cambiano, mi ha detto sere fa un amico, ricordandomi molto le frasi di vecchio maestro che sentivo quando guardavo l’Albero Azzurro con Meryem. Dunque evidentemente sono cambiata anche io, negli ultimi venti anni in cui ho scritto in questo blog. Alcuni cambiamenti li avverto, soprattutto quelli che sento come peggiorativi. Altre cose sono rimaste costanti. Qualcosa ho fatto e ho imparato, cerco di riconoscermelo. Mi piace aver conservato abbastanza intatta la capacità di gioire in modo immediato e ingenuo, quasi infantile, se faccio o se vedo qualcosa che mi piace.

Se dovessi menzionare una sola cosa che ho caratterizzato questi anni è la ricchezza straordinaria di incontri che ho fatto e che continuo ad avere l’opportunità di fare. Questo blog è stato un luogo di relazioni e un po’ continua ad esserlo, anche se ormai gli strumenti “nuovi” lo hanno un po’ depotenziato. Certo alcune persone incontrate qui continuano a sorprendermi, per la vicinanza che continuiamo ad avere, a dispetto del tempo che passa e delle opportunità di incontro fisico ormai limitate.

Da ragazza avevo il complesso di non avere amici. A tratti questo pensiero mi accompagna ancora, a dispetto di ogni evidenza: di amici ne ho moltissimi, diversissimi, nei contesti più vari. Quando riesco a farli incrociare tra loro, come potrebbe succedere domani, provo la stessa gioia di quando studiando un argomento mi imbattevo in un collegamento non scontato che gettava luce nuova sull’intera questione.

L’inquietudine non credo mi abbandonerà mai, e non mi dispiace. Non mi sono mai “sistemata” e ormai, probabilmente, non mi sistemerò. Non sono felice di essere sola, quando lo sono, ma di essere libera sì.

Sogni non raccontati


Lo scorso settembre ho fatto un sogno che ho trovato estremamente ben sognato, se mi si passa il termine. Lo ricordo perché un po’ l’ho raccontato, ma in verità avrei voluto raccontarlo meglio e più diffusamente. C’entrava un autogrill vicino Spoleto, un kebab di luccio, diverse persone che hanno per ragioni diverse un posto speciale nei miei pensieri, la cantante Giorgia, persino una festa religiosa a Tunisi dedicata alla personificazione della sapienza pagana. Come molti miei sogni, era abbastanza autoesplicativo. Tendo a sognare con i sottotitoli e curiosamente nel periodo in cui andavo da un’analista di sogni non me ne ricordavo neanche uno. Magari non sentivo il bisogno di darmi da sola commenti e interpretazioni, avendo uno spazio settimanale dedicato.

Oggi, ripensando al sogno del kebab di luccio, non so dire se fosse più un tentativo bislacco di trovare spiegazioni interessanti alle mie solite delusioni, o un modo di fare spazio a una specie di speranza in barba a ogni ragionevolezza, ben protetta dalle molte sensate obiezioni, in primis mie.

Ieri, per qualche ora, essere me non mi è piaciuto neanche un po’. Ma non è che questo si possa del tutto scegliere. Tornata lucida, la via che da qualche anno percorro (fare pace con la mia inquietudine, apprezzare almeno la mia originalità) è tornata a sembrarmi l’unica possibile. Ho parlato della definizione storica dei fenici, della scarsa eticità di alcune campagne di fundraising. Ho risposto a un paio di telefonate di lavoro e a una mail. Preso appuntamento con il veterinario. Buttato la spazzatura, fatto una lavatrice.

In questo blog continuo a ritrovare cose che mi fa piacere poter rileggere. La mia memoria è piena di buchi, è bello ogni tanto poterla ancorare a delle frasi che ho pensato anche più di dieci anni fa. Nella maggior parte direi che mi riconosco. Anche questo è confortante, nei momenti in cui guardando indietro vedo solo discontinuità e frammenti.

Per tornare al sogno da cui sono partita, era il sogno della perdita di qualcosa che neppure ho (e neanche in sogno lo avevo, in effetti). E mi vedo lì, nell’autogrill di Spoleto, ad ascoltare le parole di conforto di una persona incrociata per lavoro, ma che anche nella realtà mi manda ogni tanto inattese manifestazioni di affetto. Può essere che lo ritroverai, quello che pensi di aver perso. O forse no. Ma solo se continui a cercare quello che ti piace, ti interessa, se segui la strada tua, a prescindere. Così, pure se non lo ritrovassi, ti troveresti comunque in un posto dove sei felice di essere.

E buon anno a tutti voi.

Da vicino


Come si evince dal post precedente, io ho una scarsissima attitudine alla tifoseria. Questo mi rende singolarmente inadatta, oltre in generale a vivere nell’epoca presente, ad assumermi incarichi che con una certa approssimazione potremmo definire politici. Eppure lo faccio, mannaggia a me. Non so cosa mi scatti. Un irrefrenabile impulso a autoimmolarmi, lo ha definito un’amica ieri. Un neanche troppo velato delirio di onnipotenza. Chissà. Sta di fatto che mai come quest’anno mi sono cacciata in un ginepraio.

Mentre cerco di sopravvivere a questo delirio, voglio solo ricordare a me stessa un aspetto. Le persone bisognerebbe sempre vederle da vicino, singolarmente. Che poi è esattamente quello che nei contesti collettivi e nella macchina infernale dei ruoli, istituzionali e non, non si riesce a fare. Mentre aspetto Meryem che oggi torna dopo tre mesi di assenza, ripenso a qualche flash delle scorse settimane.

Un mezzo sorriso subito ricacciato indietro. Una confidenza inaspettata. Un gesto di attenzione inatteso (molti, onestamente). Una conversazione conflittuale via chat che a voce diventa subito un’altra cosa. Lampi di bellezza e di speranza che affiorano qua e là.

I gruppi sono così, dicono spesso i miei compagni di viaggio quando mi vedono vicina al punto di rottura. E in effetti io di gruppi non ho esperienza. Non mi ci trovo. Però per guardare il bicchiere mezzo pieno, forse nelle decine e decine di rapporti singoli che riempiono la mia vita fino all’orlo inizio a cavarmela un po’ meglio di prima.

La necessità di capire con la testa è ancora forte. Ma ogni tanto riesco a placare quella spietata sete di analisi e mi godo un attimo di irrazionale empatia. Non nascondo più la mia vulnerabilità. So di restare, fondamentalmente, arrogante dal punto di vista intellettuale. Odio essere sminuita, non ascoltata, non presa sul serio. Ma sono molto più disposta a accettare aiuto sui molti altri fronti della vita, abbracciando la mia incapacità, non per affettazione ma per sincera accettazione. E questo, sempre più spesso, qualche canale lo apre.

Fuori dai denti


Guardiamo in faccia la realtà. Ci sono cose che mi riescono più o meno bene, ma altre per cui sono evidentemente negata. Quella che mi pare più evidente (a parte guidare, si intende) è la vita sentimentale. Comincio a credere che mi manchino proprio le competenze di base. Perché in realtà, negli ultimi 12 anni almeno, non è che le mie relazioni vadano male: non esistono proprio. E visto che il passare del tempo ben difficilmente migliorerà la situazione (come mi ha detto brutalmente ma saggiamente un’amica, alla nostra età gli uomini sono come gli ascensori: o sono occupati o sono rotti), mi sto rassegnando a fare pace con questo dato di fatto. Mi aspetta una serena vecchiaia da zitella.

Che sia messo agli atti che mi sono impegnata. Per almeno un paio d’anni ho anche usato i moderni strumenti a disposizione. Ma è stato un immenso buco nell’acqua, nel complesso. L’esperienza ha di molto arricchito il mio repertorio di aneddoti surreali, ma ha comportato anche un paio di esperienze sgradevoli. Dunque sono arrivata alla conclusione che decisamente non ne vale la pena: troppa fatica, praticamente nessun vantaggio.

Quanto alle (ormai rarissime) occasioni di socializzare dal vivo, ho cercato di cogliere tutte quelle che capitavano e persino di mettermi in situazioni che favorissero nuove conoscenze. Insomma, ho fatto i compiti. Ma evidentemente delle due l’una: o sono la persona più sgradevole del mondo (possibile), o sbaglio qualcosa. Certo possiamo convenire che non ho avuto molta fortuna, ma a questo punto mi pare difficile pensare che sia una coincidenza. Arrendiamoci al dato di fatto: proprio non ci so fare.

A questo punto forse converrà smettere di provarci e basarci su alcune verità consolidate:

  1. Per quanto cerchi di smussare, sono piuttosto eccentrica. Mi piacciono cose bizzarre, non ho grandi filtri, mi appassiono di argomenti astrusi. Questo è. Ma ho anche dei lati positivi. Chi non li vede evidentemente non ha alcun interesse a vederli. Amen.
  2. Il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in attività potenzialmente deprimenti. Mi concentrerò più su cosa mi va di fare più che con chi potrei farlo. E smetterò di comprare due biglietti per ogni concerto o spettacolo a cui voglio andare, sperando di trovare compagnia. 
  3. Certe volte non capisco perché non c’è niente da capire. Non c’è per forza una motivazione più profonda di quanto appaia a prima vista. Magari se uno si comporta in modo immotivatamente scortese è solo una persona scortese. Non sta mandando un messaggio più sottile. Magari se le persone appaiono irrazionali e incoerenti è perché lo sono.

Sì, lo confesso, ho scritto questo post per potermelo rileggere di tanto in tanto e ricordarmi che, nonostante le apparenze talora dimostrino il contrario, non sono del tutto stupida. Che a tutte queste giuste considerazioni arrivo anche da sola, se solo accendo il cervello. Magari potevo scrivermelo su un quaderno privato. Ma qui lo ritrovo più facilmente.

Bilanci e buoni propositi


Non c’è niente di meglio di un funerale all’inizio di settembre per riprendere le fila delle grandi questioni irrisolte della propria vita, non trovate? Scherzi a parte, oggi mi trovavo a partecipare a una delle occasioni, sempre meno rare, ahimè, in cui avevo l’opportunità di salutare un altro pezzo della mia giovinezza che se ne è andato. E per me giovinezza significa ricerca, Vicino Oriente antico e tutto un pezzo di passione ancora bruciante, più volta seppellita eppure ancora lì che si riaccende sotto la cenere ogni volta che ci guardo da vicino.

Però davvero vorrei dire a me stessa che il tempo non passa invano (perché davvero ne è passato un sacco) e che con un po’ di distacco ormai posso aggiungere qualche commento e prospettiva nuova a quel miscuglio di strazio e di nostalgia che simili occasioni non mancano di lasciarmi addosso.

Precisamente, sento il bisogno di condividere una riflessione. A noi ex giovani i nostri maestri hanno dato un sacco di cose, alcune oggettivamente impagabili. Ciascuno a suo modo, nelle loro diversità, ci hanno reso in qualche misura partecipi di qualcosa di speciale, che definire professionale sarebbe riduttivo e a tratti improprio (anche perché spesso e volentieri non era e non è pagato). Credo di parlare per molti dei miei coetanei o giù di lì quando dico che quello che abbiamo avuto (nel mio caso specialmente da Garbini, ma non solo) è stata parte costitutiva di quello che siamo.

Però mi sento di aggiungere che un pezzo avremmo dovuto mettercelo noi e, almeno per quanto mi riguarda, non mi pare di esserci riuscita. Forse non ho avuto modo di farlo, forse non ero capace. Non importa. Ma certo una cosa loro non ce l’hanno data, se non in casi rarissimi: la capacità di apprezzarci senza competizione, di valorizzare ciascuno senza sentirsi sminuiti, di collaborare felici di farlo e senza dietrologie. Non ce l’hanno data perché loro per primi forse non l’avevano, o l’avevano smarrita strada facendo, per la natura stessa dell’ambiente in cui operavano.

Non che non fossero sinceramente amici, a volte. Ma questo nella maggior parte dei casi non si è tradotto in veri partenariati, gruppi di lavoro, situazioni propizie a coltivare e fare maturare i più giovani.

E noi? Forse nessuno di noi si è trovato davvero nella posizione di fare la differenza. Io, per dire, non c’entro proprio più nulla e come me tanti altri. Ma nel piccolo, abbiamo promosso sul serio un atteggiamento diverso?

Ci abbiamo provato, a tratti. Con l’associazione degli Orientalisti e i convegno autogestiti, per esempio. Ma io per prima ho sprecato troppa energia in recriminazioni amare e non mi sono preoccupata di coltivare il bello che c’era nelle nostre relazioni umane e, entro certi limiti, professionali.

Mi piacerebbe pensare che magari troverò un modo di rimediare e di restituire, in una forma creativa che ora non metto a fuoco del tutto, qualcosa di quello che ho ricevuto.

Sei felice?


“Ciò che ci rende felici è essere al centro di relazioni umane, vivere una vita ricca in senso di legami”. Questa frase di Pellai mi arriva leggiucchiando qua e là, in una mattina di lavoro. E ancora: “Essere felici vuol dire allora sperimentare anche la fatica e la stanchezza di dover essere non solo per e con sé stessi, ma anche per e con gli altri. Non si sorride sempre, all’interno delle relazioni. A volte si soffre, si piange, non si dorme di notte”.

Rimugino e ripenso a un momento, l’altro ieri pomeriggio, in cui camminavo per una Roma infuocata e sorridevo. Uscita da uno degli sprofondamenti di tristezza in cui inciampo sempre più di frequente, via via che il tempo passa, mi sono chiesta cosa esattamente mi avesse reso di nuovo felice.

Apparentemente, non era stato il contrario di quello che mi aveva reso triste. Per fortuna. Non mi sarebbe piaciuto l’idea di dipendere così tanto da un fattore esterno. Ma certamente, nelle montagne russe su cui continuo a vivere, l’oscillazione tra solitudine e relazioni (professionali, familiari, amicali) è certamente centrale. 

A volte non si dorme di notte, all’interno delle relazioni. Anche e soprattutto quelle con se stessi.

Sono felice? Per abitudine, inquietudine incoercibile e forse perfezionismo direi di no. Se sono ottimista, come in questo momento, attenuerei: non ancora, non del tutto. Ma la meraviglia è che a tratti sì, sono perfettamente e totalmente felice. Come nella foto che mi hanno scattato uscendo dal mare, a Palermo, dopo un tuffo non previsto ma molto desiderato. Come in una serata di un paio di settimane fa, quando tutto andava storto eppure restava anche giusto, facile, perfetto. Come sul marciapiede di via della Scrofa, l’altro ieri pomeriggio, al pensiero che qualcosa, ogni tanto, per quanto irrilevante possa essere, pare avere senso. E quando qualcuno se ne accorge insieme a te (o almeno sembra), si sprigiona un lampo di bellezza.

Un bel funerale


Cinque anni fa ho cambiato lavoro. Era stato il punto di arrivo di un percorso di restauro di me stessa, che aveva anche comportato un autoregalo significativo: un corso di scrittura autobiografica con Rossana Campo.

Come capita abbastanza spesso quando mi lancio nelle cose senza troppo pensarci, solo alla prima lezione ho realizzato che la scrittura del corso non era genericamente creativa, ma proprio autobiografica. Il mio inconscio aveva evidentemente trovato un escamotage per vincere le mie resistenze.

Tuttavia, finito il corso (le due edizioni che mi sono concessa), le resistenze continuavano. Ho rimuginato altri 5 anni per realizzare il progetto che avevo definito alla fine del corso. Poi, un po’ inaspettatamente, mi ci sono buttata (sempre in modo disordinato e scomposto) e in pochi mesi ho scritto lei, la Prima Stesura del mio memoir.

Tutto questo per dire che non so se questo porterà mai a una pubblicazione vera, come quella di almeno due delle mie compagne di quello splendido corso. Ma intanto ho vissuto un’esperienza importante, l’ho attraversata e ho imparato molto di me stessa e di cosa mi ribolliva dentro.

Non lo leggerete mai in una quarta di copertina, ma quello che mi è venuto da pensare rileggendomi è stato: “Quella parte della mia vita probabilmente è morta per sempre, ma almeno ho provato a mettere su un bel funerale…”

E adesso? Chissà. Ho cominciato una strada. Mi sono fermata un po’ di mesi a riposare, ma ora devo capire come andare avanti. Se sono rose fioriranno.