Una sigaretta

Ti ho rivisto, oggi. Era un po’ che non capitavo nel luogo giusto al momento giusto per vederti. Non potrei dire che non ci siamo incrociati, perché tu sei sempre lì e quindi non può essere che colpa mia. Ero di dodici anni più giovane quando ti ho incontrato per la prima volta, Y. Ho pensato che avevi dei lineamenti molto fini, che sembravi anche molto distinto. Peccato. Peccato che da tempo non fossi più presente a te stesso, che vivessi ormai irrimediabilmente per strada, che parlassi quasi ininterrottamente da solo, facendo ampi gesti nell’aria tutt’intorno e ti interrompessi solo per dire la quasi unica frase che ti ho sentito dire nella mia lingua: “Ce l’hai una sigaretta?”.

“Non ti spaventare, non è violento”, mi ha buttato lì Stefano, preoccupato che la ragazzina inesperta creasse problemi. Ma non c’era neanche bisogno di dirlo, era evidente. Negli anni la tua presenza fissa, quotidiana, alla mensa di via degli Astalli è diventata familiare anche per me. Imparai di te quel che si sapeva: che sei etiope, rifugiato, e che – come accade a tanti, a troppi – non ce l’hai fatta a trovare una normalità. Quando hai incrociato via degli Astalli ti eri già perso. Però una relazione, nonostante tutto, è innegabile. Con il posto, con gli operatori. A volte sedevi tranquillo a fumare, avvolto nel tuo cappotto color cammello, alzavi un po’ la testa e fissavi un punto lontano. Ti ho anche visto sorridere, di tanto in tanto.

Poi c’è stata una improvvisa svolta. Un giorno si presentò a via degli Astalli un distinto signore etiope, che parlava un inglese fluente. Ci spiegò che era un professore universitario, a Roma per un convegno, e che data la circostanza gli era venuto in mente di passare a trovare suo fratello, all’ultimo indirizzo che aveva lasciato, più di dieci anni prima. “Non ci ha mai dato un telefono, una mail”, si giustificava. “Magari nel frattempo si è trasferito”. Era a disagio, il professore. Si aspettava una casa privata, non un corridoio della cantina del collegio dei gesuiti. Lo facemmo sedere, gli spiegammo con tutta la delicatezza possibile che no, suo fratello non aveva propriamente ricostruito la sua vita in Italia. Che probabilmente non si era più fatto vivo con loro perché si vergognava. E che, piano piano, la sua mente si era annebbiata. Ma chissà, magari quella poteva essere l’occasione. Incontrarlo, parlargli. Magari organizzare un suo rientro in patria. Certe volte il recupero può essere straordinario.

“Certo, certo, ovviamente, ci mancherebbe altro”, assicurava il professore. Più tardi, quel pomeriggio, vi incontraste. Chissà che vi siete detti. Dopo l’incontro tuo fratello sembrava vacillare ancora di più. Ci lasciò la sua mail senza troppa convinzione, assicurandoci tuttavia che si sarebbe fatto vivo alla fine del congresso. Non ci meravigliò molto il fatto che non ritornasse mai più e che non rispondesse più ai nostri messaggi. Si fa presto a giudicare. Dopo tutti quegli anni, sconvolgere tutti gli equilibri, chissà. Non se la sarà sentita.

E così tu sei sempre lì, fedele. Vieni, mangi, parli da solo, chiedi una sigaretta. Mi è sempre dispiaciuto un po’ non avertela mai offerta io, purtroppo non fumo. Vivi con poco, con pochissimo, discretamente in un angolo. Non ti ubriachi, non dai fastidio a nessuno. Ti spegni, giorno dopo giorno. Come spesso mi capita di pensare, chissà cosa abbiamo perso permettendo che la tua mente se ne andasse. Un patrimonio, molto probabilmente.

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