Tra il serio e il faceto. Animiamoli

Dovresti farci un post. Ogni volta che qualcuno me lo dice, difficilmente resisto. Se poi a dirmelo è un’amica con cui ho appena condiviso un’esperienza a dir poco imbarazzante… parliamone, dunque: l’animazione per i nostri pargoli.

Premessa. Ogni madre intellettuale che si rispetti esordirà dicendo: mia figlia/mio figlio odia l’animazione. Ciò talora corrisponde alla realtà (ancora rammento le favolose feste con la Guerrigliera appiccicata al collo a mo’ di ventosa, che non si scollava neanche per un instante). Ogni madre intellettuale che si rispetti si spingerà però oltre, affermando che lei, lei stessa, l’animazione non la sopporta. Anche questo, in certe circostanze, corrisponde senz’altro al vero (come dimenticare l’animatrice che prendeva nome da un famoso latticino che travestiva bambini di 5 anni con reggiseni imbottiti e mutande in testa). Purtuttavia, alzi la mano chi non ha desiderato almeno una volta di vedere il sangue del proprio sangue scodinzolare ubbidiente dietro l’animatore di turno, lasciandoci quella mezzora di rifiato che non è sufficiente da sola a farci superare la depressione di trovarci a una festa di ragazzini urlanti, ma insomma, aiuta.

Due anni di feste di compleanno (a cui si aggiungono eventi extra) sono un’esperienza sufficiente a azzardare qualche ragionamento più articolato. Ecco quindi le conclusioni a cui sono giunta. L’animazione intesa come prestazione professionale di persone più o meno retribuite che intrattengono i bambini facendo sì che si divertano e dunque non riversino sui poveri genitori gli effetti devastanti della loro noia è certamente un servizio utile, persino auspicabile. Non inevitabile, ne convengo. Ma indubbiamente comodo. Dov’è che mi/ci scatta l’orticaria? Nelle modalità di molte di queste animazioni: sciocche, infarcite di stereotipi (di genere e non solo), ammiccanti quando non addirittura sguaiate (per strappare la risata facile, attingendo al repertorio puzza, cacca, caccole e scoregge), talora infarcite di battutine volte più a strappare il sorrisino agli adulti che a far divertire i bambini, che non le colgono. Secondo elemento indubbiamente fastidioso è quando l’animazione prende le mosse di una lezione di balli di gruppo: su le mani, urlate, saltate, ancheggiate (…segui il tuo Capitano!).

Perché comunemente le animazioni prendono una di queste due derive (nei casi più fortunati, entrambe)? Semplice. Secondo me perché così “funzionano”. I bambini (se sono della giusta fascia di età e in condizioni emotive standard) non si distraggono, restano appiccicati per il tempo dovuto, non si attaccano alle gonne dei genitori (vabbè, diciamo delle madri, per questa particolare immagine). Se la valutazione dell’efficacia dell’animazione si basa su questi indicatori, non mi sorprende che si ricorra a piene mani a questi “trucchi”. Di solito, i bambini al termine del pomeriggio non avranno alcuna particolare memoria dei giochi fatti o degli “spettacoli” a cui hanno assistito. Ma si è svoltato il pomeriggio, e tanto basta.

E’ possibile che l’animazione sia fatta diversamente? Certo che sì. Si possono fare giochi vari, raccontare storie, incoraggiare i bambini a fare piccoli laboratori creativi, proporre spettacoli non del tutto demenziali (burattini, giocolerie, giochi di prestigio, etc). Tuttavia l’esito di questo stile più sobrio e meno standard è, ovviamente, molto meno prevedibile. I bambini non reagiranno tutti allo stesso modo alle attività proposte. Probabilmente non si vedrà la compattezza della lezione di acquagym. In altre parole, l’animatore sarà meno certo di garantire quello che è il vero intento della maggior parte dei genitori: fare in modo che il bambino non lo cerchi (o quanto meno non lo cerchi troppo). Ergo, in un mercato abbastanza competitivo, l’animatore pensante e creativo rischia seriamente di ricevere quotazioni più basse e di essere meno funzionale alla richiesta del committente.

Non faccio nemmeno finta di essere così snob da schifare l’animazione. Mi sembra anzi che, con l’età, Meryem sia più disponibile alle proposte di terzi e maggiormente in grado di partecipare a attività di gruppo. Mi pare positivo. Gradirei, tuttavia, non dovere ingoiare continuamente messaggi che non condivido (anche se, onestamente, sono abbastanza certa che vista la futilità del tutto, ben difficilmente farebbero presa). Oggi, davanti a un’animazione standard e generalmente ben quotata, io e la mia omonima amica ci siamo lanciate diverse occhiate di sconforto. Ci era soprattutto palese che gli animatori erano poco credibili, non erano interessati ai bambini come individui. Applicavano la loro tecnica, procedevano sul solito canovaccio, con non pochi scivoloni. I bambini si sono divertiti? Sì, direi di sì. E allora che volete, direte voi? Insomma, anche l’animazione è una delega. Sarebbe bello poter delegare a persone capaci di giocare con i nostri figli senza perdere del tutto di vista il filo del buon gusto, del buon senso, della consistenza. Senza arrivare – Dio ce ne scampi – all’edutainment (non resisto, questo termine appena appreso me lo devo sparare), ci piacerebbe che anche la dignità del gioco trovi il suo spazio in questi “servizi”. Soprattutto, sarebbe bello delegare a chi ha voglia di giocare per un po’ con i nostri figli (e al limite anche con noi), offrendo loro qualcosa con onestà e fantasia. Troppo ambizioso?

3 thoughts on “Tra il serio e il faceto. Animiamoli”

  1. boh, si vede che a Roma siete più evoluti….da noi si vede poco l’animazione….qualche mago, ho visto in quasi 10 anni di carriera compleannesca…poi le mamme si arrangiano o li mollano liberi nel parco giochi o nel cortile /giardino di casa o in qualche salone dell’oratorio preso in affitto o qualche play park con gonfiabili e piscine con le palline (si divertono da pazzi qui)…….poi vedrai che man mano che crescono sono sempre meno le “feste collettive” dove si invitano tutti i compagni di classe….si invitano 3/5 compagnetti e stop

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