Così lontano

Su tutti i giornali si leggono aggiornamenti sulla Siria, che è diventata (e magari resterà per un po’) LA notizia dagli esteri. L’altra sera, benedicendo le webcam e chi le ha inventate, ho potuto seguire un lungo e toccante incontro pubblico organizzato presso l’Auditorium di San Fedele. Come sempre, le parole di chi vive direttamente l’esperienza della guerra, di questa folle e crudele guerra che fa a pezzi anche i bambini, hanno poco a che fare con i titoli giornalistici confezionati in redazioni lontane mille miglia, fisicamente e spiritualmente, dai fatti. Mi ha fatto particolarmente impressione pensare che noi ora assistiamo a qualcosa (una reazione contro un regime di oppressione) che passerà alla storia come qualcos’altro (una guerra civile a sfondo etnico e religioso) perché in effetti si sta trasformando, o forse è stata già trasformata, in qualcos’altro. Possiamo quasi toccare con mano come questo stia avvenendo, nonostante la resistenza eroica e commovente di alcuni.

Solo ieri, vergognandomi un po’, ho mandato una mail insulsa a un collega siriano conosciuto a Bangkok. Non so se mi vergogno di più per non averlo fatto prima o per averlo fatto ora, mettendo insieme quattro parole imbarazzate che in fondo volevano solo significare “Non capisco nulla, non posso sapere cosa stai passando, ma ti penso”.

Ho ripensato a una delle nostre conversazioni davanti al caffè thailandese, accompagnato da dolci di forma e colore improbabili. Gli dicevo che, stupidamente, durante gli anni dell’università, pur avendone la possibilità, non ero mai andata in Siria. Che un’altra volta ero stata quasi convinta di andarci, al punto da rifare il passaporto, per andare a vedere con i miei occhi l’esperienza di Deir Mar Musa, fondata da quel Paolo Dall’Oglio che oggi non può essere più lì. Ma che alla fine non mi ero mai decisa e ora mi dispiaceva. Lui mi ha guardato con il suo sorriso ampio e riflessivo e mi ha detto: “Vieni a trovarci. Abbiamo un piccolo appartamento dove puoi stare quanto vuoi”. Ma poi, con un guizzo di dolore negli occhi, ha aggiunto: “Magari non adesso”. Era ancora marzo.

Ripenso alle parole di un siriano che l’altra sera, parlava del centro storico di Homs, che lui era fiero di far visitare agli amici stranieri che venivano a trovarlo. Una testimonianza unica di convivenza tra popoli, lingue e religioni diverse, fin da prima dell’avvento dell’Islam. Ora, diceva, non potrò mostrare più nulla. Sono rimaste solo macerie. E cadaveri di bambini. Ho ripensato ai racconti di Nizam, che un mese fa mi chiamava da Mardin, in Turchia, non lontano dal confine. “Penso che ti piacerebbe”, mi diceva. E si riferiva anche lui a quell’intreccio antico di convivenza tra cristiani e musulmani, a quell’atmosfera unica, ricca e straordinaria di raffinatezza, di ricchezza, di cultura. Mentre parlavamo al telefono si vedevano i carri armati sul confine.

Continuo a seguire il filo dei pensieri e ripenso a una conferenza di Dan Madigan, un gesuita che stimo moltissimo, che ho trovato illuminante rispetto al concetto di fondamentalismo. Tendenzialmente bisogna tener presente che il fondamentalismo è il contrario del tradizionalismo. La tradizione culturale e religiosa può sicuramente essere opprimente e soffocante per l’individuo (specialmente per alcuni individui, ad esempio le donne), ma la tradizione cerca (e spesso trova) l’equilibrio e, almeno nei luoghi in cui sono presenti altre comunità, la stabilità di una convivenza sostanzialmente pacifica. I fondamentalismi di oggi, per “restaurare” qualcosa (la fede originaria, l’osservanza corretta, la purezza dei tempi antichi, l’interpretazione ortodossa), di fatto innovano violentemente, rompono programmaticamente gli equilibri costruiti dalla tradizione (spesso non senza secondi fini e strumentalizzazioni). Questa faccia delle religioni deve fare paura, oggi.

Penso a quante volte, da giovani studiosi – filologi, archeologi, biblisti, storici delle religioni – ci siamo compiaciuti ingenuamente e abbiamo tratto soddisfazione intellettuale dalla millenaria storia della Siria, da Ebla a Edessa, dai poemi ugaritici a Luciano di Samosata. Ora questa nostra egoistica consapevolezza di bellezza ci serve ben poco per capire cosa accade. Come spesso avviene, infatti, alla fine sarà accaduto quello che qualche potente deciderà che sarà opportuno che sia accaduto. Pochi, troppo pochi, sono gli strumenti che oggi abbiamo in mano per rendere giustizia alla verità e ai troppi che, in queste ore, stanno perdendo tutto: la patria, la casa, le persone care, la vita, spesso anche la dignità di quello in cui credono.

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