Oggi invece il tempo è grigio come non mai. Il rinoceronte non si sposta. Meryem urla. Televisione turca a palla dalle sette di stamattina. Questa giornata non è partita con il piede giusto.
Il lato positivo di oggi è il sole e il cielo pulito, dopo questa settimana di pioggia. Una piccola selezione di lati negativi: la babysitter è malata, Nizam sta malino ed è anche di umore impossibile, io mi sento addosso un peso di stanchezza che equivale a un rinoceronte appollaiato tra il collo e le scapole. Alle dieci di stamattina avevo già acquistato un busto ortopedico e un nuovo materasso. Ecco, questo è un altro lato positivo. Da giovedì la qualità del mio sonno, Meryem permettendo, migliorerà nettamente. Serena e Vittoria si contendono il premio "sorella del secolo". Probabilmente ne usciranno con un parimerito.
Ieri abbiamo passato 11 ore al Pronto Soccorso. Nizam è precipitato da una discreta quota (3 metri? 4?) e malauguratamente ancora non ha imparato a volare. Considerata la situazione, ce la siamo cavata con poco. Mi chiedo come lo terrò un mese immobile, considerato che faccio una gran fatica a tenerlo a casa dal lavoro anche il giorno di Ferragosto.
Meryem per l’occasione ha interrotto la sua brillante interpretazione di "Bambina più lagnosa del mondo", parte in cui si era calata con impegno dall’una della notte precedente, per trasformarsi nella figlia dei miei sogni. E’ stata con una schiera di parenti imprecisati che si susseguivano come una giostra medievale. Con tutti ha riso, giocato, mangiato e dormito senza storie. Alle otto si è addormentata per risvegliarsi solo alle 5.30 di stamattina, ignorando la baraonda del nostro rientro alle undici passate. Dopo aver fatto una frugale colazione di latte mio, alle 6.30 si è riaddormentata graziosamente fino alle 8 e mezza passate. Se litigare fa bene (citazione di Lanterna), essere in preda al panico e assentarsi fa anche meglio.
Nonna Lucia
La mia mamma ha scritto un profilo di mia nonna Lucia, che mi piacerebbe condividere con voi. E’ un po’ lungo, ma alla fine non mi è parso giusto tagliarlo. Ho giusto tolto un po’ di cognomi qua e là. A me ha detto molto del rapporto di mia madre con sua madre e, in un certo senso, del modo in cui ha vissuto il suo ruolo di madre nei miei confronti. Ci sarebbero delle belle foto ad illustrarlo, ma ancora non ne ho la versione elettronica.
Fu educata presso le Suore francescane missionarie d’Egitto, dove frequentò le classi elementari; poi passò all’Istituto Magistrale (allora Scuola Normale), dove fu allieva brillantissima, e conseguì il diploma di maestra. Il suo professore di filosofia, il futuro preside Bagnato del liceo classico Campanella, la invitò a proseguire gli studi frequentando il Magistero, ma il fidanzato Vincenzo, terribilmente geloso, espresse parere contrario. Per lo stesso motivo dovette rinunciare alla nomina di insegnante nelle scuole elementari comunali.
Era molto attaccata al padre e soffrì enormemente per la sua improvvisa scomparsa. La sua infanzia non era stata facile, perché la madre era poco equilibrata e non le dava respiro. Il padre era invece tenerissimo e la portava perfino a ballare in piazza Italia (pare che fosse una ballerina bravissima, ma noi figli non l’abbiamo mai vista ballare, probabilmente per la gelosia di nostro padre). Questi ricordi sembrano suggerire che nella sua vita sia passata dalla “schiavitù” della madre a quella del marito. In effetti non fu così. Nostro padre era profondamente innamorato della moglie e io ricordo da bambina la sua voce melodiosa che cantava spesso mentre era intenta alle faccende di casa.
Sposandosi, entrò nella numerosa famiglia Minuto, divenendone presto il principale punto di riferimento. Per le cognate fu una vera sorella maggiore, sicché esse venivano spesso a confidarsi con lei, per ricevere consigli e aiuti intelligenti. Soprattutto il cognato Pasquale si consultava sempre con lei e insieme con lei interveniva per risolvere le questioni familiari delicate. Tuttavia fu sempre ferma e autonoma per quanto riguardava la nostra educazione e non permetteva che le consuetudini tradizionali interferissero sulla sua impostazione. Sapeva affrontare gli screzi e le sofferenze in silenzio, e sempre con il sorriso.
Costituiva anche un sostegno per i vicini di casa. Ricordo in particolare, quando abitavamo in via San Francesco di Paola, la giovane signora J., serba, che doveva affrontare tante difficoltà familiari in un ambiente prevenuto e ostile: mamma fu per lei un’amica straordinaria. Lo stesso capitò più tardi con la famiglia del generale S., che, anche se ci creò dei guai, fu sempre accolta con generosità ed affetto.
La sua intelligenza intuitiva e penetrante, la sua personalità aperta, la sua sensibilità e la sua forza avevano bisogno di espandersi anche al di fuori dell’ambito familiare (scelta allora quasi proibitiva per una madre di famiglia) e ciò avvenne attraverso la sua adesione all’Azione Cattolica, dove fu presto scelta come collaboratrice dalla signora Antonietta Mariotti Tripepi, allora presidente diocesana dell’Unione Donne, e in seguito successe a lei nella carica. Questo le permise di entrare in contatto con i grandi vescovi, che si susseguirono sulla cattedra reggina: mons. Puja, mons. Montalbetti, mons. Lanza.
L’incarico diocesano non la sottrasse mai all’impegno parrocchiale: seguendo le direttive prima di Padre Gaetano Catanoso e poi del fratello don Pasqualino. Partecipava ogni giorno alla Messa e alla Comunione; era particolarmente impegnata nell’adorazione notturna; si dedicava quotidianamente alla meditazione scritta sotto la guida di mons. Licari; aveva un rapporto cordiale con gli altri fedeli. La sua casa era sempre aperta a tante persone umili, che si sentivano comprese, che ricorrevano a lei nei momenti difficili, che le confidavano le loro pene. Ricordo una mattina, mentre stavo facendo colazione in cucina prima di andare a scuola, come sono stata colpita dalle parole che un’anziana signorina, Antonietta L., le confidava: “Stamattina ho detto al Signore che è vero che Lui ha sofferto tanto per noi, ma una sofferenza non l’ha provata: quella davvero pesante della vecchiaia”. Anche le donne che successivamente vennero a servire in casa nostra (Cilla, Cata, Anna, Concetta, Laura) si sentivano trattate come figlie e ricambiavano l’affetto con la spontaneità della gente del popolo.
Rifuggiva dalla vita mondana e dalle chiacchiere salottiere, ma amava coltivare le amicizie sincere e non puramente formali. Penso alla famiglia T., che abitava in via Torrione, con la quale eravamo legati da un’amicizia fraterna; alla famiglia M., con la quale condividevamo ideali profondi in un legame che ancora continua; alla signorina Elvira L. e alla sua quotidiana presenza nella nostra casa; alla signorina C., con la quale si frequentavano nelle vacanze estive a Gambarie, occupandosi insieme della cappellina in mezzo ai boschi. Mi vengono in mente tante persone care: i M., i V. e tanti altri.
Di lei mi riaffiorano immagini e battute, che ne mettono in luce la personalità non comune. La ricordo un giorno a Gambarie, mentre friggeva le crespelle e tutti gli amici si affacciavano sulla porta di casa per assaggiarle. A un certo punto si presentò un giovane carabiniere per chiedere se stavamo nascondendo un latitante. Mamma gli rispose con franchezza sorridente: “Perché non andate a cercarlo nei boschi del monte Basilicò? Voi sapete benissimo dove si nascondono e invece girate per le case”. Il giovane carabiniere rispose: “Se andiamo là, ci sparano senza neanche farsi vedere”. L’incontro si concluse con le crespelle offerte volentieri anche a lui.
Sempre a Gambarie, ricordo la sua accoglienza calda a una sorta di gigante di Santo Stefano di Aspromonte, di nome Fava, vecchio amico di mio padre, quando veniva il venerdì per andare in cerca di funghi per noi. Mi affidava volentieri a lui, che mi caricava sulle spalle e mi insegnava le canzoni di Garibaldi. Era socialista e non amava i preti, ma mamma riuscì a fargli scoprire il volto di Cristo.
Nell’educazione di noi figli è stata ferma e dolce ad un tempo; nostro padre, come era consuetudine allora, affidava a lei il compito educativo con totale fiducia. Ricordo di aver sentito una volta, origliando, le critiche espresse a voce alta da una mia zia, che le rimproverava di permettermi di frequentare ragazze “leggere”, mie compagne di liceo. Mamma si mostrò irremovibile e chiuse la questione dicendo che, se a sedici anni non ero in grado di distinguere il bene dal male, la sua opera educativa era fallita ed era inutile cercare tardivi rimedi.
L’impegno di apostolato in tutta la diocesi, iniziato insieme con la signora M., si tradusse anche in un’azione di promozione delle donne calabresi, allora soggette alle consuetudini ataviche che le relegavano in casa e le mortificavano in un ruolo subalterno in famiglia. Il loro apostolato si fondava anzitutto su una seria formazione religiosa perseguita attraverso studi di testi e partecipazioni a corsi di aggiornamento. Veniva poi attuata con una fitta programmazione la visita periodica alle varie parrocchie non solo della città, ma di tutti i paesi, per tenere lezioni e conferenze, per ascoltare i problemi di ogni donna e per aiutare a risolverli, per gettare il seme di una fede non superstiziosa, ma fondata sulla lettura del Vangelo e su una seria conoscenza del catechismo. A volte incontravano l’ostilità dei parroci, che non erano esenti da un certo maschilismo tradizionale e consideravano la loro presenza un’intrusione indebita nel loro campo, benché il mandato missionario fosse autorizzato dal vescovo. Ricordo il telegramma di un parroco, a cui avevano comunicato il loro arrivo: “Sospendete vostra visita inopportuna e sgradita”.
Tale attività, che nasceva da una fede viva aperta alla realtà di ambienti e persone diverse, arricchiva anche il marito e noi figli. Mio padre, che non era stato mai particolarmente un uomo di chiesa, scoprì il Sillabario del cristianesimo di Mons. Olgiati e ne fu entusiasta; volle che io e mio fratello frequentassimo l’Università Cattolica del Sacro Cuore e cominciò a pregare. Con noi figli si mostrò sempre rispettosa della nostra personalità, ci voleva bene ma non si sovrappose mai al nostro sviluppo autonomo. Ricordo che, per tutti gli anni che trascorsi a Milano, ricevetti ogni giorno una sua lettera che mi teneva aggiornata delle cose di casa e della città. Io capivo che avrebbe voluto che tornassi in Calabria dopo la laurea e che accettassi le proposte di matrimonio che mi venivano fatte insistentemente da giovani del luogo; mi avrebbe giustamente voluta vicina ed era pronta a riversare il suo affetto sui nipotini. Non capiva la strada che avevo preso, anche perché non gliene avevo mai parlato esplicitamente: ero una figlia difficile, ma mi sentiva anche un suo sostegno e non mi ha mai espresso una critica o rivolto un rimprovero. Rispettava quelli che con fede considerava i disegni di Dio.
Era straordinariamente forte nell’affrontare le avversità senza affievolire il calore dell’affetto familiare. Seppe reggere quando mio padre, reo di ascoltare le notizie di Radio Londra, fu mandato improvvisamente al confino nella lontana Puglia per delazione di un collega e del generale S., mentre lei era in preda a febbre altissima e rischiava di morire. Seppe reggere quando ci cacciarono dalla casa in affitto dell’Ente Edilizio, perché non eravamo più degni di abitare fra quelle domus et familiae a fascibus renovatae, come ancora leggo con una certa rivolta interiore sul frontone della palazzina di piazza De Nava. Seppe reggere alla penuria economica, alla sparizione di tanti amici che avevano paura delle ritorsioni di un regime che stava tramontando. Ci trasferimmo nell’appartamento di via Collina degli angeli, facendo il trasloco con vari viaggi su un carretto, ma senza provare nessuna umiliazione perché mamma ci infondeva serenità e fierezza. La nostra casa restò aperta a tutti. Alle mie compagne di liceo che venivano a preparare con me l’esame di maturità; alle persone che avevano bisogno di aiuto; a Erika, una ragazza ebrea fidanzata con un ufficiale dell’Intelligence Service nel periodo dell’occupazione inglese, e così via. Seppe reggere ai bombardamenti, allo sfollamento, anche quando siamo stati costretti a lasciare la villetta suburbana della signora M. per raggiungere la più sicura Ardore Superiore, affrontando un ambiente tessuto di pregiudizi. Ancora una volta non si fece sopraffare dalla situazione: si presentò al parroco, che, a dispetto di tutte le disposizioni diocesane, non aveva fatto mai una lezione di catechismo e, con il suo consenso strabiliato, organizzò corsi di istruzione religiosa per i bambini, non solo in chiesa ma anche nelle contrade più povere e sottosviluppate dove i bimbi si presentavano quasi nudi. E quando mia zia, che aveva sposato uno dei notabili del paese, le disse che mi squalificavo andando a spasso con ragazze del popolo, mia madre fu irremovibile e mi lasciò sempre fare liberamente le mie scelte. Ma teneva gli occhi aperti, soprattutto rispetto a certi approcci di preti che secondo l’uso del tempo avevano abbracciato la carriera ecclesiastica perché figli cadetti delle famiglie nobili.
Seppe reggere con amore e delicatezza infinita quando nostro padre si ammalò e fu costretto ad una carrozzella. Lei avrebbe desiderato che lasciasse la scuola per non affrontare l’umiliazione di essere trasportato, ma seppe capire che per lui la scuola era la vita. Quando lui morì, la vedemmo declinare a poco a poco. Mio marito ed io l’abbiamo invitata a vivere con noi, ma ci ringraziò, e con estrema chiarezza ci disse che voleva continuare a vivere nella sua terra e nella sua casa, anche perché si rendeva conto che sarebbe stata difficile per lei e per noi la convivenza in casa nostra con mia suocera che era rimasta vedova. Fu felice in casa sua con mio fratello , con mia cognata, con i loro figli.
E poi, l’atto finale che riassume tutta la sua vita. A Milano, una volta che era venuta a trovarmi, le avevo fatto conoscere don Carlo Gnocchi: è stato per lei un incontro determinante che la portò alla decisione di donare i suoi occhi dopo la morte. Ricordo quella notte di luglio quando infuriava il temporale: era spirata alle ore 22. Santo V. ne aveva accertato la morte; noi aspettavamo la camera operatoria che doveva arrivare da Catanzaro. Dopo l’intervento l’abbiamo ritrovata serena con gli occhi chiusi; il giorno dopo il prof. P. ci comunicò per telefono che le sue cornee erano state innestate su una giovane donna, di cui non poteva rivelare il nome. Qualche mese dopo, invece, conoscemmo Caterina, di Vibo Valentia, che finalmente era riuscita a vedere il volto dei suoi figli e aveva cambiato il nome dell’ultima chiamandola Lucia. Dopo il suo esempio, in Calabria si sono verificate molte donazioni.
Siamo fieri di lei e riconoscenti al Signore perché ci ha regalato una madre, che è stata per noi la più limpida immagine della Sua, capace di amare con dedizione assoluta i suoi cari, ma anche di estendere i confini della famiglia al prossimo, senza grettezze, senza preclusioni, senza egoismi.
Ieri a cena Meryem stava sulla sua sedia Tripp Trapp mentre noi cenavamo. Mi ha fatto un po’ impressione, eravamo a tutti gli effetti quattro persone a tavola. Sta crescendo davvero in fretta. Oggi per la prima volta sto iniziando a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di partire per un paio di giorni a marzo, per un impegno di lavoro a cui non vorrei mancare. L’idea mi sembra un po’ strana al momento, ma credo proprio di poterlo e in un certo senso doverlo fare. Un sacco di cambiamenti, accidenti.
Presa da un subitaneo raptus, ho iscritto Meryem a un nido privato a partire da marzo. E’ nella via dove abitano mia madre è mia sorella, ha aperto quest’anno ed è gestito da ragazze abbastanza giovani, che mi hanno fatto una buona impressione. Il posto è piccolino, ma accogliente. Prima o poi doveva farlo, per cui l’ho fatto. Spero che si riveli una buona scelta. Intanto a marzo si presentano le domande per i nidi pubblici. Il nido di per sé è una scelta che pensavo di fare, appunto, dai nove mesi di Meryem. Certo, al momento la soluzione baby sitter è ottimale. Ma piano piano dovrò cominciare ad allungare l’orario al lavoro, per cui lo status quo non poteva comunque durare per sempre. Come sempre sono io che devo rassicurari. Credo proprio che anche in questo caso mia figlia saprà sorprendermi…
Sono piuttosto fiera di Meryem. Ieri siamo andati all’outlet di Valmontone. Le condizioni erano pessime, pioveva e ovviamente quando eravamo lì doveva mangiare la sua pappa. Temevo davvero di non riuscire a dargliela. Ci siamo appoggiati su un tavolo di Spizzico e ho estratto il termos. Bene, tempo 5 minuti l’aveva finita. Nizam ha fatto appena in tempo a finire il suo cappuccino. Parte dello shopping l’ha fatto in braccio al suo papà, parte in passeggino (ha anche dormito un po’). Noi a dire il vero non abbiamo fatto grandi acquisti. Ma il primo pranzo al sacco è sicuramente un risultato.
Aggiornamento. Controllo dalla pediatra. La crescita continua ad essere eccellente. Peso 8.350 kg, lunghezza 71.5 cm (!!!). Per festeggiare la visita, Meryem ha pensato bene di fare pipì sul lettino…
Mi sono concessa due pomeriggi di me-stessa-senza-pupa-in-ferie (in ferie ero io, non la pupa). C’era la fida Maria e io mi sono goduta cose che non ho mai il tempo di fare: l’estetista, per un sommario disboscamento, una lunga passeggiata fino a via Ostiense (a comprare omogeneizzati… vabbè, ero solo in ferie, non in incognito), la lettura di Donna Moderna sugli autubus del ritorno e, ieri, una visita al mio professore con annesse chiacchiere infervoratissime su argomenti che interessano noi e pochissimi altri sulla terra (origine e decifrazione della scrittura pseudo-gerogifica, tabuizzazione della parola "edera" nella Bibbia ebraica e amenità analoghe).
Tornando dalla visita, sul 75 che prendevo – da capolinea acapolinea – ai tempi splendidi dell’università, leggiucchiavo il manoscritto dell’ultimo articolo del mio prof (quello sull’edera) e pensavo che quasi non fa più male. Che riesco quasi a godermi solo il piacere della conversazione con lui (e ieri anche con un mio amico e ex collega di studi) senza avere in testa il ritornello "questo doveva essere il mio lavoro". Quasi. Ciò non toglie quella stana soddisfazione febbrile che si alimenta di discussioni come questa non l’ho mai provata in nessun’altra circostanza. Si vive anche senza, certo. Anzi, aggiungerei che questo godimento strano, tutto intellettuale, è persino pericoloso. Fa perdere di vista la vita di carne e di sangue e alla fine non ti dà la serenità intera. Ma a piccole dosi è straordinario e non posso fare a meno di pensare a come sarebbe stato vivere avendocelo sempre lì, a portata di mano.
Per quanto bizzarro possa sembrare, sto leggendo l’ultimo Harry Potter in italiano. Il 31 pomeriggio, facendo la spesa al supermercato, mi casca l’occhio sul volume "HP e i doni della morte". Guardo meglio. Era lui. Finito di stampare, come era scritto sull’ultima pagina, a gennaio 2008. L’ho comprato, peraltro scontato al 15%. E adesso sono oltre la metà.
Aggiornamento. Meno male che non ho citato pezzi di libro… Guardate cosa dice il Messaggero di ieri!
ROMA (2 gennaio) – Dopo la vendita anticipata di alcune copie di Harry Potter e i Doni della Morte in Italia, l’editore Adriano Salani annuncia misure contro la violazione dell’embargo. L’arrivo dei volumi sugli scaffali prima della fatica data prevista (la mezzanotte fra il 4 e il 5 gennaio), «rappresenta – scrive l’editore del maghetto – una violazione degli accordi commerciali e di fiducia che regolano la distribuzione, presi con la casa editrice». Alcune copie del settimo e ultimo libro della serie, malgrado il cordone di sicurezza creato intorno all’ultima opera della scrittrice britannica, sono state infatti messe in vendita in alcuni centri commerciali a Paola in Calabria e nella zona di Lamezia Terme.
«Sono comunque già state adottate – spiega ancora l’editore – le misure necessarie per bloccare la vendita anticipata». «Per quello che riguarda la pubblicazione su siti internet e blog di alcuni capitoli della versione italiana del libro, azione che viola i diritti d’autore ed è perseguibile per legge, la casa editrice – continua la nota – in collaborazione con l’Aie, Associazione Italiana Editori, è impegnata nell’impedire legalmente tale violazione».
Comunque vi posso dire, senza essere perseguibile per legge, che non mi ha entusiasmato. Secondo me la nostra ha un po’ barato.
Stamattina io e Meryem siamo state in ufficio insieme. A parte il fatto che si sarà presa il colera, visto il lerciume del pavimento, la cosa è andata abbastanza liscia. Ho deciso di essere positiva, per cui censuro le incazzature familiari e lavorative. Quest’anno è andato. Cavoli, che anno. Questa notte saranno passati due anni esatti dalla morte del mio papà. Non avevo mai avuto il culto del Capodanno prima, ma da allora non riesco a non legare le due cose. E’ stata una notte straziante e dolce. Una notte in cui ho creduto davvero in quelle cose extrasensoriali dei telefilm americani. Mia madre aveva avuto il buon senso di non venire al pronto soccorso quella notte. Lo avevamo tenuto a casa finché era possibile, ma alla fine siamo andati al Gemelli. Lo hanno ricoverato alle undici circa e alle quattro è morto. Dicevo che io, quando l’hanno mandato in stanza, sono tornata a casa da mia madre. Dormiva. Io non riuscivo a chiudere occhio. Mi aggiravo per la cucina, tentavo invano di chiamare Nizam in Germania, mi sono fatta anche un bicchiere di Cointreau. Poi mi sono messa a letto accanto a lei. Mancava poco alle quattro. A un certo punto mamma si sveglia di soprassalto, con un grido. La tranquillizzo, ma dopo una manciata di minuti arriva la telefonata di mia sorella. Non riesco a togliermi dalla testa che lei si sia svegliata esattamente mentre lui moriva.
Scusate, il post non è allegro. Per giunta ieri ho finito il libro Patrimonio di Philip Roth, che mi ha richiamato alla mente vividissime le sensazione di quegli ultimi mesi del 2005. Anche questa è vita.
Buona fine e buon principio a tutti.