Con le iscrizioni alla scuola dell’infanzia et similia, si scatenano in rete dibattiti e condivisioni di dubbi e perplessità di vario genere. Ammetto che la maggior parte della mia attenzione è stata finora concentrata sul riuscire materialmente a ottenere, compilare e consegnare i moduli (impresa tutt’altro che scontata) e non mi sono posta grandi dilemmi in merito alla didattica. Spero con tutte le mie forze che me la prendano in una forma di scuola pubblica, che non mi prosciughi pertanto mezzo stipendio. Poi, per come la vedo io, potremo più serenamente pensare alle più appropriate strategie di sopravvivenza. Altro discorso si aprirà ad aprile, se per caso non me la prendessero in nessuna delle due scuole che ho chiesto: se devo pagare, la mia scelta sarà molto più oculata (ma non ci voglio neanche pensare, il panorama nella mia zona è assolutamente sconfortante).

La premessa è che vedo mia figlia abbastanza cresciuta, autonoma e relativamente sicura di sé. Non prevedo atroci crisi di inserimento (magari sbaglio). Va al nido serenamente da quando aveva 9 mesi e ha avuto qualche piantarello solo per 2-3 giorni al rientro delle vacanze estive del primo anno, in concomitanza con il passaggio alla classe dei "grandi". Nulla di esagerato, francamente. Certo, la scuola dell’infanzia, specie se pubblica, è un’altra storia. Ma mi pare il momento giusto per tuffarcela, ecco.

Su una cosa non ho avuto dubbi, nella compilazione dei moduli: il tempo pieno. Non è solo una necessità pratica e economica (eccome se lo è!). Diciamo che qui si rivela non un trauma, ma un dispiacere d’infanzia. Io non ho mai fatto il tempo pieno, né all’asilo né alle elementari. E ne ho sofferto un po’, a dirla tutta. Ero una bambina abbastanza solitaria, anche perché i miei non frequentavano tante famiglie con bambini. Avevo le sorelle, ma sono molto più grandi. I miei lavoravano teoricamente mezza giornata, ma mia madre (insegnante) preparava le lezioni, correggeva i compiti e faceva una serie di cose per cui non si poteva disturbare e mio padre (ricercatore) dormiva e poi si chiudeva nello studio a studiare. Io giocavo con una famiglia di vicini di casa, oppure leggevo (tanto, forse un po’ troppo) e certi giorni, alle elementari, andavo a pattinaggio. Ricordo con precisione i giorni in cui mi permettevano di tornare a scuola il pomeriggio, magari per le prove delle recite. E lo ricordo con desiderio.

Ho maturato la convinzione, magari infondata, che se la mia infanzia fosse stata un po’ più sociale, la mia adolescenza sarebbe stata meno difficile. Non avrei avuto tutti gli intoppi di una bambina che ormai si era abituata a giocare da sola, a mangiare con un libro davanti e persino a parlare da sola. Oddio, detta così sembra più tragica di quello che è. Ma certamente la socializzazione è stata un problema, fino all’università.

Sarà dunque un pregiudizio, ma dato che io non mi vedo tanto come un genitore educatore montessoriano, scoppiettante di attività e iniziativa (e che comunque il part time non me lo potrei mai permettere neanche con il binocolo), il tempo pieno mi pare una soluzione forse non ideale, ma buona. Spero tanto che la scuola per Meryem sia un’esperienza positiva. Comunque io credo ancora nel valore dell’esperienza in sé, di accettare una routine con i suoi pro e i suoi contro senza troppi drammi e senza troppe lagne. Va da sé che farò quanto in mio potere per applicare i correttivi che dovessero essere necessari. Ma d’istinto e di necessità la scelta è stata questa. Ora vedremo che ne nasce!

3 pensieri riguardo “”

  1. Ovviamente, se la mia situazione lavorativa fosse quella di 3 anni fa o se facessi un lavoro molto soddisfacente o se fossi libera professionista, anch’io sceglierei il tempo pieno senza esitazioni.
    E anch’io scelgo, se possibile, il tempo parziale sulla base dei miei ricordi d’infanzia: ricordo che era bello passare il pomeriggio con mio nonno o con mia mamma, anche se non erano mirabolanti o eclettici ma semplicemente giocavano con me a barbie o facevano i fatti loro mentre io giocavo o guardavo i cartoni animati.
    Inoltre, mi sembra che Ettore e Amelia siano molto socievoli e molto amati tra i loro compagni, quindi non credo che avranno i problemi di socializzazione che hai avuto tu da bambina e io da ragazzina.
    Oh, speriamo di fare le scelte giuste o almeno le meno sbagliate 😉

  2. Mi riconosco in tutto, magari l’unica che posso dirti, perché l’ho scoperta troppo tardi, è che magari i primi tempi e poi ogni tanto, questi bambini veramente si stancano moltissimo con il tempo pieno (più che altro perché devono assorbire tante cose) e che saperlo in anticipo ti permette delle volte di creare dei modi (nonna? zia? buchi a sorpresa?) per prendervi e darle qualche volta una ‘vacanza’ di recupero.

    Io con Ennio questo mese’ho già fatto due volte (anche se mi ero giurata di non farlo più di 2-3 volte l’anno), alla prima giornata di sminchiamento, malesseri vaghi e stanchezza in cui me lo potevo permettere (tipo il resto della settimana se stava male sul serio era un guaio perché non c’ero e non potevo farmi sostituire) l’ho messo d’ufficio in malattia e ho lavorato da casa senza filarmelo troppissimo, lui senza computer e cartoni, che se sta male sta male, ma ci siamo rilassati tutti e due. 

    Ma lui è anche grande e se gli metto determinate condizioni e gli spiego che secondo me non sta proprio male, ma può dirmelo serenamente se è un po’ stanco, abbiamo patti chiari e tiriamo avanti. Con un piccolo è crto più difficile.

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