Nostalgie faticose

Ogni sera, con maggiore o minore successo, cerco di studiare un pochino di quelle materie astruse in cui, una marea di anni fa, mi sono laureata. Ho preso la decisione di sottopormi all’ennesimo concorso (l’ultimo?) e pagare il mio debito con la mia storia personale. Comunque, a prescindere dall’utilità di questo esercizio di volontà, ieri mi sono chiesta cosa abbia significato per me lo studio e cosa significhi oggi. Studio inteso nel senso di attività non strettamente finalizzata al superamento di un esame, ovviamente. Studio “puro”, se qualcosa di puro esiste. Per anni quella è stata la mia dimensione, solitaria e fantastica. Oggi la prima reazione è: non ha più la stessa magia. Questo svolazzare a mezzaria per i corridoi deserti non mi appartiene più come una volta. La felicità la pretendo all’altezza del pavimento. Ieri però, complice la notizia della morte di uno dei miei professori dell’università, ho riguardato alla cosa da un altro punto di vista. Studiare è soprattutto capire. Cercare risposte anche e soprattutto dove non ci si aspetterebbe di trovarle. Capovolgere la prospettiva ogni volta che le descrizioni prefabbricate ci sembrano mancare qualcosa, uno, due dettagli, forse addirittura l’essenziale. Il mio studio è sempre stato, ahimè, molto arrogante. Non sono mai stata il tipo che si dedica con pazienza a mettere a punto strumenti utili per altri (lessici, bibliografie, repertori). Ho iniziato a scoprire solo di recente e quasi costretta dalle circostanze le collaborazioni, che invece dovrebbero essere il metodo basilare di ogni studio, specialmente di quello accademico. Io e altri miei compagni di corso abbiamo ancora oggi la confusa idea di avere ricevuto qualcosa di speciale durante gli anni trascorsi nel polveroso corridoio di Studi Orientali. Io ogni tanto cerco di ricacciare questa sensazione con fastidio, non amo particolarmente le nostalgie dei 20 anni. Eravamo giovani, ci pareva di avere il mondo davanti e la possibilità di cambiarlo. Sfido che ce lo ricordiamo come un bel periodo. Ma devo anche ammettere che, in quelle aule, il “mondo” lo potevamo cambiare davvero. Riscrivere i libri di storia. Sfidare le certezze e i luoghi comuni. Io mi sentivo potentissima. Rimpiango questo, oggi: la sicurezza e la mancanza di fatica (fisica e mentale). Ok, questo era davvero legato all’età. Ma quel modo libero di esaminare le cose, il dovere di cambiare idea, quel “non fidarsi dei vocabolari” che nei primi tempi faticavamo a capire… questo vale anche oggi, certamente, e dalla mia successiva esperienza lavorativa è uscito solo rafforzato, almeno nelle intenzioni. Cerco dunque di dirmi che questo rituffarsi in pagine che in parte sento ancora mie e in parte non condivido più può darmi qualcosa, a prescindere.

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