Sette e sto

Nelle ultime 48 ore, come dicevo a un’amica, mi sono sentita a dir poco spiazzata. Mi ero fatta tutta un film, abbastanza romantico, e invece ho scoperto che davano un altro programma, molto molto diverso. Tipo film horror, o magari una gara di Formula Uno. Là per là non mi è piaciuto – per usare un eufemismo. Per 24 ore abbondanti non sono stata capace di trattenere la mia delusione. Però ho lo stesso dedicato un po’ di tempo ai piaceri superflui che avevo pianificato di concedermi. Ringhiavo, sbuffavo, ma sono andata dal parrucchiere. Poi pian piano le cose si sono aggiustate. Quasi tutte. Stamattina sono riuscita persino a divertirmi, improvvisandomi cicerone turcofono per una giovane fanciulla molto sorridente e fantasiosa, che adesso avrà un’idea assai particolare della storia e dell’arte di Roma. Ieri sera mi sono concessa persino un’oretta di chiacchiere con il kebabbaro (un lusso sfrenato, non devo abituarmici). E oggi, mentre Meryem ronfa sul divano assolutamente fuori orario e io non faccio nulla per impedirlo, mi chiedo cosa ci sia di così diverso dalle mie fosche previsioni di due giorni fa. Intanto il fatto che erano sostanzialmente erronee. Ma soprattutto è svanita la bolla di aspettativa. Mi sono ricordata della realtà così com’è e di perché, il più delle volte, mi piace.

Non amo e non ho mai amato il gioco di Pollyanna. Non ci sono portata. Però devo ammettere che funziona. Quest’anno, dunque, finisce così. Senza radicali cambiamenti, né svolte epocali (a parte il colore delle mie unghie, si intende). Dovrebbero essercene? Chissà, magari a tempo debito. Per ora mi accontento. Qualcuno direbbe che è una brutta parola. Giocavate a sette e mezzo voi, durante le feste? C’è un’arte nell’imparare a “stare”, a fermarsi. Stare con due è un bluff, magari a volte paga, ma farlo più volte è come non giocare. Tanto vale alzarsi e andare ad abbuffarsi di pandoro. Stare con sette è quasi una regola, osare in quel caso è esperienza da concedersi una tantum. Stare con cinque è in assoluta la cosa più odiosa, ti fa rabbia sia farlo che non farlo. Ma la situazione a cui penso ora è a quando hai la matta. Chiami una carta, magari è un cinque. Tu a quel punto stai. Gli altri magari pensano che ti sei accontentato di poco. E invece vale sette e basta che lo sappia tu. Si potrebbe far meglio? Certo. Non sarebbe neanche un rischio esagerato (ma dipende anche da cosa è uscito). Però certe volte c’è una serena tranquillità nel godersi quel sette segreto, consapevoli che non è nemmeno l’ultimo giro.

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