Mettersi in mezzo e farsi da parte

In questo ultimo periodo mia madre mi ha passato almeno due libri, davvero importanti. Lo fa così, senza parere. Come sempre. Ma queste letture sono state risposte, in un certo senso, a dubbi e perplessità ricorrenti. Del primo libro, quello di Bregantini, vi ho già ampiamente parlato e non ci torno sopra. Il secondo è questo. Da tempo mi chiedo da dove attingere nuove speranze, nuove contenuti, un nuovo stile di pensiero. Mai credevo di guardare così insistentemente ad alcune figure della Chiesa. Intendiamoci: parlo di impegno civile, di costruzione intellettuale, di punti di partenza. Non di fede o, peggio, di catechismo. Non pensierini per addetti ai lavori, per affiliati di parrocchietta. Pensieri veri e propri, strategie per il nostro tempo.

Questo ritratto del cardinal Martini tocca, certo, molti punti importanti per un cattolico. Ma “non puoi rendere Dio cattolico”, afferma il cardinale. Semplice, lineare, ovvio. Eppure non da tutti. Proteggere l’immensità e l’inclusività del divino è più importante di qualunque particolarismo e impulso a piantare bandierine qua e là. E allora, uno sguardo critico e libero attraversa tutti gli aspetti del mondo contemporaneo. Se si vuole utilizzare il cattolicesimo in politica come ramo moderato di qualsivoglia schieramento, lo si deve prima addormentare: non si tratta di pensiero, di per sé, accomodante e remissivo. La comunicazione? “Se l’idea di partenza è quella di vendere, non di dialogare tutto è distorto. Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più grandi”. E’ una “falsa idea del comunicare”: non si intende dire qualcosa all’altro, ma possederlo, soggiogarlo.

“Oggi non ci dobbiamo concentrare su elementi fissi e immutabili: le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo”. Ed eccoci al famoso “dialogo” tra le religioni, fonte di tanti malintesi, incongrui protagonismi e brusche frenate. Intanto basta teorie, dibattiti sulle nuvole, definizioni a priori. “Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Non avere paura dello straniero”. Lo stesso vale per la cattedra dei non credenti, con cui non si dialogava chiedendo loro (come fa il papa attuale) di ragionare “come se Dio ci fosse”. Martini metteva credente e non credente sullo stesso piano, sottolineando come entrambi siano caratterizzati sia da certezze che da dubbi. E’ un problema di metodo. Confrontarsi con un’alterità in modo proficuo e credibile presuppone di dare sinceramente alla posizione dell’altro lo stesso valore della propria, senza condiscendenza, paternalismo, simulazione. Pro veritate adversa diligere.

E ancora tanti spunti. “La vita fisica va rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. La dignità umana vale di più. Più esplicitamente? “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto”. Non so se mi spiego. Niente regolette, davanti a questioni obiettivamente complesse. Solo una grande umiltà e desiderio di intercessione. Inter-cedere, fare un passo in mezzo. Sporcarsi le mani. Anche nei conflitti politici, anche nei drammi come quello della guerra in Terra Santa. “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Non si tratta di fare l’arbitro, o il mediatore. Non si tratta di convincere gli altri a cedere qualcosa e a scendere a compromessi. Se si trattasse solo di questo, saremmo ancora nel campo della politica e resteremmo estranei al conflitto, pronti ad andarcene in qualsiasi momento. “Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Ho sempre più netta la sensazione che senza volontà di accettare pienamente il rischio, “senza scampo”, ciascuno nelle proprie corde, nulla si potrà smuovere davvero nelle nostre società. Le sfide del presente e del futuro ci vedranno vittime inermi o arditi interpreti? Non so se esiste davvero una via di mezzo. Perché mai uno dovrebbe esporsi, mi chiedo? Mah, qui ciascuno deve fare i conti per se stesso. Fede, ideale, senso del dovere, fantasia, creatività, sete di giustizia, esasperazione, oppure nulla di tutto ciò. Cosa direbbe Martini? “Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo, che lavora meglio di noi e più profondamente”. Peccato che per lasciare quello spazio tocchi darsi molto, molto da fare. Standocene fermi a sospirare blocchiamo ogni spiraglio.

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