Non sto parlando di oche

Domenica alla Villa di Massenzio i bambini si sono fermati nel prato a raccogliere margherite. Uno dei papà li ha ripresi, invitandoli a lasciarle vivere e non strapparle inutilmente. Noi mamme abbiamo tentato una mediazione: abbiamo apprezzato e quindi lodato il gesto di affetto sincero dei nostri figli nei nostri confronti, ma contestualmente li abbiamo invitati a non esagerare, a fermarsi a pochi fiori e soprattutto a non strapparli con indifferenza. Questo piccolo episodio mi è tornato in mente oggi, quando su Facebook, durante una discussione, un’amica mi ha fatto notare che la violenza su qualunque essere vivente deve essere condannata indistintamente, senza fare graduatorie.

Io faccio del mio meglio per crescere mia figlia educandola al rispetto e all’attenzione, a 360°. Ma confesso che le graduatorie le faccio. Se fa male a un suo compagno reagisco molto diversamente da quando coglie una margherita. Non le consentirei mai di maltrattare un animale, ma confesso che mi ha visto spesso uccidere zanzare e persino usare insetticidi.

Più di tutto, ammetto che mi irrita la sensibilità esagerata di alcune persone alla sofferenza di procioni, uccelli migratori, raganelle dagli occhi rossi e girini, salvo poi alzare le spalle quando si tratta di stragi di esseri umani. “Eh, ma gli animali sono innocenti: gli uomini, invece…”. Ci viene più facile metterci nei panni di una tigre siberiana, che magari non sappiamo neanche cosa mangia (per tacere di cosa pensa), che di una professionista siriana, nostra coetanea, con una bambina della stessa età della nostra.

Che poi questo mi ricorda chi è disposto a combattere qualunque battaglia per i diritti dell’embrione, ma non spenderebbe un minuto del suo tempo per prendere in considerazione il vicino di casa. O chi compra cosmetici non testati sugli animali, ma poi maltratta la badante della madre anziana.

Cosa voglio dire con questo? Forse solo che sono stanca e che a volte si parla troppo e si pensa poco (io per prima). Ognuno ha le sue battaglie, è naturale. Credo sia troppo ambizioso immaginare di battersi per tutte le cause, anche perché molte, se si approfondisce bene, sono in contraddizione l’una con l’altra. Meglio i prodotti sintetici rispetto ai piumini d’oca? Però, vi direbbe un’altra mia amica, avete presente quello che sta succedendo ai fiumi e quindi agli oceani e quindi al pianeta intero per via delle microfibre di residuo dalle lavatrici nel lavaggio del sintetico? E avete presente quanta acqua bisogna usare per il cotone? Ha ragione lei, non se ne esce.

E allora, siccome sui siti che leggo paiono avere un certo successo i codici etici (o saranno forse codici morali? mah), vi riassumo qui il mio:

1. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. In altre parole: gli uomini, anche nelle loro manifestazioni meno tenere e seducenti, devono essere sempre presi in considerazione. Se c’è da scegliere (ma speriamo di no) vengono prima.
2. La coerenza assoluta non è di questo mondo. Ma vogliamo almeno provarci?
3. (a correzione del 2) Guardarsi dagli estremismi e dai fondamentalismi, sempre. Non ho mai conosciuto un fondamentalismo che non provochi sofferenza. Neanche quando si proponeva le cose più nobili.

3 thoughts on “Non sto parlando di oche”

  1. Grazie per aver espresso in forma gentile e costruttiva un pensiero che condivido da tempo. Sono da sempre solidale con chi lotta contro i maltrattamenti inutili agli animali, per esempio nei grandi allevamenti industriali in cui sono trattati con disattenzione. Ma da quando si sono formati i gruppi di estremisti che esultano per un cane salvato dal cancro mentre insultano Caterina Simonsen che ha il torto di voler continuare a vivere – senza riflettere sul fatto che sia il cane che Caterina sono stati entrambi tenuti in vita dalla sperimentazione animale – ecco, la mia sensibilità animalista ha parecchio vacillato. Qualcun altro ha paragonato gli anti-specisti ai pro-life, e trovo il paragone sensato e condivisibile.

  2. Devo dire che, vivendo dove vivo, lo sforzo di non idealizzare gli animali mi viene facile.
    Adoro il mio cane, che si sta rivelando un bel caratterino, e i miei gatti, che sono delle gran carogne quando vogliono. Ma ugualmente aiuto la mia vicina a sgozzare le bestie del suo pollaio, con rispetto e senza farle soffrire inutilmente.
    Penso che il dolore degli animali scandalizzi perché costa poco: povera bestia, ma che posso farci?
    Compatire un essere umano significa anche prendere su di sé il dovere di dare una mano, piccola o grande, che è un sacrificio molto maggiore.
    Per questo è molto più facile pensare che chi è in mezzo alle guerre in qualche modo se lo merita, e guai se cerca di scappare verso un futuro migliore (peraltro rubando il lavoro agli italiani, si sa che è la loro massima aspirazione).

  3. Cara Chiara, come condivido quello che hai scritto… A volte, di fronte a certe posizioni (ma anche di fronte all’indifferenza) vacillo e non so come riuscirò a trasmettere alle mie bambine un certo modo di guardare al mondo e all’umanità. La tua riflessione mi ha fatto immediatamente venire in mente alcuni versi di una poesia di Hikmet, che è forse la più conosciuta del grande poeta turco (e che certamente tu conoscerai). Sono parole che il poeta, in esilio, dedica al figlio Mehmet, convinto di scrivergli per l’ultima volta. La poesia è un po’ lunga, riporto solo i versi a cui mi hai fatto pensare, leggendo il tuo post.

    Non vivere su questa terra
    come un inquilino
    oppure come un turista
    nella natura,
    vivi in questo mondo
    come se fosse la casa di tuo padre;
    credi al grano, al mare, alla terra
    ma soprattutto all’uomo.

    Senti la tristezza
    del ramo che si secca,
    del pianeta che soffre,
    dell’animale infermo,
    ma senti innanzitutto
    la tristezza dell’uomo.

    Che tutti i beni terrestri
    ti diano gioia
    che ti dia gioia l’ombra,
    e anche il chiaro di luna,
    che le quattro stagioni
    ti diano gioia,
    ma che soprattutto la gioia dell’uomo
    ti dia gioia.

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