Il fascino discreto delle consolari


Ieri, incamminandomi sulla Casilina, riflettevo sul fatto che c’è una differenza sostanziale tra la visione di Roma che ha un guidatore da quella di chi, come me, non usa la macchina: chi guida non può prescindere dal Grande Raccordo Anulare (per gli amici, GRA). Il GRA è stato eternato da opere artistiche di indubbio valore, sia musicali  che cinematografiche. Ma ciò che mi interessa qui è quella raggiera di vie, le consolari, che dalla prospettiva del GRA finiscono per ridursi a “uscite”, ordinatamente numerate a partire dall’Aurelia.

Chi si muove con i mezzi, come me, impara a conoscere le consolari da un altro punto di vista: dall’imbocco, che in molti casi corrisponde a una porta, ovvero dal tratto che è ancora ben interno alla città. Ciò che va oltre il GRA è, per l’utente ATAC, solitamente l‘hic sunt leones,  quel territorio in cui gli autobus diventano corriere e dove sarebbe saggio non avventurarsi a piedi. L’esplorazione progressiva delle consolari è stata una tappa obbligata della mia conoscenza del territorio e anche oggi, che abbiamo imparato a conoscerci, continuano a riservarmi qualche sorpresa.

Hanno la loro personalità, le consolari. Sono diverse l’una dall’altra. Alcune sono dense, brulicanti, appesantite di cemento. Altre regalano ancora scorci di tempi lontani, specialmente nelle parti “antiche” o semplicemente “vecchie”. Ancora oggi Ponte Nomentano, lasciato un po’ da parte dal traffico ordinario, permette di toccare con mano la presenza dell’Aniene, l’altro fiume di Roma, protagonista scenografico a Tivoli che nell’Urbe è ridotto a comprimario.

L’Aurelia sa di pic nic a Villa Pamphili e di mare, la Cassia è la più snob, l’Ostiense la più romana de Roma. La Casilina per me è la via dell’immigrazione, dei centri di accoglienza e di Torpigna, solcata dalla ferrovia Roma Pantano e eroicamente percorsa dal 105, l’autobus di Babele. La Prenestina è l’alternativa, dal Pigneto all’ex SNIA. La Tiburtina è la via dell’università proletaria, di San Lorenzo e delle passeggiate al Verano; la Nomentana quella dei filosofi e delle ragazze medie di lingue. L’Appia parte dalla rotonda di piazza Re di Roma e poi si snoda nella storia, a colpi di campagne verdi, pecore e acquedotti. Cosa dimentico? La Salaria, che secoli fa abbiamo percorso tutta tutta, fino all’Adriatico, la Tuscolana – per me ancora oggi la meno battuta – e la Flaminia, che nella mia memoria resta legata all’Opera Massaruti, alle ancore di marmo del Ministero dell’Areonautica e allo IALS, dove sono stata sempre sul punto di andare a ballare danze israeliane ma poi non si è più combinato.

Ho un debole per le porte urbiche, in particolare per Porta Maggiore, dove fino a pochi anni fa si trovava ancora qualche vecchietta che, salendo sul trenino, chiedeva: “Va verso Roma?”. Come se Roma fosse ancora tutta lì, racchiusa da quelle mura di biscotto. Invece la Roma vera, quella che non è lottizzata dalle guide turistiche, lì non finisce ma inizia.

 

Guida all’uso dei mezzi pubblici a Roma


Utilizzare i mezzi pubblici a Roma non è da tutti. Da abbonata annuale e fedelissima utente, mi permetto di dire che è un’arte. Perché a lamentarsi sono capaci tutti, ma non molti sono in grado di interpretarne al meglio le potenzialità. E io, modestamente, mi annovero tra quei non molti.

Per questa ragione, ho deciso di sintetizzare qui, a beneficio dei lettori, una agile guida in cinque punti che potremmo intitolare “Come usare i mezzi pubblici a Roma, sopravvivere e diventare anche una persona migliore“.

1. Serve preparazione. No, non basta farsi dire il numero dell’autobus da un amico. La preparazione deve essere accurata, olistica e multimediale. Il sito dell’Atac dà risposte diverse a seconda di come lo si interroga, come le migliori opere sapienziali dall’antichità ad oggi. Individuato un primo tragitto, bisogna passarlo al vaglio della conoscenza del territorio e dell’esperienza (se turisti, consultare un indigeno o due). Munirsi di almeno due o tre alternative da memorizzare diligentemente.

2. Cercate la giusta prospettiva. Non siate rigidi come i guidatori regolari di mezzo privato o come gli utenti di un servizio pubblico ordinario, italiano o estero. Voi non siete utenti, siete viaggiatori. Non andate dal punto A al punto B, state attraversando Roma Capitale. Bisogna essere proattivi, creativi, flessibili. Non dovete aspettarvi di salire su un mezzo, sedervi e scendere alla meta. Dovete trovare il vostro percorso individuale saltellando in una rete di possibilità, senza dare nulla per scontato. E’ un po’ come surfare nel web. Il fatto che la direzione della corsa, ben visibile sul fronte dei mezzi, sia spesso sbagliata aiuta a non abbrutirsi: Roma non merita utenti pigri e passivi. Tip: gli itinerari migliori sono quelli che prevedono dei tratti a piedi, meglio se non all’inizio o alla fine del percorso, ma in mezzo, per sperimentare link inediti e a volte risolutivi.

3. La tecnologia aiuta, ma non ne siate schiavi. Le palette con i tempi di attesa esistono, ma non a tutte le fermate. Supplisco con la app Muoversi a Roma (per Android o IPhone), direte voi. Ottimo (e diffidate dalle altre app, apocrife, in circolazione). Ma tenete presente che alcuni autobus non sono monitorati e che a volte spariscono dai radar come gli aerei sul triangolo delle Bermuda. Twitter? @InfoAtac è un servizio a suo modo efficiente, ma ha soprattutto la funzione di confortare il passeggero e di offrire solidarietà a distanza. E’ bello non sentirsi soli. Sapere, almeno in certi casi, i motivi della scomparsa del tuo autobus (corteo, macchina privata parcheggiata irregolarmente, malore di un passeggero…) può aiutare a elaborare meglio il lutto. Ma spesso non cambia sostanzialmente le cose. La morale è: fate uso di tutto ciò che può facilitarvi, ma non dimenticate mai l’imprevedibile, l’irrazionale, l’inatteso.

4. Carpe diem. Cogli l’attimo. La necessaria preparazione non deve impedirti di improvvisare. Anzi. Un autobus vuoto che passa davanti a te è un segno del destino. Considera, molto rapidamente, se è il caso di cambiare radicalmente itinerario, o al limite destinazione. No, è inutile che sbuffate, amici nordici: anche le incombenze lavorative possono essere programmate in successione diversa. Non bisogna essere necessariamente dei pelandroni perdigiorno per approfittare di una deviazione imprevista. Lo diceva anche Colombo: buscar el Levante por el Poniente, no?

5. Goditi l’esperienza. Parafrasando Shakespeare, il mezzo pubblico è un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte. Anche tu, che ne sia consapevole o meno, fai parte dello spettacolo. E allora tanto vale che ti gusti questo privilegio. Sui mezzi pubblici è concesso, e anzi consigliato:

  • origliare le conversazioni altrui e al limite divenirne parte;
  • socializzare con il conducente;
  • farsi spettatore di performance di arte varia, dalle più classiche esibizioni musicali alle più imprevedibili conferenze del “matto colto”, figura tipica del mezzo pubblico romano;
  • partecipare a sessioni di costruzione del pensiero collettivo, solitamente di impronta satirica.

Vedete dunque che magari i mezzi di Roma non rispondono del tutto all’obiettivo effimero di trasportare l’utente rapidamente e comodamente da un capo all’altro di un itinerario, ma questo è dovuto al fatto che rispondono a molti altri obiettivi, se vogliamo più importanti e durevoli: potenziare gli skills organizzativi, sviluppare il pensiero laterale, allenare la mente meglio della Settimana Enigmistica, tessere relazioni, incoraggiare il contatto fisico (anche estremo) tra le persone, ricordare a tutti la fragilità umana. Scenderete insomma dal vostro autobus (o tram, o metro, o treno, o più verosimilmente una combinazione di tutti i precedenti) probabilmente in ritardo e ammaccati, ma anche un po’ più saggi.

719


“Ma come ci vivi, tu, a Roma?”. Me lo chiede un collega di Trento e io per un attimo cerco di immaginare cosa lui si immagina per qualità della vita. “Roma… mi frega sempre”, confesso alla fine io. Perché non riesco a non amarla, anche quando dà il peggio di sé. E il pensiero corre all’autobus 719 delle 13:15, giovedì scorso, Testaccio-Trullo.

Quando l’ho visto arrivare da via Marmorata, caracollando come un mulo stanco, ho immaginato che sarebbe stato un tragitto impegnativo. Sono in ritardo, quindi con piglio deciso mi faccio largo verso la porta anteriore. Il vano è occupato quasi interamente dalla tipica signora romana. “Nun ce posso annà, più dentro, me manca l’aria. Ma passi, passi, signò!”. Mi insinuo qualche centimetro più in dentro. Alla fermata successiva, altro istituto scolastico. La signora tenta di scoraggiare gli aspiranti passeggeri: “Nun se monta da davanti!”. E’ vero il contrario e le viene fatto notare. Sfidiamo la legge di impenetrabilità dei corpi. La signora, forte della sua posizione adiacente al guidatore, inizia a interloquire con l’autista: “Ma pure lei, perché si ferma? Quando si raggiunge un certo numero…”. Altra fermata, altro gruppo multicolore, multiforme e multietnico di studenti. Uno si scoraggia e resta a terra. Ma alla signora non va bene neanche così. “Ennò!”, urla indignata all’autista. “Mo’ proprio lui deve resta’ a terra, di tutti quanti? Avanti, riapra la porta”. Non vedo la faccia dell’autista, non sento risposte, ma le porte – schiacciando articolazioni assortite – in qualche modo si riaprono. Volente o nolente, il ragazzo è cooptato nella nostra comunità viaggiante.

Fermata successiva, altro istituto scolastico. “Ma che è, l’autobus de li profughi?” commenta un vecchietto dal marciapiede. In effetti in questo caso l’osservazione è pertinente. L’istituto in questione è assai frequentato da utenti del Centro Astalli. E non siamo ancora arrivati alla fermata in cui il 719 imbarcherà gli alunni della scuola di italiano, richiedenti asilo, per lo più. Davanti a questo ulteriore assalto, la signora si arrende. Cede il suo posto a un grappolo di adolescenti e si cala giù dai gradini, non senza un’ultima raccomandazione al guidatore: “Je dica de mori’ ammazzati a quelli al capolinea!”. Gli altri autisti non solleciti nel rispetto degli orari? I dirigenti ATAC? I controllori? Chissà. La signora non lo precisa.

L’autobus, pieno come un uovo, temperatura interna circa 32°, procede a velocità inferiore al passo d’uomo. E’ una prerogativa degli autobus romani, in particolare quando si ha fretta. Curiosamente mantengono questo tratto distintivo anche quando le strade sono apparentemente sgombre. “Ma che sta affà, questo, pesta l’ova?”, si chiede, non senza qualche ragione, un passeggero incastonato tra gli zaini degli studenti.

Un po’ per distrarci, un po’ per sincero interesse antropologico, io e la mia amica Rosaria ci concentriamo sui discorsi dei ragazzi e ci appassioniamo a una discussione di numerologia applicata: 6 meno meno meno è più o meno di 5 e mezzo? Ciascun meno va interpretato come 0,25? O no? “Io se vedo 6 è 6, nun vojo sentì niente”, è la tesi dell’interessato. Anche questo, francamente, è un punto di vista legittimo. Ma cosa spinge un prof ad apporre addirittura tre meno consecutivi? Gli/Le trema la mano? Ha in mente una raffinata tabella di riferimento che sfugge ai non iniziati? E’ un burlone? E’ forse provato anche lui da un tragitto su un autobus come questo?

Salotto al capolinea


Cinque e mezza. Mi trovo fuori dai soliti tragitti, ma sempre diretta verso casa. Una visita mi ha un po’ intristito. Cammino con gli occhi bassi verso il capolinea del 75 di via XX settembre. Forse è la prima volta, tra l’altro, che lo cerco nel posto giusto, questo capolinea. Il 75 era l’autobus dell’università. Lo prendevo per tutto il suo tragitto, appunto da un capolinea all’altro. Ho faticato non poco a realizzare che entrambi i capolinea non sono più dove erano allora. I piedi vanno automaticamente verso quelli vecchi. Ieri però, come dicevo, in un empito di consapevolezza rispetto alla definitiva passatezza del mio passato, ero andata nel posto giusto.

Due autobus fermi, entrambi aperti. “Quale parte?”. Fin qui siamo nella pura routine. Quel che da subito è apparso meno ordinario era l’autista che passeggiava nervosamente su e giù per il marciapiede, parlando all’auricolare. “Eh, magari lo sapessi”, sospira. In sintesi: lui era arrivato con una vettura, doveva partire con quella già presente al capolinea (lasciata lì dall’autista che aveva staccato prima di lui), ma per un incomprensibile buco del sistema, nessun autista era previsto per prendere in consegna l’autobus con cui lui era arrivato. E dunque? Niente. Si attendevano istruzioni.

Si crea un capannello variegato. E succede una cosa curiosa. Sarà forse stata la palese buona fede dell’autista e la sua visibile frustrazione. Sarà stato il fatto che anche il collega che aveva staccato non poteva essere indicato come responsabile del corto circuito. Sarà forse stata la piacevolezza del tardo pomeriggio romano e uno sprazzo di ragionevole rassegnazione davanti a  qualcosa che nessuno dei presenti poteva seriamente modificare. Fatto sta che ci siamo messi a fare salotto lì, sul marciapiede. Autista e aspiranti passeggeri. Certo, si è cominciato con qualche salace critica sui dirigenti neoassunti dell’ATAC, che pare non brillino né per qualifiche né per solerzia. Si è proseguito sul mancato rinnovo dei contratti degli autisti, che sono ancora quelli del 2006 (“ma dia retta a me, visto come hanno rinnovato quello del commercio si tenga stretto il suo!”). Si sono sfiorati altri noti temi di indignazione popolare, dai dipendenti statali che ci marciano fino alle raccomandazioni del politico di turno rispetto alle assunzioni.

Ma c’è subito stato spazio anche per le proposte creative per la riorganizzazione del servizio (“Ma voi autisti i numeri di telefono non ve li scambiate?” “Signò, siamo varie migliaia… e poi non è che mo’ chiamo l’amico mio che se lo porta a casa ‘sto autobus!”), alle manifestazioni di partecipazione (“Se vuole fino a Termini glielo guido io. Ce l’ho la patente, sa”), ai desideri estemporanei (“Ma lei che dice, a Monteverde una navetta non si potrebbe rimettere? Si ricorda, quando c’era il filobus? Era tanto più comodo… Ennò, non se lo può ricordare, lei è ggiovane… sigh…”).

Dopo quasi venti minuti eravamo una piccola comunità. “Ma che buon profumo che ha, signora! Cos’è?” “E’ ambra! Sa, dicono che fa anche bene alla salute…” “Proprio gradevole, complimenti”. Abbiamo preso infine posto su uno dei due autobus fermi e mancavano davvero solo il tè e i pasticcini. Quando l’autista è venuto a chiamarci per segnalarci che era arrivato un terzo 75 pronto a ripartire, quasi ci è dispiaciuto. “E lei?” “Io aspetto il collega che si prenda l’altro autobus”. “Ah, vabbè. Allora in bocca al lupo…”. E la vita è ricominciata a velocità normale. Mi è venuto in mente il racconto Filobus 75 di Rodari. Solo a Roma poteva essere ambientata una storia così. Ieri non era primavera, ma chissà. Magari un pizzico di libeccio è bastato per far scattare la magia.