719

“Ma come ci vivi, tu, a Roma?”. Me lo chiede un collega di Trento e io per un attimo cerco di immaginare cosa lui si immagina per qualità della vita. “Roma… mi frega sempre”, confesso alla fine io. Perché non riesco a non amarla, anche quando dà il peggio di sé. E il pensiero corre all’autobus 719 delle 13:15, giovedì scorso, Testaccio-Trullo.

Quando l’ho visto arrivare da via Marmorata, caracollando come un mulo stanco, ho immaginato che sarebbe stato un tragitto impegnativo. Sono in ritardo, quindi con piglio deciso mi faccio largo verso la porta anteriore. Il vano è occupato quasi interamente dalla tipica signora romana. “Nun ce posso annà, più dentro, me manca l’aria. Ma passi, passi, signò!”. Mi insinuo qualche centimetro più in dentro. Alla fermata successiva, altro istituto scolastico. La signora tenta di scoraggiare gli aspiranti passeggeri: “Nun se monta da davanti!”. E’ vero il contrario e le viene fatto notare. Sfidiamo la legge di impenetrabilità dei corpi. La signora, forte della sua posizione adiacente al guidatore, inizia a interloquire con l’autista: “Ma pure lei, perché si ferma? Quando si raggiunge un certo numero…”. Altra fermata, altro gruppo multicolore, multiforme e multietnico di studenti. Uno si scoraggia e resta a terra. Ma alla signora non va bene neanche così. “Ennò!”, urla indignata all’autista. “Mo’ proprio lui deve resta’ a terra, di tutti quanti? Avanti, riapra la porta”. Non vedo la faccia dell’autista, non sento risposte, ma le porte – schiacciando articolazioni assortite – in qualche modo si riaprono. Volente o nolente, il ragazzo è cooptato nella nostra comunità viaggiante.

Fermata successiva, altro istituto scolastico. “Ma che è, l’autobus de li profughi?” commenta un vecchietto dal marciapiede. In effetti in questo caso l’osservazione è pertinente. L’istituto in questione è assai frequentato da utenti del Centro Astalli. E non siamo ancora arrivati alla fermata in cui il 719 imbarcherà gli alunni della scuola di italiano, richiedenti asilo, per lo più. Davanti a questo ulteriore assalto, la signora si arrende. Cede il suo posto a un grappolo di adolescenti e si cala giù dai gradini, non senza un’ultima raccomandazione al guidatore: “Je dica de mori’ ammazzati a quelli al capolinea!”. Gli altri autisti non solleciti nel rispetto degli orari? I dirigenti ATAC? I controllori? Chissà. La signora non lo precisa.

L’autobus, pieno come un uovo, temperatura interna circa 32°, procede a velocità inferiore al passo d’uomo. E’ una prerogativa degli autobus romani, in particolare quando si ha fretta. Curiosamente mantengono questo tratto distintivo anche quando le strade sono apparentemente sgombre. “Ma che sta affà, questo, pesta l’ova?”, si chiede, non senza qualche ragione, un passeggero incastonato tra gli zaini degli studenti.

Un po’ per distrarci, un po’ per sincero interesse antropologico, io e la mia amica Rosaria ci concentriamo sui discorsi dei ragazzi e ci appassioniamo a una discussione di numerologia applicata: 6 meno meno meno è più o meno di 5 e mezzo? Ciascun meno va interpretato come 0,25? O no? “Io se vedo 6 è 6, nun vojo sentì niente”, è la tesi dell’interessato. Anche questo, francamente, è un punto di vista legittimo. Ma cosa spinge un prof ad apporre addirittura tre meno consecutivi? Gli/Le trema la mano? Ha in mente una raffinata tabella di riferimento che sfugge ai non iniziati? E’ un burlone? E’ forse provato anche lui da un tragitto su un autobus come questo?

4 pensieri riguardo “719”

  1. Non voglio mettere il dito troppo a fondo nella piaga, perché io abito nella città di Expo 2015 (ah ah), ma dell’ultimo scandali ATAC fondi neri hsi visto che hanno parlato un giorno e poi più?

    1. Eh, Veronica, ma sulla storia degli scandali ATAC credo ci si possano scrivere volumi… e mica da ieri! Sono quelle cose tipiche di Roma che sembrano sopravvivere a ogni cambio di amministrazione (anche se sotto alcune sono state particolarmente floride, va detto).

  2. Il 719 (leggasi sette e diciannove) l ho preso per anni. Portava me, i miei compagni,i nostri mille vocabolari e le risate a scuola.
    Era anche il fedele accompagnatore del sabato pomeriggio per andare al Centro.
    Era sempre “colpa” dell’autista se tornavamo a casa tardi.. Noi andavamo al capolinea in orario, era Lui che partiva in ritardo (naso che cresce)
    Ricordo che l ultima volta che l ho preso ero incinta di Andrea.
    Capisco di che parli e capisco le esperienze “mitologiche” che si hanno nel prenderlo.
    Si ama e/osi odia.
    Come tutte le cose di Roma.
    Io ora lo amo perché non lo prendo da anni!!!
    Ti ringrazio perché mi hai fatto rivivere per un po’ bei ricordi!
    Francesca Baslafritta

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