Salotto al capolinea

Cinque e mezza. Mi trovo fuori dai soliti tragitti, ma sempre diretta verso casa. Una visita mi ha un po’ intristito. Cammino con gli occhi bassi verso il capolinea del 75 di via XX settembre. Forse è la prima volta, tra l’altro, che lo cerco nel posto giusto, questo capolinea. Il 75 era l’autobus dell’università. Lo prendevo per tutto il suo tragitto, appunto da un capolinea all’altro. Ho faticato non poco a realizzare che entrambi i capolinea non sono più dove erano allora. I piedi vanno automaticamente verso quelli vecchi. Ieri però, come dicevo, in un empito di consapevolezza rispetto alla definitiva passatezza del mio passato, ero andata nel posto giusto.

Due autobus fermi, entrambi aperti. “Quale parte?”. Fin qui siamo nella pura routine. Quel che da subito è apparso meno ordinario era l’autista che passeggiava nervosamente su e giù per il marciapiede, parlando all’auricolare. “Eh, magari lo sapessi”, sospira. In sintesi: lui era arrivato con una vettura, doveva partire con quella già presente al capolinea (lasciata lì dall’autista che aveva staccato prima di lui), ma per un incomprensibile buco del sistema, nessun autista era previsto per prendere in consegna l’autobus con cui lui era arrivato. E dunque? Niente. Si attendevano istruzioni.

Si crea un capannello variegato. E succede una cosa curiosa. Sarà forse stata la palese buona fede dell’autista e la sua visibile frustrazione. Sarà stato il fatto che anche il collega che aveva staccato non poteva essere indicato come responsabile del corto circuito. Sarà forse stata la piacevolezza del tardo pomeriggio romano e uno sprazzo di ragionevole rassegnazione davanti a  qualcosa che nessuno dei presenti poteva seriamente modificare. Fatto sta che ci siamo messi a fare salotto lì, sul marciapiede. Autista e aspiranti passeggeri. Certo, si è cominciato con qualche salace critica sui dirigenti neoassunti dell’ATAC, che pare non brillino né per qualifiche né per solerzia. Si è proseguito sul mancato rinnovo dei contratti degli autisti, che sono ancora quelli del 2006 (“ma dia retta a me, visto come hanno rinnovato quello del commercio si tenga stretto il suo!”). Si sono sfiorati altri noti temi di indignazione popolare, dai dipendenti statali che ci marciano fino alle raccomandazioni del politico di turno rispetto alle assunzioni.

Ma c’è subito stato spazio anche per le proposte creative per la riorganizzazione del servizio (“Ma voi autisti i numeri di telefono non ve li scambiate?” “Signò, siamo varie migliaia… e poi non è che mo’ chiamo l’amico mio che se lo porta a casa ‘sto autobus!”), alle manifestazioni di partecipazione (“Se vuole fino a Termini glielo guido io. Ce l’ho la patente, sa”), ai desideri estemporanei (“Ma lei che dice, a Monteverde una navetta non si potrebbe rimettere? Si ricorda, quando c’era il filobus? Era tanto più comodo… Ennò, non se lo può ricordare, lei è ggiovane… sigh…”).

Dopo quasi venti minuti eravamo una piccola comunità. “Ma che buon profumo che ha, signora! Cos’è?” “E’ ambra! Sa, dicono che fa anche bene alla salute…” “Proprio gradevole, complimenti”. Abbiamo preso infine posto su uno dei due autobus fermi e mancavano davvero solo il tè e i pasticcini. Quando l’autista è venuto a chiamarci per segnalarci che era arrivato un terzo 75 pronto a ripartire, quasi ci è dispiaciuto. “E lei?” “Io aspetto il collega che si prenda l’altro autobus”. “Ah, vabbè. Allora in bocca al lupo…”. E la vita è ricominciata a velocità normale. Mi è venuto in mente il racconto Filobus 75 di Rodari. Solo a Roma poteva essere ambientata una storia così. Ieri non era primavera, ma chissà. Magari un pizzico di libeccio è bastato per far scattare la magia.

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